Profezie economiche. Discorrendo ancora di crisi

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 28/11/1907

Profezie economiche. Discorrendo ancora di crisi

«Corriere della sera», 28 novembre 1907

 

 

 

Gli uomini sono di solito più curiosi di sapere o di prevedere i fatti che accadranno nell’avvenire che di ricordare i fatti del passato. Questa osservazione, la quale spiega la fortuna dei profeti, dei chiromanti e di tant’altra gente intenta a vendere al prossimo la buona novella, spiega altresì come, in occasione di grossi cataclismi economici, di crisi di Borsa o di crisi industriali, il pubblico si rivolga agli economisti di professione per incitarli a fare anch’essi previsione pel futuro. Gli economisti, dal canto loro, hanno fatto del loro meglio per corrispondere all’aspettativa del pubblico, il quale vorrebbe che essi fossero degli scienziati, dei profeti e dei medici nello stesso tempo. Come scienziati, essi discutono ancora e discuteranno probabilmente per un pezzo intorno alla teoria delle crisi; ma giova notare che questo non è l’aspetto della questione che più interessi il gran pubblico. Come profeti, essi hanno sviluppato una dottrina della periodicità delle crisi che ha già dato qualche frutto (veggasi le profezie, verificate dai fatti, di Leroy-Beaulieu, di Juglar, di Luzzatti); e come medici, hanno contribuito a popolarizzare grandemente talune pratiche bancarie, oramai universalmente adottate. Su queste colonne, dove Luigi Luzzatti ha genialmente esposto i rimedi della crisi italiana, è inutile aggiungere parole intorno alla utile funzione dei medici economici. Il pronto accoglimento di alcune delle proposte del Luzzatti dimostra come anche nella scienza economica teoria e pratica si possano dare la mano. Altrettanto è utile, se profetizzare vuol dire prevedere in base all’esperienza del passato, la funzione di profeta economico. Gli economisti, guardando al passato, hanno constatato una legge di periodicità delle crisi, che sembra indubitata, ove la si assuma con prudenza. Ecco la serie degli anni che furono nel secolo XIX funestati da una crisi: 1810, 1818, 1825, 1836, 1847, 1857, 1864-67, 1873, 1882, 1891, 1900 e 1907. Era sembrato una volta che queste date celassero una regola precisa di ritorno delle crisi; e si era creduto di poter affermare che le crisi dovessero fatalmente ritornare ogni dieci anni all’incirca, anticipando o ritardando un poco talvolta a seconda di circostanze speciali. Un economista principe, il Jevons, era andato più in là, ed in uno studio celebre, a cui egli stesso non diede più seguito, aveva tentato di mettere in rapporto questa legge di periodicità decennale delle crisi con altri fatti naturali, come il ripetersi dei raccolti scarsi, le carestie nelle popolazioni arretrate, ed anche le macchie del sole, che si accentuerebbero anch’esse ogni dieci anni e che potrebbero avere qualche rapporto non conosciuto con la scarsità dei raccolti e quindi con le crisi.

 

 

Erano speculazioni interessanti per fermo; ma troppi dati mancavano per poter giungere a risultati precisi, sicché gli economisti preferirono tenersi a considerazioni più immediate ed illustrare il ripetersi periodico delle crisi con dati di natura più strettamente economica. Lo Juglar rivolse specialmente la sua attenzione ai bilanci delle Banche di emissione, e osservò che i dati principali, che son quelli del portafoglio e dell’incasso metallico, hanno un andamento caratteristico. Ecco, ad esempio, i dati relativi al movimento del portafoglio e della riserva metallica (dopo il 1865 si tien conto solo della riserva aurea) della Banca di Francia negli ultimi cinquant’anni:

 

 

ANNI

Portafoglio negli anni

Riserva metallica negli anni

di crisi

di ripresa

di crisi

di ripresa

1847

259

100

1852

100

600

1857

650

180

1859

350

650

1864

750

180

1868

401

860

1873

1250

269

1877

389

1550

1882

1460

700

1886

469

1400

1891

1380

1100

1895

359

2100

1900

1450

1850

1903

360

3030

1907 31 ottobre

1996

2785

 

 

Subito di vede una singolare opposizione tra l’andamento delle cifre del portafoglio e della riserva metallica ed una opposizione non meno spiccata fra gli anni in cui scoppia la crisi e gli anni in cui comincia la ripresa.

 

 

Nel 1847 scoppia la grande crisi causata dall’eccessivo investimento in strade ferrate e dalla speculazione frenetica in azioni ferroviarie. Si era allora sugli inizi all’applicazione industriale delle ferrovie, e del pubblico si era lasciato lusingare da speranze di profitti colossali. I prezzi del cotone erano altresì altissimi e l’espansione industriale era giunta al suo colmo. In quell’anno il portafoglio della Banca è gonfio di cambiali (250 milioni) e la riserva metallica è ridotta al minimo (100 milioni). Gli imprenditori, gli speculatori, i commercianti credono che la prosperità abbia a durare all’infinito, presentano cambiali allo sconto per ottenere i mezzi di far fronte al cresciuto giro di affari e depauperano di oro le Banche. Quando i nodi giungono al pettine e si vede la necessità di fare macchina indietro, 400 case erano fallite, con un passivo di 600 milioni di lire nella sola Inghilterra. La Banca di Francia medesima, per resistere alla tempesta che minacciava sommergerla, dovette farsi imprestare 50 milioni di lire dall’Imperatore di Russia (allora lo Zar poteva imprestar denari alla Francia!). Il panico si diffonde, i capitalisti per un po’ tesaurizzano il loro denaro e non si arrischiano ad investirlo in nessun titolo, e solo dopo qualche tempo si decidono a riportarlo a qualche Banca solida, a bassissimo prezzo d’interesse, pur di poterne ottenere il rimborso a vista. La riserva metallica un po’ per volta torna a crescere, finché, nel 1852, anno iniziale della ripresa, giunge a 600 milioni. Frattanto, per la sfiducia universale, gli affari erano scemati, ed il portafoglio della Banca si riduceva da 250 milioni nel 1847 a 100 milioni nel 1852. I bassi prezzi delle merci (anche le merci ribassano il prezzo dopo le crisi perché i consumi scemano per i minori guadagni e manca ogni spinta alla speculazione), il basso tasso di interesse, l’abbondanza del capitale a poco a poco ristabiliscono la fiducia. Nuove imprese sorgono, le vecchie si allargano, il movimento guadagna di intensità a poco a poco, sicché nel 1857 il portafoglio è risalito da 100 a 650 milioni e la riserva metallica si riduce da 600 a 180 milioni. Anche stavolta si era però esagerato; ed una nuova crisi ebbe a scoppiare negli Stati Uniti del Nord e ad estendersi su tutta l’Europa e persino al Brasile ed a Giava, con fallimenti colossali, riduzioni di lavoro, chiusura di fabbriche, ecc.. E così di seguito per tutte le altre crisi, la cui storia è inutile ricordare. Anche in Italia ne sappiamo qualcosa, colle crisi edilizia, viticola, automobilistica, derivate sempre da eccessivi impieghi di capitale in una industria promettente di larghi guadagni e causa invece di rovine, perché gli imprenditori non seppero giustamente valutare quei guadagni e li immaginarono molto più cospicui di quanto in verità non potessero essere.

 

 

Certo è che lo studio dei bilanci delle Banche di emissione dà avvertimenti preziosi sull’avvicinarsi delle crisi e sul momento della ripresa. Oggi, ad esempio, il portafoglio della Banca di Francia sembra aver raggiunto il suo massimo al 31 ottobre con 1396 milioni. La situazione del 21 novembre dava già un portafoglio scemato a 1204 milioni. La riserva metallica oro era invece ulteriormente diminuita a 2709 milioni; ma si deve notare che essa era di gran lunga superiore al minimo toccato nelle crisi precedenti del 1900 (1850 milioni) e del 1891 (1100 milioni), benché il portafoglio sia suppergiù lo stesso. Siccome gli stessi fatti si osservano presso le altre grandi Banche d’emissione, si può con sicurezza affermare che la crisi odierna, per quanto sia stata violentissima negli Stati Uniti, non solo si liquiderà entro qualche anno, come si sono liquidate tutte le altre crisi, ma si liquiderà più in fretta; poiché le Banche sono assai più agguerrite che in passato. La crisi inoltre non è universale; scoppiò violenta negli Stati Uniti, produsse grandi rovine nell’Olanda – impegnatissima in valori nord-americani e sovratutto in valori agricoli giavanesi -, è cagione di qualche preoccupazione in Germania ed in Italia; ma non ha quasi toccato l’Inghilterra, l ‘Austria-Ungheria, la Francia; né si può dimenticare che sinora l’America latina è in un periodo di piena prosperità. La crisi egiziana ha già sorpassato il punto culminante, e così pure quella giapponese.

 

 

Altre cose interessanti hanno osservato gli economisti intorno ai dati delle Stanze di compensazione, del commercio internazionale, del corso dei cambi, del tasso dell’interesse; tutti dati le cui variazioni illuminano di viva luce l’argomento delle crisi e permettono di trarre qualche oroscopo prudente. Discorrere di tutti porterebbe troppo per le lunghe. Limitandomi al tasso dell’interesse, noterò che, come al Campidoglio è vicina la rupe Tarpea, così agli alti tassi di interesse sono spesso vicinissimi gli anni di interesse basso. In Inghilterra il massimo del 1873 fu il 9 per cento ed il minimo del 1874 fu il 2; il massimo del 1882 fu il 6 ed il minimo del 1884 il 2 per cento; il massimo del 1890 fu il 6 ed il minimo del 1892 il 2 per cento; e dal massimo del 1889 del 6 per cento si calò ad un minimo nel 1900 del 3 per cento. La media annuale del tasso dello sconto a Londra fu nel 1900 (anno di crisi) del 3.96 per cento; ma nel 1902 la media era già discesa al 3.33 per cento. Nel 1903 ci fu una contrazione dovuta alla crisi americana, che spinse il tasso medio dello sconto al 3.75 per cento; ma già nel 1905 era disceso al 3 per cento. Se una cosa gli economisti possono profetizzare con certezza, è che gli alti tassi dello sconto odierno non possono durare a lungo. Forse non più di qualche settimana o di qualche mese ad altezze simili a quella odierna. Veggasi la seguente tabella, in cui ho riassunto mese per mese le variazioni del tasso medio dello sconto per il periodo 1845-1900 per le principali Banche europee. Supponendo che il tasso medio annuo sia uguale a 100, ecco le variazioni mensili:

 

 

Banca d’Inghilterra

Banca di Francia

Banca di Germania

Banca d’Olanda

Banca del Belgio

Gennaio

110

106

106

103

104

Febbraio

99

104

97

103

99

Marzo

96

101

94

99

95

Aprile

93

98

94

96

95

Maggio

99

98

96

97

98

Giugno

92

95

96

94

96

Luglio

89

95

97

95

96

Agosto

92

96

96

96

97

Settembre

92

96

100

96

98

Ottobre

108

108

107

101

104

Novembre

116

106

109

107

110

Dicembre

113

105

110

110

108

 

 

I mesi dall’ottobre al gennaio sono sempre stati i mesi più cattivi; è il cosidetto autumnal drain, drenaggio d’autunno, che mette a contributo le risorse monetarie d’ogni paese per il ritiro dei raccolti, i pagamenti di fine anno, ecc. Stavolta a questo fatto normale si è sovrapposta la crisi, esacerbandone l’intensità; ma è certo che la tensione monetaria deve diminuire a mano a mano che ci avvicineremo alla primavera. La previsione di queste vicende è una previsione altrettanto seria, benché assai meno precisa e sicura, a causa della complicazione straordinaria dei fatti sociali, come la previsione delle vicende delle stagioni o del ripetersi periodico delle eclissi. E se oggi le crisi sono assai meno terribili di una volta, ciò accade perché oggi economisti teorici e banchieri pratici le prevedono assai meglio.

 

 

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