Progettisti e riformatori tributari

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 16/11/1915

Progettisti e riformatori tributari

«Minerva», 16 novembre 1915, pp. 1009-1011

 

 

 

Credo sia esperienza universale di tutti gli uomini politici e dei pubblicisti, scriveva nella sua Autobiografia Giovanni Stuart Mill, di essere bersagliati quotidianamente di lettere di persone le quali sono persuase di avere scoperto la pietra filosofale per la salvezza dello Stato, per la soluzione dei più diversi problemi sociali, economici e finanziari. Il tempo di guerra deve essere in particolar modo propizio alla fioritura dei progetti finanziari; poiché, avendo io l’abitudine di scrivere articoli, mi sta accadendo in piccolo ciò che doveva accadere in maggiori proporzioni – si licet parva componere magnis – al grande economista inglese. Specie da quando la guerra è cominciata, non passa giorno senza che io riceva lettere, opuscoli, memoriali, tutti miranti al medesimo concetto: che la proposta ivi contenuta è importantissima, salvatrice, la sola o tra le più essenzialmente atte a risolvere i molteplici problemi finanziari, tributari, creditizi che sono posti e giganteggiano al momento presente.

 

 

Il malanno dei progettisti è antico. Oggi trovano sfogo su per i giornali e nei memoriali a pubblicisti, deputati, senatori, ministri. Un tempo memorializzavano il Sovrano; e ancora adesso una delle più divertenti letture che si possono fare negli archivi è quella dei memoriali dei salvatori della patria, che i Sovrani, invece di cestinare, ordinavano fossero riposti nelle filze che oggi gli studiosi vanno risuscitando. E, forse, la loro utilità principalissima non è presente, ma futura. I progetti odierni, se a loro capiterà la ventura di trovare la via di qualche provvidenziale archivio, gioveranno agli studiosi dell’avvenire per farsi un’idea della mentalità e della cultura economico-finanziaria delle generazioni presenti.

 

 

È probabile che agli studiosi il distacco tra il livello di questa letteratura d’occasione e quello della cultura scritta, contenuta nei libri nostri contemporanei di economia e di finanza, appaia assai maggiore di quanto non fosse un tempo, tra i progettisti e i trattatisti, ad esempio, del secolo XVIII. Era un peccato veniale allora memorializzare il Sovrano esponendo spropositi intorno alla circolazione monetaria, perché le nozioni scientifiche in argomento erano assai imperfette e incerte.

 

 

Ma sarà, agli occhi degli storici futuri, gravissima testimonianza della scarsa e quasi nulla penetrazione delle dottrine economico-finanziarie tra quelle che hanno nome di classi dirigenti la frequenza stupefacente con cui in Italia, ed ahimè! anche nella culla della economia classica, l’Inghilterra, sono messi innanzi progetti non meno pazzi e spropositati di inflazioni cartacee. Non vedemmo noi farsi in Italia paladini di proposte simili senatori, deputati, Leghe di cooperative, rappresentanze di interessi potenti e rispettabili? Purtroppo, nell’urgenza dell’ora, accadrà non di rado che alcuni di questi progetti vengano fatti propri dagli uomini di governo.

 

 

Non è accaduto al signor Treub, ministro delle finanze dell’Olanda, di accogliere, fra le molte altre, anche la proposta, indubbiamente venutagli da uno dei soliti progettisti, di colpire con un tributo i nomi dei cittadini? Pare che in Olanda sia diffusa l’abitudine nei genitori di attribuire ai neonati tre, quattro, cinque e più nomi, in ricordo di una infinità di persone care; tutti volendo emulare la regina Guglielmina, la quale, seguendo le abitudini dei Sovrani, è stata battezzata con una infinità di nomi. Perché, disse il progettista, non colpire di una imposta tutti i nomi, oltre il secondo? Due nomi e il cognome devono bastare alle persone sensate. Avere di più è un consumo di lusso, come il tabacco; e quindi chi li vuole, paghi. Questa è una imposta bizzarra e grottesca; ma se se ne toglie il comico, il fondamento razionale della massima parte delle proposte, (che sono messe innanzi dai progettisti, non è per lo più migliore. L’imposta sui nomi ha almeno il vantaggio di essere innocua, dopo una generazione riducendosi al nulla il suo gettito, per l’inevitabile abbandono della consuetudine dei molti nomi.

 

 

Non così della quasi totalità delle imposte nuove, il cui effetto sarà di distruggere la base imponibile, la quale non sempre è socialmente indifferente come l’abbondanza dei nomi, ma può essere invece importantissima a conservarsi ed a crescere. Non con la speranza di porre un freno alla mania progettistica, la quale pare sia connaturata all’uomo, ma allo scopo di chiarire a coloro che progettisti non sono la differenza esistente fra le riforme vere e proprie e gli impiastri, mi sia lecito di ricordare taluni punti fondamentali, i quali dovrebbero essere tenuti presenti da coloro i quali sono animati dalla sacra fiamma del desiderio di riuscire utili alla cosa pubblica.

 

 

Esiste un sistema tributario italiano, il quale nelle sue linee generali è bene concepito ed è capace di fruttare all’erario somme maggiori di quelle cospicue che già rende. Ecco la prima verità, la quale importa non scordare mai. Il sistema tributario italiano fu costrutto dalla generazione degli statisti cavourriani, una di quelle generazioni che maggiormente onorarono l’Italia, non solo nel campo politico, ma pure nel campo dell’amministrazione e della finanza. È un capolavoro di concezione armonica, perequata e fiscalmente produttiva la maggiore delle nostre imposte: quella di ricchezza mobile. Ottimamente congegnata l’imposta sui terreni; più grezza, ma suscettiva di miglioramenti, l’imposta sui fabbricati. Né si può dire che le imposte sui trasferimenti della ricchezza nei grandi rami delle tasse di bollo, di registro, di successione e di surrogazione presentino difetti di principio; o almeno non li presentano più grandi di quelli che si osservino in ogni altro grande paese del mondo.

 

 

L’imperfezione degli ordinamenti tributari italiani è tutta pratica e contingente, e dipende dalla mancata posteriore osservanza dei principi fondamentali della legge tributaria e dalle deformazioni via via recate al primitivo organismo sotto la spinta delle necessità immediate dell’ora. Chiarirò la affermazione con un esempio comparativo. Nelle grandi linee, come erano state concepite originariamente dal legislatore, l’imposta italiana sui redditi di ricchezza mobile non ha nulla da invidiare alla inglese sul reddito (income tax) ed anzi ha parecchie caratteristiche che, in confronto a questa, la rendevano più perfetta.

 

 

Come accade che invece oggi l’imposta italiana è battuta in breccia da formidabili critiche, mentre l’imposta inglese sempre meglio adempie all’ufficio suo? Perché in Inghilterra, salvo alcune deviazioni particolari, dal 1842 a oggi il legislatore si è sforzato di migliorare la struttura dell’imposta, la sua attitudine ad accertare i redditi, a tassarli perequatamente, a non lasciarne sfuggire alcuno. In Italia invece, a ogni nuova guerra, a ogni emergenza nuova in cui crescesse il fabbisogno dello Stato, si è ricorsi a fatturazioni empiriche: aumento delle aliquote, aggiunte di decimi e di centesimi, tassazione capricciosa di redditi che sembravano, non già poco tassati in confronto agli altri, ma semplicemente atti a pagare di più; esenzione di altri redditi per motivi politici e per non suscitare clamori. Vuole il legislatore che i contribuenti facciano una dichiarazione di reddito?

 

 

E si lascia cadere, per ricorrere ai più facili mezzi degli inasprimenti delle aliquote, in disuso la dichiarazione, per modo che, se oggi un contribuente italiano entrasse nell’ufficio di un’agenzia delle imposte per dichiarare il proprio reddito, l’agente sarebbe stupito e penserebbe subito a qualche frodolento tranello. Oggi l’aliquota dell’imposta, per citare solo un punto fra i tanti, è un guazzabuglio inestricabile, ed io, dopo avere fatto non piccola fatica per acquistarne una probabilmente imperfetta notizia, ho perso la speranza di tramandarla agli studenti miei, eccettuati solo i diligentissimi. Le imposte italiane presentano vere stratificazioni geologiche; ad ogni strato si riscontrano i caratteri delle successive guerre ed epoche di miserie finanziarie statali. La macchina stride e cigola; e il suo cigolare vuol dire possibilità di frodi e perdite di decine e di centinaia di milioni per lo Stato.

 

 

Da queste due verità discendono due illazioni, anch’esse fondamentali:

 

 

1)    Quanto più si inventeranno e applicheranno imposte nuove, o aggiunte alle imposte vecchie, che non siano il logico coronamento e miglioramento dell’edificio esistente, tanto più il male si aggraverà. Ogni decimo aggiunto alle imposte esistenti vuol dire inasprimento delle sperequazioni esistenti, per cui chi ha redditi visibili e facilmente accertabili paga enormemente e ingiustamente, e chi ha redditi invisibili e incerti paga troppo poco. Né giova istituire imposte nuove; poiché queste, se non siano il perfezionamento e il coronamento di quelle vigenti, per necessità ineluttabile torneranno a colpire chi è già esorbitantemente tassato e risparmieranno i frodatori. Se si pensa che le imposte esistenti hanno l’attitudine a colpire quasi tutti i redditi possibili, si vede subito il grottesco della mania progettistica, la quale vorrebbe a ogni altro giorno inventare una imposta nuova.

 

 

L’unico risultato pratico sarà che le agenzie delle imposte, già costrette a far male il lavoro odierno di ripartizione delle imposte vigenti, eseguiranno pessimamente in avvenire il lavoro di ripartire le imposte vecchie e nuove. Si può affermare con quasi assoluta sicurezza questa verità: che i progettisti sono spessissimo dei frodatori, i quali vogliono stornare da sé l’attenzione del fisco e concentrarla su altra materia imponibile, forse già sperequatamente sovratassata, ma atta a concentrare su di sé l’attenzione della piazza e del Parlamento. E quando non sono frodatori o monomaniaci, sono politicanti, i quali corteggiano la piazza e ne sfruttano gli odii e le antipatie momentanee contro questi o quelli possessori di ricchezza,dimentichi o noncuranti della deteriorazione che essi provocano negli ordini tributari e del danno duraturo recato all’erario.

 

2)    La maniera più feconda di dare all’erario redditi notevolmente superiori agli attuali è di migliorare nei particolari minuti l’ordinamento attuale delle imposte, in guisa da renderlo veramente atto ad accertare la materia imponibile. Questa è la via regia delle riforme tributarie. Il resto è ciarlataneria, invidia o peggio. Per fare esempi concreti, io dico che l’abolizione del privilegio della Sardegna rispetto alla imposta sulla distillazione degli spiriti è un vero titolo di gloria per gli onorevoli Daneo e Carcano. Il volgo degli analfabeti non capirà in che cosa consista questo titolo di gloria; ma coloro che sanno come il nemico più acerrimo di ogni imposta sono il privilegio e la sperequazione, comprenderanno perché gli attuali ministri italiani, abolendo il privilegio dei distillatori sardi, si siano resi veramente benemeriti del paese. Ed essi comprenderanno perché scarso sia il mio entusiasmo per le nuove macchine tributarie più imponenti o popolaresche, tipo imposta progressiva sui redditi, imposta sui profitti di guerra, ecc. ecc.

 

 

Si può essere sicuri che coloro i quali meno pagano a titolo di imposta di ricchezza mobile sono i fautori più accaniti della progressiva sul reddito, per la sicurezza che essi hanno che, fermi rimanendo, anzi deteriorandosi necessariamente per l’aumento di lavoro gli organi esistenti di accertamento, essi, che frodavano prima, froderanno vieppiù in seguito, in guisa forse da pagare, a titolo della vecchia e della nuova imposta, meno di quanto pagavano in virtù della sola vecchia imposta. Al lavoro minuto e sapiente di perfezionamento dei particolari, invocato da tutti gli amministratori della finanza italiana, nessuno dei progettisti, salvatori della patria, aizzatori delle passioni più basse dell’animo umano, l’invidia, la cupidigia e la frode, si vuole adattare.

 

 

Si preferisce lanciare il progetto, bello e allettatore. E poiché i progetti di nuove imposte spuntano come funghi, e ogni cameriere di caffè ne ha uno brevettato di sua invenzione, ed i politicanti, che fan numero, ascoltano i camerieri di caffè e non gli uomini periti per il lavoro compiuto nel tradurre in atto le più o meno balzane invenzioni altrui, così la macchina legislativa sempre meno bene adempie all’ufficio suo. Chi non ricorda il baccano grande suscitato in Inghilterra dalle imposte sugli incrementi di valore della terra, proposte da quel progettista arrivato che è il signor Lloyd George, o il minor rumore sorto in Italia quando si introdusse e si inasprì l’ineffabile imposta sulle aree fabbricabili? Chi oggi riflette ai lacrimevoli risultati finanziari di quelle due deformità finanziarie democratiche? Parecchie migliaia di impiegati nuovi, parecchi milioni di lire sterline spese e poche centinaia di migliaia incassate: ecco il bilancio per l’Inghilterra.

 

 

Grandi fastidi e litigi e vessazioni e pochi denari: ecco il frutto in Italia. No, la via regia delle riforme tributarie non sta nei cerotti dei ciarlatani e dei progettisti. Essa sta nel perfezionamento serio e imparziale e severo degli ordini esistenti, nel ripulire il vecchio tronco tributario delle scorie che l’hanno deturpato, nel riportare ordine e chiarezza là dove c’è guazzabuglio e possibilità di scappatoie, nel far fruttare il massimo, rendendo giustizia a tutti, alle imposte vigenti, e nel decidersi a stabilire imposte nuove, le quali siano, come ad esempio possono essere l’imposta sul reddito complessivo o l’imposta patrimoniale, il logico completamento del sistema di tributi vigenti, solo quando si sia sicuri che esse non sono destinate a diventare una burletta atta a mistificare la platea ad uso di quella che in Italia ama chiamarsi democrazia.

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