Programma d’azione del gruppo libero scambista italiano

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/03/1923

Programma d’azione del gruppo libero scambista italiano

«La Riforma Sociale», marzo-aprile 1923, pp. 196-199

 

 

 

Il Gruppo Libero Scambista Italiano ritiene giunto il momento di fare una affermazione dei principi informatori del suo programma d’azione. Poiché esso non è e non vuole essere un partito politico, poiché esso non vuole neppure essere una organizzazione di un determinato interesse di classe, esso afferma pienamente che la sua azione si svolge esclusivamente nel campo della propaganda di idee. La sua azione consiste nel dimostrare che la grandezza economica e quindi la forza spirituale e morale dell’Italia coincidono necessariamente con una politica doganale, la quale con prudenza graduale abbassi le barriere imposte alla libera competizione delle merci straniere con quelle nazionali e spinga così le industrie nazionali a ribassare i costi ed i prezzi, ed a crescere così la capacità di consumo interna e la potenza di penetrazione all’estero.

 

 

Noi siamo lieti di vedere che il Governo attuale non solo ha proclamato in Parlamento, per mezzo del ministro delle finanze, le sue aspirazioni tendenzialmente liberistiche, ma con la riduzione o l’abolizione di taluni dazi, come quelli sui concimi chimici, sullo zucchero, sul petrolio, sulle farine, sul riso, sui cuscinetti a sfere e con la stipulazione, troppo a lungo ritardata dai precedenti governi, dei trattati di commercio con la Francia e con la Svizzera, ha dimostrato di voler mettersi sulla via della effettiva eliminazione delle asprezze proibizionistiche della tariffa doganale entrata in vigore l’1 luglio 1921.

 

 

La clausola della nazione più favorita, rimessa in onore nei due trattati ora citati, è forse l’arra migliore di vero progresso sulla via di rapporti internazionali più facili. Essa non potrà essere esclusa dai futuri trattati di commercio ed automaticamente arrecherà all’Italia il beneficio di tutte quelle maggiori riduzioni di dazio che saranno stabilite in futuri trattati di commercio. Lungo cammino dovrà tuttavia il Governo ancora percorrere sull’aspra via prima di arrivare alle meta, sia pure alla prima tappa di questa meta che sarebbe di ridurre la tariffa del 1921 al livello di quella del 1878, la quale doveva essere, quando fu istituita, una difesa temporanea, destinata a venir meno appena le industrie nazionali avessero superate le prime prove della loro crescenza.

 

 

Il ritorno al livello, allora ritenuto già alto, della tariffa del 1878, pur con le dovute modificazioni tecniche qualitative, è la minima esigenza di quanti abbiano a cuore la grandezza economica, finanziaria e politica del nostro paese.

 

 

Grandezza economica. – Dopo un cinquantennio quasi di protezionismo persistente e sempre più rincrudito, è gran tempo di ricordarsi delle promesse solenni di provvisorietà che erano venute dagli instauratori della nuova politica doganale. Ove si faccia astrazione dell’intervento diretto, preferibilmente con premi o con accorte maniere di fornitura di capitali o di commesse, allo scopo di mantenere in vita le imprese produttrici di materiale bellico, la protezione può ammettersi solo quando essa sia concessa a quelle poche industrie le quali stiano sorgendo ed abbiano d’uopo nei primi anni di essere sorrette contro i colpi dei rivali stranieri già agguerriti. Ma la protezione deve essere un’eccezione e deve essere temporanea. Generalizzare la protezione vuol dire tassare tutti a beneficio di tutti, giovani e vecchi, promettenti e incapaci; vuol dire annullare i vantaggi, già incerti e rarissimi, che potrebbero attendersi dalla protezione. Se tutti sono protetti, tutti sono danneggiati dal rialzo dei prezzi derivante dalla protezione concessa ad altri; ed è come se in un comizio tutti pretendessero di vedere meglio alzandosi in punta di piedi. La protezione deve essere temporanea; poiché quando essa si perpetua l’industria si lagna di averne tuttavia bisogno per la vittoriosa concorrenza straniera, resta dimostrato senz’altro che la protezione ha fallito al suo scopo, che è di rendere l’industria capace, mercé un aiuto temporaneo, di vivere colle proprie forze.

 

 

Grandezza finanziaria. Lo Stato ha bisogno di raggiungere il pareggio, senza comprimere le energie nazionali e cioè senza stabilire nuove imposte o crescere le aliquote di quelle esistenti. Anzi è urgente, se non si vuole danneggiare la materia imponibile, scemarne la gravezza. Ma ciò non potrà mai essere ottenuto finché durerà un sistema di tributi privati a favore delle industrie protette, il quale rivaleggi con il sistema dei tributi pubblici nel fare appello al reddito dei contribuenti. Tutte le forze devono oggi essere tese al raggiungimento del pareggio; ma questo non si raggiungerà finché la capacità contributiva dei cittadini italiani sia contemporaneamente soggetta ad un duplice sforzo a favore dell’erario ed a favore degli industriali protetti. L’ impossibile dire a quanti miliardi di lire all’anno ammonti il costo della protezione doganale. Ma che si tratti di una cifra assoluta rilevante sembra indubitabile; e sembra perciò ragionevole la conclusione che ove la pressione dell’incidenza daziaria doganale potesse ridursi di due miliardi, d’altrettanto crescerebbe la capacità di pagare imposte allo Stato. Sicché si può ben dire che la riforma doganale in senso liberistico sia una condizione preliminare necessaria per il risanamento della finanza statale.

 

 

Non solo di questa in genere; ma delle finanze delle aziende industriali esercite dallo Stato e dai comuni, le quali veggono crescere il costo dei propri impianti (rotaie, carri, locomotive, fili ed apparecchi per la trazione elettrica, materiali e macchinari telegrafici e telefonici, ecc., ecc.), dalle enormezze della tariffa doganale e dal privilegio aggiuntivo concesso nelle pubbliche gare agli industriali italiani di avere la preferenza nelle ordinazioni statali anche se il prezzo delle loro forniture supera del 10% quello offerto dagli industriali stranieri. È questa una camicia di Nesso che soffoca le industrie statali e loro impedisce di conquistare il pareggio. Inoltre ed anche astraendo dalle industrie direttamente connesse con lo Stato, questo è in Paese il più grande dei consumatori (forze armate, impiegati d’ogni categoria, ecc.). È intuitivo che il livello delle rimunerazioni incombenti allo Stato non può non risentirsi fortemente degli effetti rincaratori del protezionismo.

 

 

Grandezza politica. – La eliminazione dei dazi protettivi è necessaria altresì per crescere la purezza della nostra vita politica e per sciogliere i vincoli i quali oggi legano gli uomini di Stato e li costringono ad occuparsi di faccende materiali, molto diverse da quelle pubbliche a cui la loro opera dovrebbe essere intensamente ed esclusivamente dedicata per la grandezza del paese. La relazione della commissione d’inchiesta per le spese di guerra ha luminosamente dimostrato di quanta corruttela sia feconda la tariffa doganale. Poiché la via più breve ai profitti ed alla ricchezza è quella di aumentare i prezzi, grazie alla difesa doganale contro le assillanti importazioni estere, ecco sorgere la industria della fabbricazione dell’opinione pubblica; ecco fondarsi giornali prezzolati a difendere la causa di interessi privati; ecco i tesorieri di grandi imprese protette vantarsi cinicamente di aver impiegato fruttuosamente milioni nel comprare studi ed articoli compiacenti di riviste e giornali, quando con quell’avveduto impiego di capitali si otteneva il diritto di imporre una taglia privata sui consumatori. A mano a mano che la protezione doganale sarà ridotta, verrà meno questo inquinamento dell’opinione pubblica e della vita politica, per cui gli uomini di Stato sono circuiti e premuti da interessi privati intesi al proprio vantaggio; e lo Stato ridiventerà l’organo, forte e puro, di difesa degli interessi pubblici e di realizzazione di ideali ognora più alti di vita nazionale.

 

 

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