Programma di distruzione

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 02/04/1921

Programma di distruzione

«Corriere della Sera», 2 aprile 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 87-89

 

 

 

Se un’altra prova faceva d’uopo della assoluta impreparazione ovvero, e peggio, della mancanza di buona fede dei capi del movimento operaio italiano, oggi la abbiamo nel testo della straordinaria mozione votata dal convegno milanese dei rappresentanti delle federazioni nazionali di mestiere e delle camere del lavoro di Milano, Torino e Genova, auspice la Confederazione generale del lavoro. Questi capi del socialismo cosidetto pratico e riformistico scrivono cose, che per il loro carattere utopistico e demagogico, disgustano perfino gli scrittori dell’«Ordine nuovo». Essi scrivono cose che farebbero ridere, se non inducessero a gravi riflessioni sui pericoli a cui va incontro un paese, in cui i dirigenti della classe operaia hanno un cosifatto concetto dei loro compiti e della loro responsabilità.

 

 

Genesi della crisi. Sarebbe in primo luogo il capitalismo, il quale va in cerca dei redditi netti più alti e non si preoccupa degli interessi della collettività. Come se, fatte alcune poche eccezioni, fosse interesse della collettività produrre a preferenza i beni che danno redditi netti bassi; e come se la vicenda degli anni buoni e di quelli cattivi non fosse radicata nell’animo umano e non fosse un fatto antichissimo, ricordato persino nelle sette vacche grasse e nelle sette vacche magre della Bibbia, quando di capitalismo nessuno discorreva.

 

 

Cause aggravanti sarebbero l’oppressione della Germania e l’isolamento della Russia. Quel che c’è di vero nella critica della politica tenuta verso i tedeschi, lo dissero per i primi scrittori liberali; e non occorre esagerare gli effetti presenti di indennità in grandissima parte ancor da pagare. Quanto alla Russia, non si capisce bene come il vendere a credito al governo bolscevico macchine e materie prime per permettere a quel governo di reggersi in sella possa risolvere la crisi industriale. Chi pagherà gli operai, se la Russia non ha nulla da dare in cambio? Chi deve aprire i crediti? Noi italiani, che di crediti abbiamo gran bisogno?

 

 

I rimedi eroici, soli capaci, affermano questi cosidetti riformatori, «di risanare le finanze nazionali e di disciplinare la produzione», sono: 1) controllo operaio; 2) riduzione dell’interesse del debito pubblico all’1%; 3) espropriazione, contro consegna di titoli di stato all’1%, delle industrie del sottosuolo, dei servizi pubblici e di tutte le industrie esercibili immediatamente dai lavoratori; 4) espropriazione graduale della terra, ad identiche condizioni; 5) espropriazione, id. id., delle case; 6) tassazione progressiva dei redditi, specie non derivanti da lavoro; 7) forte tassazione successoria, con espropriazione in non più che tre passaggi di proprietà.

 

 

Questa gente è stolta od in mala fede. Con questi bei mezzi si vuole risanare le finanze dello stato e disciplinare la produzione? Ma le imposte sono già progressive in Italia, la riforma tributaria è diritto vigente, i redditi di capitale sono già molto più tassati dei redditi di lavoro – chi dei dirigenti operai, di grazia, paga imposta sui proprii redditi di lavoratori dell’agitazione? -, l’imposta successoria giunge già in certi gradi all’85% dell’eredità e distrugge già la base imponibile, e questi riformatori vogliono salvare la finanza inasprendo ancora uno stato di cose, che già spaventa per le sue inevitabili ripercussioni sulla produzione. La finanza dello stato, ricordiamolo bene, non vive e non prospera se non con aliquote miti, perché solo le aliquote miti consentono ai redditi privati di formarsi e di pagare imposte. Chi pagherà imposte quando i redditi, che non siano quelli dei lavoratori organizzati, siano confiscati e nessuno abbia più interesse a lavorare oltre un certo minimo od a risparmiare alcunché?

 

 

E chi risparmierà ancora tra gli italiani od importerà capitali dall’estero con la prospettiva di vedersi espropriato con indennizzo all’1%? Sembrano sogni di allucinati, non punti del programma economico della massima organizzazione operaia italiana. La produzione si disciplina, sì, in questa maniera; ma si disciplina nel vuoto. La pace regna a Varsavia, telegrafava quel generale; la disciplina regnerà nell’industria italiana il giorno in cui si attuerà il programma riformatore; ma solo perché l’industria italiana non esisterà più. E che dire dell’abisso di impreparazione rivelato dal mettere al primo posto delle industrie da espropriare all’1% proprio l’industria mineraria, ossia la più aleatoria, la più pericolosa, la meno feconda in media di redditi netti di tutte le industrie, quella che richiede più spirito di iniziativa, più costanza – di decenni e più – di fronte agli insuccessi, più resistenza alla tentazione di consumare i guadagni, più spirito di sacrificio nel reinvestirli a garanzia dell’avvenire? Stato, comuni, cooperative hanno davvero fatto così buona prova negli ultimi tempi per affidare loro il compito di riorganizzare all’ingrosso intieri rami d’industria? Vivono forse nel mondo della luna, codesti capi, per dimostrarsi tanto ciechi di fronte alla realtà?

 

 

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