Programma di Ministero e programma di Governo

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 21/10/1900

Programma di Ministero e programma di Governo

«La Stampa», 21 ottobre 1900

 

 

 

Alcuni fra gli uomini politici più autorevoli del nostro Parlamento hanno parlato. I ministri anch’essi hanno lasciato intendere qualcosa delle proposte che essi intendono presentare nella prossima sessione. Dalla parola degli uni e dalle proposte degli altri noi possiamo ricavare un insegnamento: che, cioè, il Paese chiaramente esige che una via d’azione si segua, e lo esige a voce così alta e chiara che nessun indugio più è possibile e nessuna scusa si può più addurre per condurre in lungo riforme da molti anni promesse e non mai attuate.

 

 

Nei programmi, che la necessità dei tempi ha indotto Governo e parlamentari ad esporre, un carattere comune si scorge, frammezzo ai dissidi specifici ed alle divergenze profonde di vedute: la preoccupazione di esporre un programma il quale possa essere attuato in breve periodo di tempo e non corra il pericolo di venire rinviato, per la sua eccessiva ampiezza, di sessione in sessione, come i programmi antichi, di cui permane così cattiva la ricordanza.

 

 

Il tentativo, non è possibile negarlo, corrisponde ad un desiderio onesto e sincero di lavorare sul serio e di non far promesse vane le quali non possano venire attuate. Da troppo tempo gli italiani ascoltano sfiduciati la voce di chi vorrebbe rimutare, in breve volgere di tempo, dalle fondamenta, la condizione morale e materiale del Paese, e così evidente si è palesata la stanchezza universale per questo genere di esercitazioni rettoriche, che a molti uomini politici è parso, in realtà, di dover mutare rotta o di dover sostituire ai programmi grandiosi una serie di piccole riforme, che ogni Ministero sia in grado di condurre a termine prima che dalle mutevoli vicende parlamentari venga segnata la fine della sua vita necessariamente caduca e breve.

 

 

Il momento è dunque ai programmi di Ministero, a quegli omnibus, cioè, di pratiche e concrete e minute riforme che possano esaurirsi nello spazio di alcuni mesi o di pochi anni, che non turbino l’armonia o la disarmonia prestabilita del bilancio e che non scuotano Parlamento e Paese colla minaccia di lunghe lotte e di grosse battaglie.

 

 

Noi non diciamo che la tendenza ora accennata sia un male, ed abbiamo anzi già osservato che essa corrisponde ad un lodevole sentimento di sincerità nei nostri uomini di Governo. Non possiamo nasconderci però che su questa via dei programmi ministeriali noi non potremo mai giungere a compiere grandi cose le quali lascino traccia duratura nella vita del Paese, e corriamo, anzi, il pericolo di non poter condurre a termine veruna riforma veramente profonda e necessaria.

 

 

Un programma ministeriale deve, invero, essere composto di riforme modeste, le quali possano essere compiute in un breve periodo. Per loro natura coteste riforme, se il Ministero in carica non vuole sollevare un vespaio troppo grande, debbono riferirsi necessariamente a quei punti sui quali è più facile l’accordo, che non urtano interessi saldamente costituiti, che non apportano mutazioni troppo sensibili all’ordinamento amministrativo. Ognun vede che durante una sessione non è possibile, data la composizione del Parlamento, procedere, ad esempio, ad una legislazione scolastica media e superiore, all’abolizione di molte Preture, di tutte le Sotto prefetture, al rimpasto delle leggi amministrative e tributarie locali, ecc., ecc. L’esperienza del passato ci dimostra che nessuna di queste grandi riforme si può compiere da un Ministero in breve tempo, perché è troppo forte la coalizione degli interessi opposti nel Parlamento.

 

 

Sarebbe però ancora poco danno quello di doversi restringere ad una legislazione frammentaria, quando questa fosse, per così dire composta di acconti progressivi di una riforma unica, lentamente destinata a maturarsi ed a svolgersi col passare degli anni. Ogni Ministero apporterebbe così una piccola pietra alla costruzione del grandioso edificio del rinnovamento dell’Italia nuova.

 

 

Il peggio si è che per necessità di cose l’opera dell’un Ministero eliderebbe invece l’opera compiuta dal Ministero precedente. Quando gli uomini di Governo sono unicamente preoccupati di attuare ciascuno un proprio programma ministeriale, vi è grande probabilità che ognuno di essi abbia in animo una riforma diversa e forse opposta a quella da altri vagheggiata. Ciò che nei quarant’anni di vita nazionale è accaduto per le cose dell’istruzione italiana ne è la prova chiarissima. Tutti i ministri hanno voluto innovar qualcosa, nei limiti del possibile, alla legge Casati; e tutti i loro successori hanno disfatto le innovazioni prima compiute. In conclusione, noi ci troviamo ancora colla legge vecchia e con un guazzabuglio inestricabile di disposizioni contraddittorie che su di essa si sono innestate e che rendono impossibile ogni vigorosa azione educativa. Tutto ciò dimostra che accanto ed al disopra dei programmi ministeriali vi deve essere un programma di Governo, il quale indichi la via maestra da seguire, tracci le grandi direttive in base alle quali dovrà svolgersi l’azione pratica e quotidiana del Governo.

 

 

Non basta che vi siano molti programmi ministeriali ciascuno per se stesso forse utilmente concepito, ma nel loro insieme disgiunti, spezzati e contraddittori. è d’uopo che l’azione pratica di ogni giorno sia come un anello di un programma vasto che lentamente si andrebbe attuando nella misura concessa dal tempo e dalle circostanze.

 

 

Dobbiamo noi seguire una politica amministrativa profondamente riformatrice e semplificatrice, oppure dobbiamo attenerci ai vecchi ordinamenti? Dobbiamo lasciar sussistere l’attuale barocco ed ingiusto sistema tributario, oppure dobbiamo procedere ad un rimutamento profondo delle basi su cui l’imposta è assisa da noi? Ed in qual senso dobbiamo procedere al rimutamento? Alleviandolo ed abolendo prima le imposte che gravano sugli oggetti di prima necessità, oppure conservando i privilegi di cui alcune classi ora godono, salvo a compensarli in qualche modo con privilegi e condoni consimili ad altre classi?

 

 

Nell’istruzione pubblica quale assetto converrà dare alle scuole elementari e secondarie e qual sistema dovrà scegliersi rispetto alle Università? A queste domande importanti devesi dare una risposta in un programma di Governo, il quale miri non alle contingenze del momento, ma all’avvenire del Paese.

 

 

Senza un programma duraturo di Governo noi saremmo costretti a rigirarci continuamente su noi stessi, come un viandante che, trovandosi in un crocicchio dove molte strade fanno capo, percorresse su ognuna di esse cento passi ritornando poi indietro per percorrere altri cento passi su un’altra strada e così di seguito, senza mai giungere alla meta. I programmi ministeriali sono i cento passi che il viandante percorre ogni volta su strade diverse senza alcun pro; il programma di Governo sarebbe la strada maestra che il pellegrino percorre senza esitazione, a piccole tappe successive, allietate dalla speranza di potere in fine raggiungere la desiata meta.

 

 

Noi non ci illudiamo che l’aver posto nei suoi termini esatti il problema da risolvere equivalga ad averlo risolto. Troppi sono gli ostacoli che alla esplicazione di un programma di Governo si oppongono, perché a noi non venga talora il dubbio che qualcosa di guasto vi sia nella sostanza medesima della macchina governativa e del meccanismo parlamentare, tale da costringerci a vivere di una vita di espedienti e di ripieghi. L’opera dei partiti costituzionali deve appunto essere rivolta a questo: a cercare il modo di rendere possibile la sostituzione di un programma di Governo pratico ed organico nello stesso tempo ai caduchi, frammentari e contraddittori programmi ministeriali.

 

 

Forse a raggiungere lo scopo sarà d’uopo riprendere in esame tutti i congegni della nostra vita pubblica ed indagare se essi corrispondano alle mutate condizioni politiche e sociali, alla composizione intrinseca delle popolazioni italiane, alle esigenze della vita nuova che alle tergiversazioni ed ai compromessi negativi della politica parlamentare vorrebbe sostituire un’azione più continua e pronta, non disgiunta da una più effettiva responsabilità dei governanti.

 

 

Il problema è arduo; agli uomini di parte costituzionale spetta il dovere di risolverlo.

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