Opera Omnia Luigi Einaudi

Programma nuovo e idee vecchie

Tipologia: Paragrafo/Articolo – Data pubblicazione: 23/08/1917

Programma nuovo e idee vecchie

«L’Unità», 23 agosto 1917

 

 

 

Il Consiglio generale dell’Associazione tra le Società italiane per azioni ha recentemente esposto quello che il maggior nostro quotidiano commerciale, Il Sole, ha intitolato «il suo nuovo programma». Che non solo nel giudizio altrui, ma nella convinzione altresì dei dirigenti dell’associazione si tratti di un nuovo programma, risulta chiaramente da parecchi luoghi del documento, in cui si accenna al nuovo indirizzo dell’associazione, e alle antiche idee, agli antichi idoli, ai sogni e metodi oramai vieti che usciranno trasformati, sconvolti e distrutti dalla guerra, che distrugge e che rinnova; e si parla di vecchie formule e di vecchie superate aspirazioni, le quali dovranno essere sostituite da nuove finalità; e si insiste sulla necessità di non lasciar disperdere i frutti della laboriosa e meravigliosa esperienza bellica, organizzando finalmente la classe produttrice per prepararla ad affrontare, con nuova coscienza e con rinnovata mentalità, i gravissimi problemi che l’avvenire prepara all’economia nazionale; e si vogliono banditi gli ingannevoli pregiudizi teorici che hanno oscurata la esatta visione dei problemi economici in Italia, applicando nuove concessioni e nuovi metodi alla loro soluzione.

 

 

Poiché, dopo aver letto attentamente il nuovo programma dell’Associazione, a me sembra che l’essenziale novità sua consiste nell’energia con la quale esso afferma di volere difendere antichi errori vedano i punti in cui l’opera dell’Associazione merita di essere sorretta dall’opinione pubblica e quella in cui deve essere combattuta.

 

 

Premettasi che la formazione di una associazione fra le società italiane per azioni, anzi, come sembra dover accadere, fra le società ed imprese industriali e commerciali di ogni specie è uno degli avvenimenti più importanti e più utili che si siano verificati in Italia negli ultimi tempi. Lo spirito di associazione è un fattore potentissimo di progresso; e come fu bene sorgessero le leghe operaie, le loro federazioni regionali e la Confederazione del lavoro, così è bene si siano costituite le leghe di industriali e la più grande associazione fra le società italiane. La collettività guadagna nel passaggio dalla difesa occulta, fatta per ciò di influenze individuali e talvolta corruttrici, degli interessi particolari, alla difesa palese, dichiaratamente fatta alla luce del sole, nei giornali di mestiere e di classe delle organizzazioni collettive dei medesimi interessi.

 

 

Ma perché credere e dire che questo sia un nuovo programma, inculcato improvvisamente da questa grande innovatrice che è la guerra, quando si tratta di idee antichissime, che hanno oramai la barba lunga come Matusalemme, e di metodi ben noti e già molto tempo innanzi alla guerra sperimentati con successo dagli operai e dalle varie loro leghe e federazioni? È deplorevole che gli industriali italiani abbiano aspettato la guerra per imparare che i politicanti rispettano solo i forti, i quali mostrano i denti; ma il ritardo nel far ciò che altri fece prima, non giustifica la pretesa di avere imparato chissà quale novità in un metodo che sempre è stato adeguatamente apprezzato da tutti i pratici di lotte politiche.

 

 

Così pure non si vede perché si debbano considerare come dovuti ad ingannevoli pregiudizi teorici tutti gli errori evidenti che finora si sono tollerati, ad es., nella politica tributaria.

 

 

L’Associazione chiede la tassazione sui dividendi effettivamente ripartiti, e non sui cosiddetti utili prodotti; ed ha sacrosantamente ragione. Ma anche qui, non si tratta di novità; e, se non erro, furono i tanto disprezzati teorici a dimostrare in passato, e ben prima dello scoppio della guerra, sulle riviste scientifiche e fra le altre, sulla rivista medesima dell’Associazione, che il metodo oggi seguito della tassazione degli utili prodotti era un errore scientifico e pratico, e doveva essere sostituito con la tassazione dei dividendi.

 

 

Nulla di più fastidiosamente ripetuto vi è in Italia delle querele contro il funzionarismo eccessivo e l’accentramento, che ora l’Associazione fa sue. Speriamo che l’Associazione sappia far trionfare le antiche idee dei funzionari pochi e ben pagati, responsabili individualmente verso il pubblico. Se così sarà, tutti ne saranno lieti e magari disposti a credere che si tratti di verità mai prima conosciute e fatte palesi improvvisamente dai bagliori rossigni della guerra.

 

 

Nel nuovo programma dell’Associazione vi sono però altri punti, su cui non sembra così pacifico il consenso; poiché invece di vecchie verità si tratta di vecchi luoghi comuni suscettibili delle più diverse interpretazioni, o di antichi errori che la guerra dà occasione di riverniciare a nuovo.

 

 

È una verità ma è anche un luogo comune che le sorti dei lavoratori e quelle degli impianti industriali sono solidali, entro certi limiti; che quanto è più la larga la torta, tanto maggiore è la fetta che ad ognuno dei commensali può spettare. Anche questa era una verità nota prima della guerra; ed anche allora si parlava di scuole professionali, di legislazione sul lavoro, di assicurazioni contro le malattie, gli infortuni, di pensioni di vecchiaia, di contratto di lavoro. Se la guerra avrà avuto la virtù di persuadere l’Associazione degli industriali da un lato e la Confederazione del lavoro dall’altro a collaborare insieme per la migliore organizzazione del lavoro nelle fabbriche, tanto meglio.

 

 

Non vorremmo però, tanta è la forza di quelle verità che sono anche luoghi comuni, che esse, forti di questa collaborazione battessero ancora e sopratutto quella via, che era stata talvolta preferita prima della guerra.

 

 

Ricordo che, anni fa, associazioni di operai ed associazioni industriali litigarono a proposito di non so quale legge assicuratrice, parmi quella sulle casse di maternità, per decidere quale delle due classi dovesse sopportare dell’onere la parte maggiore. Era un caso tipico di contrasto di interessi. Tutto ad un tratto si scopre che le due classi dovevano invece collaborare insieme, e si presentò questa nuova tendenza come un esempio perspicuo della larghezza, modernità di idee dei dirigenti le dianzi contrastanti ed ora cooperanti associazioni. Il guaio si fu che il succo della collaborazione fu che le due classi si misero d’accordo per accollare allo Stato, ossia ai contribuenti, ossia a terze persone, l’onere dell’assicurazione di cui esse dovevano beneficiare. Può darsi che la cosa fosse anche giusta e che si potessero fare dei ragionamenti corretti per dimostrare che la collettività doveva sopportare parte dell’onere dell’assicurazione. Ma è un po’ troppo presentare un ragionamento corretto, come un frutto dello spirito di collaborazione fra classi. Contro ad un caso di legittima traslazione sul pubblico, è probabile che in nove casi si tratti dell’accordo fra due prepotenti per scaricare sui deboli un peso che essi dovrebbero sopportare.

 

 

E questa, guerra o non guerra, non si chiama collaborazione, ma camorra di classi privilegiate contro a quelle disorganizzate.

 

 

Se la classe industriale vuol dimostrare sul serio il suo spirito di collaborazione, non deve limitarsi a chiedere ogni sorta di protezioni e di assicurazioni a favore dei propri operai; ma deve chiedere tutto ciò, sopratutto a sue spese, a favore di tutte le classi che si trovano nelle medesime condizioni.

 

 

Il lavoratore a favore di cui si chiedono tutte queste belle cose, chi è? L’operaio dell’industria, od anche il contadino? Il lavoratore manuale od anche l’impiegato privato od il piccolo artigiano indipendente od il professionista che vive del suo lavoro? Da chi saranno pagate le imposte con cui si farà fronte all’onere delle pensioni? Se le pensioni dovranno essere pagate solo agli operai dell’industria, coi denari forniti in notevole parte dallo Stato, ossia con le imposte pagate anche dai contadini, dagli impiegati privati, dai piccoli commercianti ed artigiani e dai professionisti, bisognerebbe concludere che la collaborazione di classe è un luogo comune utile per compiere atti di camorra di classe.

 

 

Se la pensione invece sarà universale, data a tutti quelli i quali avranno superata una certa età, e condizionata eventualmente, come in talune contrade si fa con molta pazienza, solo ad alcune prove oggettive di merito da parte del percipiente; e se le imposte relative saranno repartite su coloro che possono e debbono pagare secondo i criteri di giustizia vigenti nel paese, si potrà parlare di collaborazione di classe.

 

 

Tanto più e meglio se ne potrà parlare, se gli industriali e le loro associazioni non attenderanno unicamente ad inculcare allo Stato i risultati dei loro studi collaborazionisti; ma da sé ed a proprie spese fonderanno case operaie, sale di ricreazione, giardini d’infanzia, dopo scuola, scuole professionali; se promuoveranno casse di pensioni o di integrazione di pensione; se sussidieranno casse di disoccupazione; se cercheranno insomma, e senza attendere nulla in cambio, e senza richiedere agli operai la rinuncia ad alcuno dei loro principii di resistenza e di assicurazione di classe e di sciopero, di rendere la vita dei loro operai più bella ed elevata.

 

 

So bene che anche in Italia non pochi industriali e non poche società hanno compiuto un eccellente lavoro, in questo campo; ed attraverso ad amarezze grandi, ne hanno in definitiva ricavato benefici. Finora però costoro sono troppo pochi. La classe industriale è ancora composta di troppi arricchiti di fresco, e quindi naturalmente rozzi e poco colti. Uno dei campi in cui più utilmente potrà esplicarsi l’opera educativa dell’Associazione è quello dell’elevazione della cultura e della mentalità della classe industriale. Una classe di industriali colti, aperti, veramente moderni, privi di orgoglio padronale, pronti a trattare da uguale ad uguale con tutte le categorie dei propri impiegati e salariati è una classe che inspira affetto nei dipendenti e rispetto negli estranei.

 

 

La guerra sotto questo rispetto ha forse fatto compiere un passo indietro; poiché le fila degli industriali si sono arricchite di parecchia gente rozza, che concepisce la vita solo attraverso il denaro, che disprezza tutto ciò che non è denaro e ricchezza. Ingentilire ed ammorbidire tutti costoro; persuaderli che se hanno torto inescusabile le classi politiche ed intellettuali a guardare le classi industriali con sospetto, hanno ugualmente torto coloro che coll’industria traggono ricchezza a tenersi, per ciò che son ricchi, dappiù di coloro che ricchi non sono e che possono dare alla vita nazionale un contributo non minore per rilevanza e più fine per qualità: ecco uno degli scopi più utili di collaborazione di classe che l’Associazione si possa proporre.

 

 

Ripetute volte il nuovo programma parla delle classi industriali, che l’Associazione rappresenta, come delle classi produttrici; lasciando quasi vedere che le altre classi produttrici non siano. Non è con questo veramente vieto e frusto luogo comune che si contribuisce alla collaborazione di classe. Che cosa produrrebbero gli industriali, e non ci fossero nella società soldati, ufficiali, poliziotti, magistrati, insegnanti, medici, e persino avvocati? Tutti hanno egualmente diritto di chiamarsi produttori quando compiono un lavoro utile e richiesto; e di affermare che al metro di stoffa od al proiettile di cannone od al quintale di frumento hanno anch’essi contribuito, alla pari di chi materialmente li fabbricò con le sue mani. Poiché si contribuisce alla produzione anche creando l’ambiente giuridico ed intellettuale, senza di cui sarebbe follia ritenere che essa potesse svolgersi.

 

 

Ma la novità più vecchia e più sbagliata del programma dell’Associazione sta, come era facile prevedere, nell’impostazione del problema doganale. Tutto il resto sono aggeggi e contorni; li si finisce, nel problema doganale, quasi tratti a viva forza.

 

 

Di quest’argomento, consentano gli amici dell’Unità che io mi occupi in un altro articolo.

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