Programmi che sfumano

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 06/06/1901

Programmi che sfumano

«La Stampa», 6 giugno 1901

 

 

 

Le informazioni che ieri abbiamo pubblicato del nostro corrispondente parlamentare S meritano qualche commento. Secondo quanto si annuncia probabile, la discussione dei bilanci dell’istruzione, degli esteri e degli interni non finirà prima del 25 giugno.

 

 

A quell’epoca la Camera sarà stanca e vorrà prendere le vacanze; ed il Ministero non insisterà a far discutere i provvedimenti finanziari, perché ben sa che le modificazioni escogitate dal Wollemborg non sono tali da incontrare largo favore alla Camera e gli è noto come la Commissione dei nove sia ben decisa a respingere i provvedimenti emendati dopo aver respinto quelli originari.

 

 

Così la discussione tributaria sarà rimandata a novembre; e nel frattempo il ministro Wollemborg avrà dato le dimissioni. Questo il risultato definitivo di un programma di riforme non privo di una certa complessità ed audacia. Ancora una volta si rinvia la soluzione del problema ad epoca ulteriore, quando si saranno fatti nuovi e più maturi studi.

 

 

Né sembra che le varie frazioni in cui si divide la Camera siano malcontente della soluzione data allo spinoso problema. Non si lagna la parte conservatrice, la quale per bocca della maggioranza della Commissione dei nove, avea appunto altamente proclamata la necessità di nuovi e più ampi e più ponderati studi, ed avea inculcata la necessità di non turbare, per la troppa fretta di eseguire ampie riforme, l’equilibrio faticosamente raggiunto del bilancio.

 

 

Non si lagnano le frazioni costituzionali favorevoli al Ministero, perché vedono allontanata una discussione la quale potrebbe avere un esito pericoloso alla vitalità del Gabinetto presente.

 

 

E quel che è meraviglioso ancora, non si lamentano neppure i gruppi estremi, il cui compito principale è sempre stato sinora quello di proclamare ad ogni momento la assoluta necessità di procedere prontamente ad ampie e profonde riforme a sollievo degli umili. Quei socialisti che nelle adunanze domenicali dinnanzi al popolo plaudente fanno un quadro fosco delle innegabili ingiustizie tributario esistenti in Italia, e fanno votare degli ordini del giorno per l’abolizione di mezze le imposte attuali, quando vengono a discorrere dell’azione parlamentare del partito mutano parere. E si vede sulla Critica Sociale il Turati difendere il Ministero che « rispetta lo svolgimento normale, ossia civile e fecondo, della lotta di classe», e consolarsi facilmente della inerzia governativa rispetto alle riforme tributarie. Tanto riflette il Turati, il Ministero, «concedendoci libertà, fa quanto di meglio egli possa per il momento dare al Paese; e in compenso ben possiamo essere disposti a perdonargli le velleità tributarie, che si annunciano anfora, e poi, currenti rota, diventano orciuolo.» Parrebbe che quando tutti sono allegri e contenti in Parlamento, del pari allegro e contento debba essere il Paese.

 

 

Ma è qui appunto uno dei casi in cui si manifesta più spiccata la incapacità in cui spesso si trovano i parlamentari di comprendere la coscienza del popolo. Fuori la gente non si interessa affatto alle esigenze della schermaglia parlamentare.

 

 

L’uomo medio che ragiona col suo buon senso, vede e capisce una sola cosa: che da anni ed anni ogni Ministero salendo al potere si affretta a presentare un disegno di riforme tributarie, il qual disegno è criticato prima da una Commissione parlamentare e sepolto poi in un oblio profondo.

 

 

Stavolta pareva che le cose dovessero andare diversamente; e che almeno una discussione ampia si sarebbe avuta, promettitrice, se non di improvvise e mal meditate riforme, della buona volontà con cui Governo e Parlamento si occupano dell’importante problema. Ed invece anche questa volta si ripete la vicenda ben nota della messa in dimenticatoio.

 

 

Di qui l’uomo medio trae una conseguenza che potrà essere erronea, ma che gli uomini politici dovrebbero profondamente meditare: che cioè tutti alla Camera, ministeriali ed oppositori, conservatori, liberali ed estremi siano d’accordo nel prometter lungo e nel prometter lungo e nel mantener corto; e che vana sia la speranza di cavare qualsiasi costrutto dai programmi di riforme tributarie, il cui fato inesorabile è di non potere mai essere condotti in porto.

 

 

È questa una constatazione che gli uomini di ogni partito dovrebbero meditare. Poiché, se non si vuole che lo scetticismo, già così radicato verso le istituzioni parlamentari, dilaghi ancor più, è necessario che i partiti politici si persuadano della necessità di fare sul serio e di combattere virilmente per un ideale da raggiungere. Se si vuole la riforma tributaria è d’uopo lottare, per raggiungerla, con quegli avvedimenti bensì che la tattica parlamentare suggerisce, ma senza dimenticare la propria meta; e se non la si vuole è mestieri dirlo francamente.

 

 

Ma quale fiducia può ancora avere il Paese delle istruzioni parlamentari, quando vede dileguare, come nebbia in una mattina d’estate, quella parte del programma ministeriale, in forza della quale gli attuali ministri si sono impossessati del Governo? Avrebbe torto il Paese di pensare che i programmi servono soltanto per arrivare al potere!

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