Programmi e liste di candidati a Torino

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 18/06/1909

Programmi e liste di candidati a Torino

«Corriere della sera», 18 giugno 1909

 

 

 

Torino, 17 giugno.

 

 

(X.) Il periodo preparatorio delle elezioni comunali, indette nella nostra città per il 20 corrente, può dirsi sia ormai finito. I costituzionali ed i socialisti-popolari hanno pubblicato il programma che sarà la piattaforma delle elezioni ed hanno anche scelto i loro candidati. Quantunque la importanza reale dei programmi sia scarsa, in confronto a quella delle persone che sono chiamate ad attuarli, sarebbe difficile negare che tanto è sobrio, prudentemente innovatore, e informato a principi che possono essere attuati gradualmente e sicuramente quello dei costituzionali, altrettanto è altisonante, gonfio e sostanzialmente privo di contenuto attuabile senza pericoli quello dei socialisti. Sul problema tributario, che è il confluente di tutti gli altri problemi e che costituì la pietra d’inciampo dell’amministrazione Frola, i costituzionali in sostanza dicono che per rimediare agli errori del passato e per provvedere al fabbisogno non si ricorrerà più all’allargamento della cinta daziaria. Od almeno di allargamento si potrà parlare in avvenire, forse quando, per il crescere della popolazione nel suburbio, il problema diventerà di imperiosa risoluzione. Frattanto si farà appello alle classi più agiate e ricche perché provvedano a fornire, con un’imposta di famiglia, quel milione e mezzo o quei due milioni che sono necessari alle finanze municipali, anche per ridurre il numero e le tariffe del dazio consumo. Ed i socialisti che cosa dicono? Essi seguitano a promettere l’abolizione del dazio consumo, che fornisce l’80 per cento delle entrate torinesi, senza menomamente tentare di dimostrare con quali mezzi riusciranno a colmare l’enorme deficit. Tra i due programmi, l’uno dei quali promette di rimediare a poco a poco alle disuguaglianze maggiori del dazio consumo ed alle necessità del bilancio con la istituzione dell’imposta di famiglia, e l’altro minaccia di sconvolgere l’assetto finanziario della città, istituendo una imposta di famiglia molto più gravosa e aumentando a limiti esagerati la sovrimposta sui fabbricati (e quindi i fitti, anche e sovratutto per le classi meno abbienti), la scelta non può essere dubbia. Come pure non può essere dubbia la scelta tra il programma costituzionale, il quale vuole mettere in carreggiata le aziende industriali municipalizzate con troppa furia dall’amministrazione passata e vuole fondarne delle nuove solo ove ne sia dimostrata la convenienza, e il programma socialista, il quale seguita a sventolare la bandiera delle municipalizzazioni come fini a sé stesso, senza profondi studi preparatori, per il gusto di fare un dispetto – che qualche volta può essere un insigne favore – ai «capitalisti».

 

 

Se veniamo poi alle liste dei candidati, la differenza non potrebbe essere più profonda e tutta a vantaggio dei costituzionali.

 

 

I socialisti si sono accorti che, nell’impazienza di afferrare il potere, essi avevano dimenticato di essere senza uomini capaci di amministrare la complicata e grandiosa azienda municipale ed hanno steso la mano alla piccola pattuglia di radicali e repubblicani che a Torino non ha mai avuto neppure seguito ed è sempre stata composta di capi senza gregari e per giunta di capi non aventi seguaci tra la popolazione. Così è sorto, il blocchino socialista (58 nomi)-radicale (4 nomi)-repubblicano (2 nomi), a cui hanno dato poi il loro non chiesto e non remuneraio aiuto i giovinetti schiamazzatori delle associazioni sedicenti giovani monarchiche, cavourriane, pro-patria et rege, ecc., ecc. è un blocco senza la sostanza di esso, perché i radicali ed i repubblicani, consapevoli di non riuscire a raggranellare da soli 500 voti, ma rosi dal desiderio lungamente insoddisfatto del seggio consigliare, hanno consentito ad essere messi nella lista dei socialisti, affinché questi potessero gettare della polvere negli occhi degli elettori simpatizzanti e far loro credere che si tratta di votare per un partito non socialista, ma popolare. In realtà la lista del partito cosidetto «socialista» è una lista prevalentemente «borghese». Su 64 candidati, ve ne sono appena 20 che possono dirsi «operai», e sono: 1 operaio meccanico, 1 operaio dell’arsenale, 1 scultore in legno, 1 carrettiere, 2 decoratori, 3 metallurgici, 6 ferrovieri ed operai delle ferrovie e 6 tipografi. Accanto a questi vi è un gruppo di 4 dirigenti leghe ed associazioni operaie, cooperative, ecc.; che hanno ancora qualche legame con la classe operaia. Il resto è «borghesia», più o meno elevata, ma sempre borghesia. Il commercio ha 8 rappresentanti, di cui 5 negozianti, padroni di botteghe, commercianti, 1 commesso di negozio e 2 viaggiatori di commercio. La classe degli impiegati ha 4 rappresentanti, di cui 3 impiegati delle ferrovie. La classe degli impiegati ha 4 rappresentanti, di cui 3 impiegati delle ferrovie. L’ultimo gruppo, il più numeroso di tutti, è di professionisti: 1 pittore, 2 farmacisti, 2 ingegneri, 4 medici, 4 professori, 4 ragionieri ed 11 avvocati, in tutto 28 persone che col proletariato operaio non hanno nulla a che fare e che, salvo eccezioni, sono senza capacità tecniche specifiche ed inette ad amministrare con successo.

 

 

È da sperare che la cittadinanza torinese non vorrà dare il governo del Comune in mano a questi politicanti, notabili specialmente per la loro capacità a spacciare parole e promesse nei comizi. Ed è anche da augurarsi che i «simpatizzanti» non diano il loro voto a costoro, ma almeno lo rivolgano a beneficio di quelli fra i 20 operai genuini ed i 4 dirigenti leghe ed associazioni operaie che hanno dimostrato di conoscere davvero i bisogni della loro classe e di saperli validamente difendere con rettitudine e con coraggio.

 

 

Le «simpatie» degli ostinati a votare per spirito di fronda a favore dei partiti estremi e degli operai genuini non dovrebbero però avere altra efficacia all’infuori di quella di farli riuscire nella minoranza, ad esclusione degli amanti di chiacchiere; poiché gli elettori costituzionali hanno il dovere assoluto di votare intiera la lista costituzionale. Non è e non poteva essere una lista perfettissima; ma è assai migliore delle liste presentate dal partito costituzionale in passato, sia per l’esclusione di parecchi uomini di troppo avanzata età, sia per la felice scelta di parecchi nuovi elementi. Avrebbe giovato certamente un grosso taglio, di almeno la metà, sui 19 avvocati che vi entrano su 64 candidati; come pure si sarebbe potuto fare a meno della metà dei 12 tra senatori (9) e deputati (3) che vi sono designati. Gli avvocati per la facilità ad abbracciare le idee più opposte ed a immaginare i compromessi più assurdi tra proposte contraddittorie sono un elemento negativo nei consessi amministrativi; e per la stessa ragione sono dannosi gli uomini politici. Ma, fatta questa riserva, la lista costituzionale è felicemente riuscita. Oltre i 19 avvocati (i 9 senatori e 1 deputato non contano, perché rientrano in altre categorie, sovratutto in quella degli avvocati), vi sono 6 medici, 3 professori, 1 militare, 2 deputati, 1 banchiere, 2 esercenti, 5 commercianti, 13 industriali, 9 ingegneri, 1 operaio e 2 con professione non indicata. E fra essi vi sono alcune fra le più belle intelligenze di Torino, amministratori provetti e sovratutto tecnici abili e noti per indiscussa competenza. è questo il carattere più simpatico della nuova lista e che contribuisce maggiormente ad elevarne il livello. Fra i 13 industriali ed i 9 ingegneri vi sono persone in grado di veder bene in fondo alle iniziate municipalizzazioni ed a condurre a buon fine quelli che sono i problemi più importanti del momento presente. Tra le illustrazioni della scienza medica nel partito costituzionale si troveranno più facilmente le persone capaci di presiedere alla risoluzione del gravissimo problema ospitaliero. Per chi dunque non desideri far dare a Torino un salto nel buio, la scelta non può essere dubbia; ed è da credere perciò che nessun elettore di buon senso voglia dare l’amministrazione della città e delle opere pie in mano a gente che ispira così poca fiducia.

 

 

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