Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Progresso agrario ed agro romano

«Corriere della Sera», 27 agosto 1911

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 369-376

 

 

 

 

Se v’è parte del territorio nazionale atto a suscitare i nobili istinti riformatori dei fabbricanti di leggi quello è l’agro romano: una grande estensione di terreno semi-deserto, posto tutto attorno alla capitale d’Italia, quasi a farci vergognare di non aver saputo trarre, nemmeno dai terreni più vicini alla metropoli, gli alimenti necessari alla sua crescente popolazione. La redenzione dell’agro romano è infatti il sogno di tutti coloro che, essendo ignari della vita dei campi, propongono piani di colonizzazione interna, di quegli altri che reclamano cento milioni all’anno per il bilancio di agricoltura, quasiché i 100 milioni lasciati nelle tasche degli agricoltori non fossero di gran lunga più produttivi di 100 milioni affidati alla burocrazia agricola, di quelli ancora – e sono legione – i quali farneticano di 80 milioni giacenti inoperosi nelle casse del Consorzio nazionale, di 1.500 milioni riposanti inerti presso le casse postali di risparmio, ecc. ecc., e vorrebbero consacrarli a scopi che ad essi paiono di indicibile vantaggio nazionale, dimenticando che quegli 80, quei 1.500 e tutti quegli altri milioni supposti inerti sono invece investiti, in prestiti a comuni, allo stato, in costruzioni ferroviarie, ecc. ecc., ed occorrerebbe toglierli dagli usati impieghi per dedicarli ai nobilissimi intenti che ai riformatori, ragionanti su per le gazzette coi denari altrui, appaiono scandalosamente trascurati.

 

 

Gli aspiranti redentori, innanzi di protestare contro la ignavia dei latifondisti che lasciano incolti i terreni fertilissimi attornianti la capitale e contro la debolezza del governo, prima pontificio e poi italiano, che non ha mai saputo costringerli ad utilizzare la loro proprietà, avrebbero bene operato cercando anzitutto la risposta ad alcune domande modeste, ma elementari e doverose: che cosa è l’agro romano? Come sono utilizzati i suoi terreni? Perché sono utilizzati in questo e non in un altro modo?

 

 

Purtroppo, a queste domande non era possibile finora rispondere in maniera statisticamente precisa, e solo in questi giorni la pubblicazione del fascicolo terzo del volume VI del catasto agrario del regno d’Italia ci mette in grado di esporre qualche notizia esatta in argomento. Il fascicolo del Lazio è il primo saggio, in ordine di tempo, di quel catasto agrario che sarà, dopo finito, un grande vanto del ministero d’agricoltura e dell’insigne iniziatore e capo del servizio di statistica agraria, prof. Ghino Valenti. Al ministero di agricoltura furono fatti molti e spesso anche giusti rimproveri; gli sia data la meritata lode per avere stavolta messo the right man in the right place. Ghino Valenti è senza dubbio il maggiore scrittore di economia agraria che vanti l’Italia; e pochissimi all’estero possono stargli alla pari. Leggendo gli scritti suoi vengono in mente nomi di classici: Arturo Young, Lavergne, Thaer, Lambruschini, Jacini, ed altri sommi. Dell’aver scelto lui per organizzare il servizio di statistica agraria già si sono visti i frutti: vecchi errori intorno alla produzione di talune derrate agrarie, come le uve, corretti; vecchie e perniciose leggende, intorno ai terreni incolti, sfatate; il servizio italiano, prima inesistente, portato al livello dei migliori esteri, e per taluni rispetti, additato a modello dagli stranieri. Duole perciò di leggere nell’ultimo fascicolo delle notizie periodiche di statistica agraria che «l’ufficio, date le condizioni di perniciosa provvisorietà, in cui si trova, non ha potuto inviare così presto, come sarebbe stato desiderabile, il materiale e le istruzioni ai commissari e corrispondenti locali». Che si tarda dunque a dare stabilità a questo servizio, vera base di tutti gli altri servizi agricoli, se è vero che la conoscenza della realtà sia il fondamento dell’azione? Si sprecano o si vogliono sprecar milioni negli inutili e perniciosi cavalli di stato e si vogliono mettere ridicole tasse per frenare le cosidette stragi degli innocenti, e poi si nega stabile assetto a questo che dovrebbe essere la spina dorsale dei servizi a pro dell’agricoltura? Oggi che l’on. Nitti vuole, e bene a ragione, ricostituire il servizio generale della statistica, non dovrebbe altresì tardare ad assicurare definitivamente le sorti di un servizio speciale, che ha trovato, fatto rarissimo, l’ottimo fra i capi, che possiede collaboratori zelanti, innamorati del loro compito, che ha saputo conquistare la fiducia degli agricoltori, che pubblica statistiche desiderate, lette, commentate e sovratutto ritenute vere ed imparziali, non fabbricate a servizio di un partito politico o di una classe sociale. Certo, le statistiche del Valenti non sono preordinate al fine di giustificare questa o quell’altra proposta di legge, utile ad una o ad altra fazione politica od elettorale. Certo esse tendono, per la verità che se ne sprigiona e non per alcuna intenzione preconcetta, a consigliar prudenza nella fabbrica di leggi, questo primissimo tra i flagelli dei tempi nostri. Basterebbe un siffatto risultato a legittimare il desiderio vivo degli agricoltori di vedere sistemato un servizio che pubblica notizie così preziose, feconde di insegnamenti cotanto utili all’agricoltura se non ai politici agricoli.

 

 

Come è coltivato l’agro romano, secondo il catasto agrario? Ecco un quadro sommario, in cui ai dati, assoluti e percentuali, per l’agro ho aggiunto, per facilità di comparazione, i dati percentuali relativi a tutta l’Italia.

 

 

Superficie destinata

alla produzione agraria e forestale

 

Agro romano

Regno

ettari

 

%

%

Seminativi semplici

54.335

28,7

26,7

Seminativi con piante legnose

865

0,5

25,2

55.200

 

29,2

51,9

Coltura specializzata di piante legnose

 

2.720

1, 4

5,7

Boschi, compresi i castagneti

17.305

9,1

17,3

Prati e pascoli permanenti

113.971

60,3

21,2

Incolto produttivo

3,9

186.196

 

100

100

Superfice agraria e forestale

189.196

91,7

91,9

Superfice improduttiva

18.266

  8,3

  8,1

Superficie territoriale

206.462

 

100

100

 

 

Lo specchio si divide in due parti una inferiore che distingue nell’intiera superficie dell’agro romano di 207.462 ettari la parte che è vera superficie agraria e forestale (189.196 ettari) da quella che è superficie improduttiva (18.266 ettari); ed una superiore che specifica le varie colture della superficie agraria. Dicesi improduttiva quella superficie che è occupata dai fabbricati, dalle acque e strade, dalle ferrovie e tramvie e dagli sterili per natura, ossia dai terreni assolutamente improduttivi (rocce, ghiacciai, spiaggie del mare, ecc.). Una parte di questi terreni, come altresì di quelli coperti dalle acque dei laghi e delle paludi potrà, mediante bonifiche, essere in avvenire destinata all’agricoltura. Per il momento però essi sono assolutamente improduttivi e non possono essere compresi nella superficie agraria e forestale, perché, nemmeno colla miglior buona volontà potrebbero essere coltivati. Di terreni improduttivi l’agro romano, del resto, contiene una percentuale non dissimile (8,3 contro 8,1%) da quella che si ha in media in tutt’Italia.

 

 

Se passiamo alla superficie agraria e forestale propriamente detta, una prima osservazione si può fare. Nell’agro romano, come anche in tutto il Lazio, non esistono terreni incolti; non esiste nemmeno quello che il catasto chiama incolto produttivo, terreno non coltivato, offrente un qualche prodotto spontaneo utilizzabile, che figura per il 3,9% della superficie del regno. Con ciò non si vuol dire che l’agro romano sia meglio coltivato della media italiana, perché probabilmente nell’agro si preferì qualificare pascolo permanente ciò che altrove forse è stato chiamato incolto produttivo. Vuolsi però notare che l’agro romano non è meno utilizzato del resto d’Italia, se anche i suoi terreni peggiori possono essere qualificati come pascoli.

 

 

Astrazion fatta dai terreni incolti, che non esistono, la fisionomia agraria dell’agro romano è data da due fatti caratteristici: il grande predominio dei prati e pascoli permanenti (60,3% contro 21,2 per il regno) e la scarsità dei seminativi con culture specializzate di piante legnose e di boschi. Io non dirò che nulla vi sia di imperfetto in questo quadro. Tutt’altro. Sebbene in una regione di pianocolle, come l’agro romano, una soverchia estensione di boschi non giovi, pure la percentuale di essi potrebbe crescere utilmente al di là del 9,1%, specie sulle rive dei fiumi, sui dossi dei colli, ecc.; come pure appare scarsa assai la cultura specializzata e promiscua di piante legnose. Ma qui occorre fare una distinzione capitalissima: tra l’indirizzo generale dell’economia agricola di un paese ed i perfezionamenti che in questa economia si possono compiere, fermo restando l’indirizzo generale. Certo i perfezionamenti di cui è suscettibile l’agricoltura dell’agro romano sono numerosi ed indefiniti; sia lecito però, contrariamente all’opinione ancora dominante, sebbene per fortuna non più universale, affermare che l’indirizzo dell’agricoltura nell’agro romano è buono, sano, conforme alle esigenze dell’agronomia e dei consumi nel momento attuale, mentre è erroneo e malsano l’indirizzo medio della agricoltura in Italia.

 

 

Il contrasto dei due indirizzi spicca da poche cifre di confronto:

 

 

Agro romano

Regno

Seminativo %

29,2

51,9

Prati e pascoli %

60,3

21,2

 

 

Pochi seminativi nell’agro e molti nel regno; molti prati e pascoli nell’agro e pochi nel regno: chi non vede che l’agro romano ha evitato il difetto massimo dell’agricoltura italiana, ossia l’eccessiva importanza data ai cereali e il difetto delle culture miglioratrici dei prati e pascoli? L’Italia coltiva troppo grano ho scritto su queste colonne; e dopo molte polemiche fu riconosciuto che l’affermazione era vera. Noi dedichiamo una estensione eccessiva di terreno ai cereali e perciò produciamo poco grano, coltivandolo male sui terreni cattivi e difettando di bestiame e quindi di concimi animali fecondatori, per la scarsezza dei prati e pascoli. Occorre restringere i campi ed allargare i prati.

 

 

Se questa è verità certa, chi dunque può negare che l’agro romano addita la via sulla quale deve porsi risolutamente l’agricoltura italiana, specie quella meridionale, se vuol ritrovare l’equilibrio tra i diversi fattori produttivi? In una monografia, dettata dal Valenti su L’Italia agricola dal 1861 al 1911 per la nota grande pubblicazione cinquantenaria dell’Accademia dei Lincei, leggonsi queste parole, le quali a me paiono il succo di tutto il programma agrario italiano nel prossimo quarto di secolo:

 

 

Il paese nostro, si dice, è predestinato a divenire il grande frutteto, il grande orto, il grande giardino d’Europa. Se non che qui, pur designandosi un fine che dobbiamo proporci, si commette, come spesso accade, un grave errore di misura. Non si pensa che, quand’anche noi destinassimo alla orticoltura e alla coltura intensiva delle piante legnose un milione di ettari in più, noi già avremmo tanto da inondare i mercati d’Europa dei nostri prodotti, senza esito certo. Va riflettuto che una trasformazione di tal fatta è subordinata alle esigenze della produzione e del consumo estero e del contemporaneo sviluppo di molte industrie agrarie, onde non si ricada negli errori che abbiamo già commesso per riguardo alla viticoltura. La coltura delle piante legnose, l’orticoltura, il giardinaggio costituiscono elementi preziosi d’integrazione dell’economia agraria nazionale e rappresentano un nostro fortunato privilegio di cui dobbiamo saper approfittare; ma non sono elementi di sostituzione delle altre colture principali. Oggi noi coltiviamo 4 milioni e 700.000 ettari a frumento, e da tale superficie non ricaviamo che circa 50 milioni di quintali di granella. Il giorno in cui ci limiteremo a coltivare non più di 3 milioni e mezzo di ettari, ritraendone normalmente 70 milioni di quintali ed alleveremo, in pari tempo, un terzo di più del bestiame che oggi alleviamo, quel giorno l’equilibrio sarà ristabilito, e l’Italia agricola volgerà sicuramente verso il suo destino, provvedendo adeguatamente ai bisogni della nazione, col produrre le derrate più essenziali, e verso il suo arricchimento, coll’esportazione di quei prodotti della terra e dell’industria agraria, che sono una speciale prerogativa del nostro suolo e del nostro clima.

 

 

Del non aver visto che, sia pure per circostanze particolari, e sovratutto per le necessità dell’industria armentizia, i proprietari e gli affittavoli dell’agro romano avevano scelto un indirizzo agricolo buono ed additabile ad esempio ad altre molte regioni d’Italia, derivarono gli scarsi frutti ottenuti fin qui dalle leggi per la bonifica dell’agro. Legislatori ed amministratori, avendo visto in altre regioni campi produttori di 25-30 quintali di frumento all’ettaro, marcite stupende, prati irrigui, si persuasero che nell’agro romano si potesse fare altrettanto e che fosse possibile l’introduzione della cultura intensiva solo perché il terreno è in parte fertile ed è vicino ad un grande mercato di consumo. Il catasto agrario dimostra che le trasformazioni agricole non si improvvisano e sovratutto non si possono imitare gli esempi del di fuori senza prudenti e sapienti adattamenti alle esigenze locali. Dopo trent’anni di legislazione e dopo molti milioni spesi sono appena 9.685 gli ettari ridotti a cultura intensiva su una superficie agraria di 189.196 ettari e totale di 207.462.

 

 

Se si pensa che, di quei 9.685 ettari, quasi 3.000 sono occupati dalle ville e giardini e dalle vigne del suburbio e quasi 1.500 ettari dagli orti, si vede che fin qui la bonifica ha toccato appena 5.000 ettari. Dopo tanto discorrere di introdurre nell’agro l’azienda irrigua lombarda, appena 18 ettari si ridussero a marcita ed oggi di essi solo 15 si mantengono fedeli al sistema. Il prato artificiale irriguo in tutto l’agro non occupa che ettari 500 ed il prato artificiale asciutto ettari 1.100.

 

 

Coloro i quali predicano l’urgenza di grandi trasformazioni dimenticano che la terra cangia aspetto e natura solo attraverso i secoli e con spese ingenti e perseveranti. Fu calcolato che il sistema irriguo della bassa Lombardia abbia costato in antico non meno di un miliardo di lire, accumulate sopra una superficie di circa 900.000 ettari. Si sa che nel basso bolognese i terreni ottenuti per via di colmata e sistemati in poderi costarono fra 1.500 e 2.000 lire all’ettaro per spese di sistemazione. Se tali trasformazioni si volessero intraprendere oggi, e compiere di un subito, come i riformatori vogliono, dato l’elevato prezzo attuale della mano d’opera, costerebbero immensamente di più e forse non tornerebbe conto l’eseguirle.

 

 

Nessuno vuole che l’agro romano rimanga in perpetuo nelle condizioni attuali. Vuolsi soltanto che il progresso si compia sul fondamento delle esigenze reali dell’economia paesana, non di elucubrazioni dottrinali da gabinetto. Poiché l’economia dell’agro è utilmente indirizzata verso il prato e il pascolo, sarà bene che lo stato cooperi a rendere prato e pascolo vieppiù produttivi, con le opere fondamentali di bonifica, con le strade, con l’istruzione diffusa tra i contadini, ed in casi eccezionali con gli aiuti alle costruzioni di case coloniche e di stalle per il cresciuto bestiame. Quest’azione è legittima, perché lo stato in tal modo fa cose che rientrano nei suoi fini propri di cultura, di viabilità, di sicurezza, o di difesa contro la malaria o che in ogni modo non sarebbero compiute dai privati per l’altezza proibitiva del costo.

 

 

È probabile, per non dire certo, che a profittare di questi miglioramenti generali dell’ambiente agrario penserà spontaneamente l’interesse privato. Il prezzo delle carni e dei latticini è cresciuto tanto e la domanda ne è così intensa che già ora la produzione agricola dell’agro ne è grandemente stimolata. L’emigrazione dei contadini meridionali nelle Americhe è stata causa di un aumento inopinato nella richiesta di cacio pecorino da quei paesi. Gli emigranti conservano i gusti paesani e li vogliono soddisfatti, cosicché la esportazione dei formaggi dall’Italia, da 118.000 quintali nel 1900, è salita a 260.000 nel 1910, principalmente per la richiesta del pecorino, giunto a prezzi elevati. Questo fatto economico, in apparenza così modesto, ha contribuito, come ben nota il Valenti, a fare sfruttare al massimo la potenzialità produttiva dell’agro romano ed ha indotto i mandriani, poi che videro l’impossibilità di mantenervi una mandria di più, a varcare il mare e recarsi in Sardegna, ove, coll’impianto di caseifici e coll’offerta di prezzi assai convenienti per il latte, stanno ora promuovendo un benefico arricchimento agrario. Quel che per la Sardegna ed il Lazio non ottennero innumere leggi, operò l’umile cacio pecorino. Perché non aver fede che, ove il legislatore si limiti ad apparecchiare ed effettivamente apparecchi le condizioni elementari del progresso agrario, proprietari ed agricoltori sapranno spontaneamente trovare i mezzi di arricchire se stessi e l’agricoltura patria?

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