Proibire le lotterie

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 10/01/1924

Proibire le lotterie

«Corriere della Sera», 10 gennaio 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 544-546

 

 

 

Le discussioni intorno alla lotteria della Scala hanno anche un aspetto economico e finanziario, accanto a quello giuridico. La nobiltà dello scopo che si propongono le lotterie in genere e quella della Scala in modo particolare, è fuori discussione. Si tratta quasi sempre di istituzioni aventi un fine pubblico, le quali non possono vivere con i proprii mezzi, che lo stato non può o non deve o non vuole mantenere, che la beneficenza privata non soccorre a sufficienza. Chiedono allora l’autorizzazione ad emettere una lotteria.

 

 

Ci fu un tempo in cui si era giunti al punto da emanare una legge per vietare le lotterie in modo assoluto. Le eccezioni ammesse in quella legge per le lotterie già approvate da leggi precedenti, furono malauguratamente feconde di nuove eccezioni; sicché oggi, sia o non sia abrogata la legge proibitiva, le lotterie imperversano più che mai. I motivi della legge proibitiva erano gravi:

 

 

  1. Le lotterie private sono le concorrenti del lotto di stato. Si può dare quel giudizio che si vuole del lotto di stato; ma, finché esiste, l’erario ha il dovere di difendersi. Questo motivo oggi è cresciuto di importanza, poiché non si tratta più di difendere solo il lotto, che moralmente è da quasi tutti ritenuto riprovevole; ma altresì le emissioni, non destinate a cessare tanto presto, di buoni del tesoro a premio. Se vogliamo consolidare i 24 miliardi di buoni ordinari a tre, sei, nove e dodici mesi, bisogna ricorrere ad altre emissioni di buoni a premio. Se si può correre la sorte di diventare milionari con un biglietto da 5 lire, a che pro risparmiarne 500 per comperare il buono?

 

 

  1. Le lotterie, qualunque sia il fine santo che si propongono, lo raggiungono malamente, diffondendo con una propaganda ognora più insistente e suggestiva, l’idea che si possa facilmente diventare ricchi con poca spesa. Nulla vi è di più dannoso allo spirito di risparmio ed alla elevazione delle classi popolari e medie di questo eccitamento a buttar via le 5 e le 10 lire. Non è vero che chi compera il biglietto, lo faccia per compiere un’opera buona. Il movente è la speranza dell’arricchimento. Col buono del tesoro i risultati sono assai diversi. Bisogna fare uno sforzo non piccolo di risparmio per accumulare 500 lire; e queste non sono perdute, ma fruttano interessi ed a suo tempo saranno rimborsate. Molti, che non avrebbero risparmiato mai, mettono da parte a frusto a frusto le 500 lire per la speranza del milione. Il milione tocca ad uno solo all’anno; ma gli altri conservano le 500 lire, ne godono gli interessi, apprezzano il vantaggio del risparmio e accumulano altre somme. Il buono del tesoro a premio è un vero pioniere del risparmio. Lo stato non può tollerare senza danno suo e dell’elevazione economica del paese la concorrenza delle lotterie private.

 

 

  1. Quanto costano le lotterie? È stato fatto il conto delle somme spese dai giocatori e del reddito netto degli enti beneficati? Se i giocatori spendono 100 e gli enti incassano 50 o forse meno, la differenza non è forse un puro spreco, il quale non va a vantaggio di nessuno?

 

 

  1. Non è vero dunque che le lotterie siano un mezzo di fare del bene senza spese per l’erario. La spesa c’è ed è la perdita derivante dalla concorrenza all’erario; ed a questa spesa si aggiunge il falso costo, che spesso è fortissimo, della organizzazione della lotteria. È il solito sistema, contro il quale non si griderà mai abbastanza, di raggiungere un fine benefico senza fare diretto ed esclusivo appello alle sottoscrizioni volontarie date per quel preciso scopo od agli stanziamenti di bilancio fatti dopo aver discusso l’utilità della spesa. E non si dica che a scrivere contro le lotterie si è nemici della Scala (la cui lotteria già chiusa, del resto, è ormai praticamente fuori causa) o di qualche altro meritorio ente di beneficenza o di cultura o di patriottismo. Ma no. Ma no. Si vuole soltanto che il mezzo scelto per fornire i fondi ad alte istituzioni sia anch’esso degno ed alto.

 

 

Il problema degli enti di cultura e di beneficenza è un problema gravissimo che non si risolve con le lotterie. Su di essi è caduto in pieno il disastro della svalutazione monetaria. Avevano redditi in lire, che sono rimasti invariati e si sono ridotti ad un valore effettivo minimo. Gli stanziamenti dei bilanci pubblici non sono cresciuti in proporzione al minor valore della moneta. Per somma sciagura, questi enti, i quali possedevano un patrimonio immobiliare, l’avevano venduto o furono obbligati a venderlo in passato, quando i legislatori e gli amministratori avevano la fobia delle case e dei terreni.

 

 

Quegli enti, che ancora conservavano qualcosa di solido, credettero di fare, nel dopo – guerra, un gran colpo appena i prezzi cominciarono a salire. I patrimoni, ridotti a lire – carta si rimpicciolirono a vista d’occhio.

 

 

Io credo che occorrerebbero due leggi proibitive: una per vietare, salvo casi eccezionalissimi, da scrutare con somma cautela, agli enti di cultura e di beneficenza di alienare il loro patrimonio immobiliare; l’altra per vietar loro di tentare la sorte delle lotterie.

 

 

Bisogna porre agli italiani il problema nella sua crudità: volete che istituzioni grandi che formano la gloria della nazione e della città vivano o muoiano? Se volete che vivano, pagate con sottoscrizioni volontarie o con stanziamenti chiari di pubblici bilanci. Costringere queste istituzioni gloriose a solleticare la passione del giuoco, a diseducare il popolo, a cui beneficio son sorte, non è degno d’un grande paese.

Torna su