Proibizionismo vecchio e nuovo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VII

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 24/04/1924

Proibizionismo vecchio e nuovo

«Corriere della Sera», 24 aprile 1924

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.VII, Einaudi, Torino, 1963, pp. 687-690

 

 

 

Le notizie che vengono dagli Stati uniti intorno alla ostinazione del senato americano nell’inasprire i divieti contro gli immigranti europei e principalmente contro quelli provenienti dall’Europa meridionale ed orientale, sembrano scoraggianti. Quando tornerà a prevalere oltre Atlantico uno spirito di nazionalismo meno geloso e quando la politica dei sindacati operai apparirà meno esclusivista?

 

 

Non bisogna disperare, risponde il Seligman, professore di economia politica alla università di Columbia, uno studioso tra i più ascoltati negli Stati uniti, dove con una propaganda scientifica di decenni riuscì a persuadere elettori e legislatori ad approvare nientemeno che un emendamento (il sedicesimo il quale autorizza il governo federale ad applicare l’imposta sul reddito) alla costituzione. Gran vanto, laggiù, per un professore di essere reputato il maggior responsabile morale di un emendamento alla costituzione!

 

 

In un recente discorso accademico, il Seligman ammonisce a non considerare sempiterno il presente momento sentimentale antiimmigratorio. Nella storia degli Stati uniti le febbri gingoiste – come chiamano là lo sciovinismo o nazionalismo – sono di breve durata. Già nel 1751 Beniamino Franklin esclamava:

 

 

«perché gli orsi del Palatinato dovrebbero popolare le nostre colonie e diffondere il loro linguaggio e le loro maniere ad esclusione delle nostre? Perché la Pennsilvania, fondata dagli inglesi, dovrebbe diventare una colonia di forestieri, che in breve ora diverrebbero così numerosi da germanizzarci, invece di essere anglicizzati da noi?»

 

 

Non essendo abituati a vivere liberamente, i tedeschi immigranti, per lo più i più stupidi della loro nazione, faranno un uso «immodesto» della libertà sì da rendere «precarie» anche le nostre forme di governo. Trent’anni dopo, Jefferson, destinato a diventare presidente dell’Unione, amplificava i timori di Franklin:

 

 

«Il nostro governo risulta dalla fusione dei più liberi principii della costituzione inglese e di quelli derivanti dal diritto e dalla ragion naturali. Gli emigranti porteranno con sé invece i principii dei governi assoluti di cui si sono imbevuti nella prima giovinezza; e, se tenteranno di liberarsene, sarà in cambio di una licenza senza freni».

 

 

Più tardi, egli si chiede ancora «se sia desiderabile per noi di accogliere i dissoluti e demoralizzati artigiani delle vecchie città d’Europa».

 

 

Franklin e Jefferson erano passati da tempo e nessuna delle sciagure da essi profetizzate erasi avverata, quando verso il 1830 sorge un movimento detto nativista o degli americani nativi d’America, rivolto dapprima contro gli inglesi, poi contro gli irlandesi e finalmente contro i tedeschi. In una lettera al sindaco di New York un «nativo» nel 1837 chiede: «Sia il nostro paese l’asilo dell’umanità oppressa, non la sentina di uomini vili e cattivi». Tumulti e rivolte scoppiano nel 1834 a New York, nel 1837 a Boston ed a Cincinnati contro gli immigranti.

 

 

Esauritosi dopo il 1840 il movimento nativista, sorge dopo il 1850 un altro movimento detto del «noi non sappiamo niente», il quale combatte in genere i cattolici e in particolar modo gli irlandesi. Un membro del congresso nel 1854 inveisce contro il «rifiuto delle galere e delle prigioni scaricato in una fetida corrente di corruzione e di delitto» sul sacro suolo americano; dimenticando che nel secolo diciottesimo il Maryland e il Virginia erano in parte stati popolati da galeotti. Anche il movimento del «noi non sappiamo niente» sfuma da sé, dinanzi all’imperioso bisogno di nuove genti per popolare l’America ed utilizzarne le immense risorse; per essere seguito, a distanza di tempo, dalla campagna contro i gialli che finisce per escludere completamente cinesi e giapponesi dagli stati delle coste del Pacifico, da quella delle leghe dei lavoratori contro la concorrenza degli europei lavoranti a basso prezzo e del Ku-Klux-Clanismo che vuol purgare il suolo nativo da cattolici e da ebrei. Gli Stati uniti si trovano oggi sul culmine di una ondata di esclusivismo nazionalista, simile nella sostanza, sebbene diversa nella forma, da quella che tiene agitati i popoli europei. Ma la xenofobia odierna non pare in generale meglio fondata e quindi più duratura di quella di un tempo. Gli argomenti religiosi e politici e sociali appaiono semplici pretesti. La società americana, vivacissima ed assimilatrice, elimina prontamente i germi di dissoluzione che possono essere importati dall’Europa dai credenti in fedi estremiste, contrarie allo spirito di tolleranza religiosa e di libertà politica connaturato con la società americana. Le statistiche le quali farebbero credere gli immigranti dediti al delitto ed al vizio sono sprovvedute di attendibilità. L’obiezione economico – sociale, secondo cui gli immigranti abbasserebbero, con l’offerta di lavoro a basso salario e con abitudini sociali meno elevate, il livello di vita e di coltura della popolazione nativa, fu già confutata nel 1852 da uno scrittore non benigno verso la razza celtica, di cui allora principalmente si discuteva, lo Hale:

 

 

Se gli stranieri fossero una razza superiore, ce ne potremmo lamentare. Essi si eleverebbero al disopra di noi e ci schiaccerebbero. Ma ciò non è. Noi siamo qui, bene organizzati e bene educati, padroni della terra, una razza dinnanzi alla quale ogni altra sinora si è inchinata. La cosa più probabile è che i sopravvegnenti ci spingano in su. Essi, essendo di razza inferiore, vanno in fondo; e il risultato è che noi tutti, vecchi americani ci solleviamo appunto perché essi stanno al disotto.

 

 

Bisogna prendere queste parole non nel loro significato letterale, ma in quello storico. Letteralmente esse sono l’espressione dell’orgoglio per cui ogni popolo considera se stesso come il prototipo ed il fiore dell’umanità. Storicamente, esse vogliono dire che i nuovi arrivati non danneggiano gli antichi abitatori del paese di immigrazione; anzi li avvantaggiano, perché consentono loro di elevarsi nella scala sociale, di attendere ai compiti più alti e più fruttuosi di dirigenti della vita politica, sociale ed economica, abbandonando i compiti più umili ai nuovi venuti. A lor volta fra una generazione o due, i figli dei nuovi venuti, saranno divenuti anch’essi nativi, orgogliosi e, saliti nella scala sociale, non disdegneranno l’aiuto di nuovi strati di immigranti.

 

 

Se qualcosa è cambiato oggi in confronto a ieri, non si sa se sia mutato in peggio od in meglio. In peggio, vi è la scomparsa delle sterminate terre vergini le quali erano una valvola di sicurezza per la stabilità sociale della società americana. Terre libere, facilmente appoderabili non esistono più. I nuovi venuti non possono, dopo un breve tirocinio, aggregarsi, quasi senza toccarla, allato alla vecchia società, producendo nuove derrate su un suolo non mai prima coltivato, e creando una nuova gradita domanda ai prodotti dell’industria. Bisogna che i nuovi venuti entrino dentro nella società, diventino parte di essa, si mettano in concorrenza con gli operai, con gli agricoltori che sono già a posto e temono perciò la concorrenza dei bassi salari degli europei. Il problema, tuttavia, non ha mutato natura. Non ci sono più terre libere; ma ci sono ancora terre da migliorare, energie naturali da utilizzare, industrie da sviluppare. Dove oggi vivono 100 milioni di americani, possono viverne 300 o 400 milioni. Presto o tardi gli americani si accorgeranno che, per poter sfruttare le immense risorse del loro territorio e per non diventare un piccolo popolo in confronto il mondo giallo riorganizzato, essi devono crescere di numero. Di tutte le antiche e nuove restrizioni all’immigrazione, resterà solo ciò che è ragionevole: la scelta fra gli emigranti, così da escludere gli analfabeti, gli incapaci, gli anormali. Il Seligman afferma che la selezione dovrà avvenire nei paesi d’origine e non negli Stati uniti; il che, bene interpretato, è indice del «meglio», che è insito nella nuova posizione del problema dell’emigrazione oltreoceanica. Se gli italiani vogliono tenersi pronti per il giorno in cui al proibizionismo nazionalistico assoluto d’oggi succederà negli Stati uniti un più riflessivo studio dei proprii interessi permanenti, bisognerà che essi abbiano fugato dalla casa propria l’analfabetismo, e preparato una generazione di contadini ed artigiani esperti. Bisogna che agli americani sia tolto ogni pretesto per la distinzione antipatica, e che noi sappiamo contraria a giustizia, tra italiani del nord ed italiani del sud, la quale tenacemente si conserva nelle statistiche di quel paese. Molto si è fatto e si va facendo in tal senso; ma gli sforzi debbono intensificarsi, perché questa è la sola nostra via di azione.

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