Protezione alle barbabietole od allo zucchero?

Tratto da:

Lo scrittoio del Presidente

Data di pubblicazione: 01/01/1956

Protezione alle barbabietole od allo zucchero?

Lo scrittoio del Presidente (1948-1955), Einaudi, Torino, 1956, pp. 184-196

 

 

 

Supponiamo che a Cuba, od in qualche altro paese del mondo dove si produce zucchero di canna, esistano negri od indiani volenterosi di prestare la loro opera gratuita, cibandosi di frutti selvatici naturali o prendendo con le loro mani animali od uccelli pronti a lasciarsi mangiare senza fatica. I lavoratori dei terreni coltivati a canna da zucchero siano cioè disposti a prestare la loro opera senza ricevere alcun salario. D’altro canto i proprietari ed imprenditori dei terreni di canna da zucchero per ipotesi possano essere considerati dei perfetti filantropi, i quali non richiedano alcuna remunerazione per la concessione dell’uso dei loro terreni e del loro lavoro direttivo. Alla pari dei negri lavoratori costoro hanno altri mezzi di sussistenza. Se fanno dei viaggi in Europa ne traggono i mezzi da forzieri colmi di pietre preziose accumulate in passato e destinate a tali fini voluttuari. Si supponga anche che costoro non debbano pagare un centesimo di imposta né a municipi, né allo stato; che non esistano spese di assicurazione sociale o di altra specie. Fatta tale ipotesi è chiaro che la canna da zucchero può essere consegnata da carrettieri – anche essi pronti a non ricevere nulla e che essendo negri vivono di bacche selvatiche ed i loro cavalli pasturano liberamente per le foreste -gratuitamente agli zuccherifici. Non mi occupo di quel che accade da quel momento in poi perché devo supporre che i costi della trasformazione della canna da zucchero in zucchero raffinato non siano inferiori ai costi della trasformazione della barbabietola italiana nello stesso zucchero raffinato della medesima qualità. Una ipotesi diversa è assurda essendo inconcepibile che un’industria la quale data dal decreto di Berlino del 21 novembre 1806 con cui Napoleone proclamava il blocco continentale, non abbia saputo fare in questo quasi secolo e mezzo le ossa e abbisogni ancora di protezione. Sarebbe uno scandalo inaudito se ciò accadesse; e tutto ciò che si sa e si intuisce intorno alla condizione finanziaria degli zuccherifici fa ritenere che lo scandalo non ci sia.

 

 

Dobbiamo quindi preoccuparci esclusivamente del problema politico sociale di conservare la cultura delle barbabietole in Italia su una determinata superficie di terreno. Data la premessa da cui si parte – che gli zuccherifici ricevano gratuitamente, a costo assolutamente zero, la barbabietola – è evidente che qualcun altro deve rimborsare ai coltivatori il costo della produzione delle barbabietole. Occorre naturalmente fare una ipotesi relativa alla superficie da coltivarsi. Se l’ipotetico altruista è disposto a rimborsare il costo marginale della cultura, egli sa però che altro è il costo marginale ove si supponga che la cultura si estenda a centomila ettari, ed altro quello probabile nell’ipotesi che la cultura si estenda a centoventimila, ovvero a cifre ancor superiori, per esempio centocinquantamila o duecentomila ettari. Si può essere filantropi fino a centomila e non oltre, ben sapendo che il costo marginale cresce a mano a mano che noi vogliamo estendere la cultura delle barbabietole a terreni sempre meno adatti ad essa. Supponiamo che l’ente o persona disposto al sacrificio intenda pagare il costo del centoventimillesimo ettaro e non più, e supponiamo anche che la opinione pubblica si sia persuasa che non si può andare più in là nel chiedere sacrifici. A questo limite di centoventimila ettari, il costo marginale si supponga essere x. È ovvio che l’altruista pronto a mettere mano alla borsa è unicamente il signor Pantalone. Egli è disposto a pagare ai coltivatori in luogo degli zuccherifici tutto x e non un soldo al di là di x. A quanto ammonti questo x lo dovrebbero dire i tecnici; anche qui si può fare l’ipotesi di trovare quell’araba fenice di un tecnico il quale non si lasci imbrogliare dal produttore marginale pronto a raccontargli che il costo invece di essere . Si possono fare tanti ragionamenti in circolo per dimostrare che il costo del centoventimillesimo ettaro è ; si può supporre ad esempio un determinato saggio di reddito sul valore capitale del terreno immaginando che il valore capitale del terreno sia in funzione di qualche coltura particolarmente redditizia, ad esempio quella che si spera di ricavare da prezzi particolarmente favorevoli per la stessa barbabietola; laddove invece il valore capitale dovrebbe essere calcolato sul reddito che darebbe il terreno se fosse destinato ad altra coltura la più remunerativa possibile nelle condizioni esistenti del mercato. Si possono variare i costi immaginando di dovere impiegare tante «opere» laddove quelle che si impiegano di fatto sono in numero diverso. Supponiamo che tutte queste difficoltà siano state sormontate e che i tecnici sentenzino che il costo marginale del centoventimillesimo ettaro è di x lire per ogni quintale di barbabietole.

 

 

Il solo punto che deve essere discusso e risoluto e quello della scelta fra due soluzioni:

 

 

1)    lo stato si sostituisce agli zuccherifici e in persona di suoi ufficiali, già addetti alla sorveglianza degli stessi per la esazione dell’imposta di fabbricazione sullo zucchero, paga in contanti a tutti gli agricoltori, i quali si presentano offrendo barbabietole, x lire per quintale;

 

2)    lo stato stabilisce sullo zucchero cubano o di qualsiasi altra provenienza un dazio protettivo, in aggiunta all’imposta di fabbricazione, tale che gli zuccherifici protetti da quel dazio possono essi pagare ai coltivatori di barbabietole un prezzo uguale ad x lire per quintale.

 

 

È evidente che la soluzione n. 1 può essere considerata in questo caso solo perché esiste già, per altri motivi, un meccanismo in virtù di cui lo stato per mezzo di certi suoi ufficiali deve o può controllare, senza quasi alcuna spesa aggiuntiva, la quantità delle barbabietole che entrano negli stabilimenti. Il sistema, ad esempio, non potrebbe essere applicato senza difficoltà quasi insormontabile al frumento. Sarebbe invero necessario ristabilire l’ammasso totale assoluto obbligando all’ammasso anche gli agricoltori per il frumento da essi e dalle loro famiglie e dai loro famigli consumato. Dovrebbe essere istituito un sistema di controllo e di spionaggio che non funzionò nemmeno in tempo di guerra e tanto meno funzionerebbe oggi. Invece il sistema funzionerebbe senza attrito e praticamente quasi senza costo nel caso delle barbabietole da zucchero. Il coltivatore il quale voglia essere pagato per le sue barbabietole non ha altro mezzo all’infuori di consegnarlo agli zuccherifici e lo farà ben volentieri. Ogni altra soluzione sarebbe per lui antieconomica.

 

 

È evidente che la soluzione n. 1 è preferibile alla n. 2. Essa presenta invero i seguenti vantaggi:

 

 

a)    rende noto a tutti quale sia il sacrificio sopportato dal signor Pantalone. È questo un vantaggio grandissimo affinché l’opinione pubblica possa decidere se convenga o non convenga sopportare il sacrificio medesimo;

 

b)    il prezzo dello zucchero non può essere superiore a quello internazionale che nell’ipotesi fatta comprende solo le spese della trasformazione della canna da zucchero, ovvero delle barbabietole in zucchero raffinato. Gli zuccherifici italiani invero ricevono la loro materia prima allo stesso prezzo di zero al quale la ricevono i loro concorrenti cubani.

 

 

Invece la soluzione n. 2 è riprovevole perché:

 

 

a)    lascia completamente nell’ombra il fatto del sacrificio sopportato dal signor Pantalone. Sembra che costui paghi soltanto il costo dello zucchero che è uguale al prezzo internazionale mentre invece paga assai di più;

 

b)    ad ogni passaggio il dazio protettivo sullo zucchero viene aumentato dei suoi interessi, cosicché alla fine dei conti il signor Pantalone invece di pagare soltanto x paga  ecc. ecc.

 

 

Laddove con la soluzione n. 1 il consumatore paga solo il costo della trasformazione, ed il contribuente paga x, nella soluzione n. 2 il contribuente sembra non pagare nulla, ma il consumatore paga il costo della trasformazione più x, più tutte le piccole aggiunte che negozianti, fabbricanti e venditori ecc. vanno a gara nel far gravare sull’originario x. Laddove la soluzione n. 1 è semplice e chiara, la soluzione n. 2, con la confusione che fa nascere, dà il mezzo ai soliti imbrattacarte di dimostrare che la industria dello zucchero, sebbene ultracentenaria, è ancora in istato di infanzia; ove non si voglia parificare all’infanzia un rimbambimento sotto cui si nasconde il solito desiderio di lucrare a danno del pubblico.

 

 

Va da sé che non è vero affatto che i negri di Cuba e delle Antille e degli altri paesi del mondo dove si produce canna da zucchero si adattino a vivere di bacche selvatiche, ad andare a spasso nudi ed a dormire alla bella stella. Quello che si sa è invece che anche in quei paesi i negri, od indiani che siano, aspirano a condizioni di vita sempre più umana e stanno conseguendole. Si sa anche che gli enti pubblici, lo stato e le municipalità, non vivono d’aria e pretendono il pagamento di brave imposte. Si sente anche raccontare di piantatori di zucchero i quali ricavano dai loro terreni redditi notevoli; sicché, quando li vogliono spendere in Europa, essi sono uno dei pochi resti di una razza estinta grazie a cui vivono tutti i negozi di lusso ed i luoghi di divertimento del vecchio continente.

 

 

Quindi l’ipotesi originaria di un costo zero è per lo meno esagerato; cosicché il signor Pantalone quando si decida a pagare la somma necessaria per far coltivare centoventimila ettari in Italia dovrà rassegnarsi a pagare non tutto ma x meno y; definendo come y il prezzo pagato dagli zuccherifici per acquistare la canna da zucchero marginale; il quale y si identifica col prezzo internazionale della canna da zucchero al momento dell’entrata negli zuccherifici.

 

 

Pantalone quindi dovrà rassegnarsi a pagare ai coltivatori di barbabietole, e fino a concorrenza dei centoventimila ettari, un sussidio eguale ad X meno Y. – Sarebbe molto interessante conoscere le ragioni per le quali si reputa che la soluzione n. 1 sia, al punto di vista dell’interesse generale, da respingersi dando la preferenza alla soluzione n. 2.

 

 

15 luglio 1949.

 

 

Si illustra diversamente il medesimo problema.

 

 

L’onere dei consumatori italiani a causa della protezione concessa allo zucchero nazionale può essere considerato uguale al prezzo interno dello zucchero meno il prezzo estero aumentato dell’imposta di fabbricazione riscossa su ogni quintale di zucchero consumato sia nazionale come estero.

 

 

Noi possiamo limitare per ora l’esame allo zucchero ordinario ad esclusione di quello per usi speciali (marmellate ecc.). Possiamo altresì lasciar fuori calcolo l’ammontare di novantadue lire dell’imposta di fabbricazione e quello di una lira pagata a un certo commissariato, non più esistente, per l’alimentazione. Imposta e tassa gravano sia sullo zucchero interno come su quello estero e non danno luogo ad alcun privilegio per nessuno. Possiamo lasciar da parte il sovrappiù di prezzo che il consumatore paga, oltre il prezzo all’ingrosso pagato al produttore sul luogo dello stabilimento. I compensi ai grossisti e dettaglianti graverebbero invero sui consumatori sia che lo zucchero sia nazionale ovvero sia estero. Trascuriamo altresì la piccola differenza che può derivare dall’avere assunto il reso franco fabbrica per il prezzo dello zucchero nazionale ed il reso franco probabilmente porto di Genova per lo zucchero estero, trattandosi di fattori poco importanti.

 

 

L’onere del consumatore può dunque esser considerato uguale a lire centotrenta, prezzo interno, meno sessanta, prezzo che è od era recentemente il prezzo dello zucchero estero; l’onere cioè è uguale a settanta.

 

 

Le lire settanta non sono un lucro netto degli zuccherieri, una parte di questo onere per i consumatori essendo assorbito dai maggiori costi pagati ai bieticultori e dai maggiori analoghi costi degli zuccherieri. Solo l’eccesso delle settanta lire oltre questi maggiori costi costituisce il lucro netto degli zuccherieri.

 

 

Quando si dice maggiori costi dei bieticultori e degli zuccherieri, si vuole affermare che un certo numero di proprietari di terreni potrà ottenere un fitto dai terreni a bietole alquanto maggiore di quello che ricaverebbe investendo i terreni con altre culture; si vuol dire che una certa massa di capitali investiti esuberantemente nelle fabbriche e nelle raffinerie di zucchero potrà ottenere una remunerazione non troppo diversa da quella che avrebbe ottenuto investendosi in altri modi; si vuol dire che un certo numero di contadini e di operai trovano salari forse maggiori di quelli che avrebbero potuto ottenere in altri impieghi.

 

 

Noi non conosciamo praticamente nulla del modo in cui le settanta lire si distribuiscono fra maggiori costi e guadagno netto dei monopolisti zuccherieri; volendo raffigurare in un quadro astratto la posizione, noi potremmo paragonare ciò che accade con il sistema attuale dell’industria privata (caso A) con ciò che accadrebbe se venisse adottato il concetto della nazionalizzazione od «irizzazione» dell’industria dello zucchero (caso B).

 

 

 

 

Industria privata

(A)

 

Industria nazionalizzata

(B)

Bieticultori

x

m

Zuccherieri

y

n

Lucro netto

Z

P

Totale lire

70

70

 

 

Quali diversità probabili si possono immaginare nel contegno dei due casi A e B?

 

 

Non pare vi sia alcuna probabilità che m sia minore di x. L’esperienza prova che più probabilmente m sarà maggiore di x. La forza dei bieticultori e dei loro dipendenti di fronte ad una industria nazionalizzata sembra possa crescere ma non diminuire in confronto della forza che essi oggi hanno di fronte all’industria privata. L’esempio di ciò che accade per i terreni investiti a tabacco sembra abbastanza probante. Nonostante le belle campagne del «Mondo» e i buoni propositi del dottor Cova e degli altri dirigenti del monopolio, sarà molto difficile che il monopolio riesca a convertire in lucro netto ciò che per lui è spesa di produzione a favore degli agricoltori e loro dipendenti.

 

 

Ciò che si sa, o si intuisce, rispetto a Maccarese, prova come un’industria terriera nazionalizzata non solo non dia quel margine di un 20% sul prodotto lordo che danno analoghe aziende private, ma frutti invece, a causa di organici eccessivi e di larghezze salariali, un eccesso di spese sui prodotti lordi di forse altrettali 20 per cento.

 

 

Neppure può immaginarsi che n possa essere minore di y. Le previsioni più probabili farebbero ritenere che tutti e due, m ed n, finiscano per uguagliare non solo x ed y, ma giungano a mangiarsi completamente, seppur basterà, tutto il lucro netto z che vi sia nel caso dell’industria privata. Le ragioni dell’incapacità dell’industria nazionalizzata ad avere gli stessi lucri netti dell’industria privata monopolistica sono ovvie.

 

 

Quali le reazioni contro i due malanni equivalentisi?

 

 

Nel caso A vi saran sempre degli spiriti bizzarri, dai Giretti ai Cabiati sino agli Ernesto Rossi, pronti a condurre campagne contro i protezionisti. Dalle campagne si caverà poco costrutto; ma si recherà pur sempre noia ineffabile agli industriali protetti, riuscendo a frenare alquanto se non a far venire meno il loro malfare. Gli stessi spiriti bizzarri potranno parlar male anche della cattiva amministrazione dell’industria nazionalizzata; ma laddove c’è una qualche probabilità di successo, almeno di simpatia, per chi si piglia la briga di denunciare le rapine dei pochi restrizionisti privati, è più difficile persuadere l’opinione pubblica, principalmente quella degli uomini politici, che, paragonate ai lucri dei privati protetti, sono altrettanto dannose le paghe male spese in costi inutili a contadini, operai, dirigenti ecc. ecc. dell’industria nazionalizzata.

 

 

La formazione di ospizi di carità trova una certa resistenza quando essi devono svilupparsi all’ombra od a favore di privati; gli ospizi di carità invece fioriscono facilmente nel caso B, dove contadini, operai ed impiegati inutili trovano conniventi i dirigenti, anche essi in numero eccessivo e forniti anche essi di paghe eccedenti il livello di mercato. Quando i dipendenti delle industrie B chiedono rimunerazioni in eccesso a quelle che il mercato consente, essi trovano facile accoglimento in dirigenti mossi dal medesimo interesse.

 

 

Quel che accadde nel sistema bancario, dove non fu mai possibile mettere dinnanzi al pubblico i dati del problema, è abbastanza illuminante; la resistenza opposta da qualcuno nel 1949 potendo essere considerato un unicum non riproducibile.

 

 

Il problema nel raffronto fra A e B sembra potersi perciò ridurre al quesito: è preferibile la persistenza di z al probabile assorbimento di p da parte dei bieticultori (m) degli zuccherieri (n) e dei loro accoliti? Sembra che la risposta non possa essere dubbia. La persistenza di z equivale al trasporto di una parte del reddito nazionale dai molti consumatori ai pochi industriali dello zucchero. Questo è certamente un danno. Tuttavia bisogna riconoscere che lo z esiste ed è lucro netto che potrebbe persino essere e forse è, almeno in parte, destinato ad investimenti. L’annullamento di p aggiunge al danno subito dai consumatori di zucchero l’altro danno di contadini, operai, impiegati distolti in soprannumero da altre occupazioni ed impiegati a pestar l’acqua nel mortaio. Nel caso A vi è un industriale interessato a ridurre al minimo i suoi costi per massimizzare z; nel caso B vi sono dirigenti a cui non importa nulla che esista p ed interessati ad aumentare i falsi costi m ed n che sono costi per l’impresa, ma reddito per l’insieme dei partecipanti.

 

 

Tutto sommato sembra che tra i due malanni la soluzione A sia preferibile alla soluzione B.

 

 

Né la soluzione B è preferibile alla A per ragioni di carattere pubblico. Non esistono per lo zucchero le ragioni che hanno consigliato nel 1905 la nazionalizzazione e delle ferrovie; od almeno nessuno le ha esposte.

 

 

Poiché A e B sono amendue dannose, bisogna fare sforzi per uscir fuori dall’uno e dall’altro malanno. La abolizione completa di ogni protezione; l’apertura del mercato nazionale allo zucchero estero a parità di condizioni con quello interno, risolverebbe un problema, che la nazionalizzazione aggraverebbe, creando un formidabile interesse diretto di centinaia di dirigenti, più potente di quello dei pochi industriali protetti; anche se in tutti e due i casi suffragati dal codazzo di migliaia di lavoratori. Si può assaltare il fortilizio protezionistico, dividendo le forze nemiche? Il successo è tutt’altro che certo; ma non del tutto assurdo.

 

 

La campagna potrebbe, forse con una qualche, anche se minima, probabilità di successo, essere perciò indirizzata ad una soluzione intermedia temporanea.

 

 

Il fattore che al punto di vista politico e sociale fa maggiore impressione è quello del così detto abbandono di una coltura fertilizzante, come quella delle bietole su circa centoventicinquemila ettari di terreno. Gli zuccherieri per se stessi non eccitano la compassione del pubblico. Contro gli zuccherieri può, con una certa tal quale non assurda probabilità di riuscita, essere fatta una campagna, nel senso che l’industria dello zucchero è oramai non solo anziana ma veneranda. Essendo trascorso quasi un secolo e mezzo dal giorno in cui, con gli editti di Berlino e di Milano (1806-807), Napoleone poneva, col blocco continentale, le basi in Europa dell’industria dello zucchero di barbabietola, questa non può decentemente pretendere alla protezione che si consente da molti alle industrie «nuove».

 

 

Può darsi che la campagna così impiantata non abbia successo. Per lo meno farebbe confessare agli zuccherieri e ai loro difensori che si tratta di un’industria che invecchiando è diventata rimbambita, e, rimbambendo, ha diritto a pretendere aiuti atti a tenerla in vita. Il paravento dietro a cui gli zuccherieri si proteggono è il pericolo di abbandono per quei tali centoventicinquemila ettari. Perché non dire agli zuccherieri: di che cosa vi lamentate? Non certo della vecchiaia dei vostri macchinari, della incapacità dei vostri dirigenti, sibbene del caro prezzo a cui voi per la infelicità dei terreni italiani dovete acquistare le barbabietole in confronto al prezzo delle barbabietole cecoslovacche od all’equivalente prezzo della canna da zucchero cubana. Se quindi lo stato vi garantisce di poter acquistare le barbabietole nazionali ad un prezzo non superiore, merce resa fabbrica, al prezzo a cui gli industriali cecoslovacchi possono comprare le loro barbabietole, voi non potreste lamentarvi più di alcun ostacolo al prospero esercizio della vostra industria.

 

 

Trattasi perciò di calcolare quale sia il prezzo uguale al costo marginale di produzione della barbabietola da zucchero necessaria per tenere in cultura i centoventicinquemila ettari. Naturalmente dovrebbero essere presi in considerazione solo i terreni dal primo ettaro, il più fecondo di tutti in materia di bietole, fino al centoventicinquemillesimo ettaro, in una serie continua di diminuzioni di produttività; ma senza arrivare al duecentesimo o trecentomillesimo ettaro situato ad ipotesi sui terreni aridi delle Puglie. Se supponiamo che essendo il prezzo cecoslovacco uguale a sei per una data unità di prodotti in bietola, ed il costo marginale, al centoventicinquemillesimo ettaro, della bietola italiana sia dieci, risulta una differenza di quattro. Lo stato dovrebbe pagare ai bieticultori un sussidio di quattro per ogni unità di bietola recata alla porta dello stabilimento.

 

 

Il sistema del premio in altri casi presenta difficoltà grandi, talvolta insormontabili. Forse quello dello zucchero è l’unico caso in cui il sistema possa essere applicato senza apprezzabili inconvenienti. Non esiste invero il pericolo di frodi perché ogni fabbrica è già sottoposta a vigilanza all’entrata e all’uscita, a causa della necessità in cui lo stato si trova di dover controllare tutto ché che si fa negli stabilimenti per l’esazione dell’imposta di fabbricazione. I bieticultori non possono inventare produzioni immaginarie. Il premio sarebbe dato esclusivamente a tante unità di bietola che di fatto l’agricoltore consegnerebbe al fabbricante. Se il bieticultore produce più di quanto il fabbricante sia disposto a ricevere, tanto peggio per lui; egli dovrà vendere le bietole, non accettate dallo zuccherificio, per altri usi senza riscuotere alcun premio. Se il premio fosse pagato, come è oggi il prezzo, in funzione delle qualità zuccherine delle bietole, esso gioverebbe ad indirizzare i bieticultori alla produzione di quelle qualità che sono richieste per la produzione dello zucchero.

 

 

Il sistema potrebbe essere reso più simpatico stabilendo fin dall’inizio che il premio debba diminuire di un 10% ad ogni anno. Ci si potrebbe anche rassegnare ad una diminuzione di un 5% ad ogni anno, ove si desideri costringere i difensori della bieticultura ad arrossire per la vergogna di opporsi ad una proposta così rispettosa per l’avvenire dell’agricoltura.

 

 

La trasformazione della protezione in un premio non è certo un portento. Ma, laddove la nazionalizzazione sarebbe il trionfo definitivo della piovra protezionistica sotto la specie di una invincibile associazione a malfare di proprietari, contadini, assuntori di terreni a bietole, dirigenti e operai di fabbriche statali, il concetto del premio decrescente ai produttori di bietole avrebbe perlomeno la virtù di seminar confusione ed eccitare discordie fra gli associati nell’assalto alla cosa pubblica.

 

 

14 dicembre 1950.

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