Protezionismo e trusts. (Per un’interpretazione autentica di alcune frasi dell’on. Nitti)

Tratto da:

L’Unità

Data di pubblicazione: 05/10/1913

Protezionismo e trusts. (Per un’interpretazione autentica di alcune frasi dell’on. Nitti)

«L’Unità», 5 ottobre 1913

 

 

 

Da un anno negli ambienti governativi va diventando di moda una parola d’ordine rivolta agli industriali: organizzatevi, se volete che lo Stato vi difenda. Salvatevi da voi stessi, se volete che Dio vi salvi. Ancora recentemente il ministro Nitti, inaugurando a Parma le esposizioni verdiane, diceva: «Occorre in Italia solidarietà nel mondo industriale, occorre che senta meglio i doveri dell’unione ed abbandoni forme di concorrenza interna, che sono spesso dissolvitrici. L’industria deve nella propria disciplina trovare la sua energia di rinnovazione. Troppi contrasti ora esistono, troppe concorrenze, troppo scarsa è l’azione collettiva di difesa, troppo modeste le opere comuni per la conquista dei mercati stranieri. Le associazioni di industriali che sono in Germania la gran forza di espansione e che educano alla disciplina non esistono da noi o non sono penetrate da spirito di solidarietà». E ciò che disse ora a Parma, l’aveva detto prima a Milano durante le visite di agosto, ed a Roma, inaugurando in giugno un convegno delle società per azioni.

 

 

Ora da tutto ciò può nascere un equivoco, che importa di mettere in luce. Finché il governo plaude allo spirito associativo degli industriali, plaudo anch’io. Fanno benissimo le società per azioni ad unirsi in una associazione per invocare utili riforme al codice di commercio, per organizzare una opposizione sistematica alle interpretazioni assurde e feroci e deleterie delle nostre leggi fiscali, ed anche, magari, per presentare i voti delle società organizzate in merito ai trattati di commercio. Dalla discussione aperta e libera non può nascere che bene; mentre molto male nasce dalle maniere non chiare con cui gli industriali singoli altrimenti sarebbero tentati a cercare di sottrarsi alla ferocia burocratica o procacciarsi particolari favori doganali.

 

 

Niente di male se gli industriali si riuniscono in associazioni per procacciarsi notizie sui mercati esteri, per stipendiare, a spese comuni e con minor sacrificio individuale, commessi viaggiatori in paesi lontani, per istituire uffici di vendita nell’Argentina e nell’Estremo Oriente, per fare spedizioni all’ingrosso ed ottenere così condizioni più favorevoli di noli ecc. ecc. Dicono che l’industria tedesca abbia in tal modo conquistato il mondo; e giova crederlo per far piacere a chi ama ascrivere alla solidarietà umana grandi benefici, quantunque io abbia il vago sospetto che i tedeschi abbiano conseguito tanti trionfi sovrattutto perché studiarono, si perfezionarono tecnicamente, seppero soddisfare i gusti dei clienti e vendere loro roba più buona ed a miglior mercato dei concorrenti.

 

 

Ma io dubito fortemente che gli industriali abbiano interpretato in tal guisa innocua o soltanto in tal guisa gli incitamenti del ministro dell’industria. Per essi quei discorsi avevano un ben altro significato. Giova ricordare che l’uditorio, a cui quei discorsi erano indirizzati, era, salvo forse a Parma, composto di industriali protetti e chiaramente ed apertamente desiderosi di maggior protezione, e fra essi non erano scarsi coloro i quali avevano promosso e partecipavano ai consorzi o sindacati o trusts dello zucchero, del ferro, del cotone; i desiderosi di istituti serici, destinati a disciplinare ed organizzare il mercato della seta in Italia, ecc. ecc.

 

 

Quando della gente, la quale è propensa per proprio interesse ad organizzarsi, per «disciplinare» la produzione ed i prezzi, si sente dire da un ministro: organizzatevi, disciplinatevi, l’Italia difetta troppo di disciplina, vi è troppa concorrenza, deve abbandonare le forme dissolutrici della concorrenza «interna», fare opera più efficace per la «difesa» interna e per la «conquista» dei mercati esteri, come deve codesta gente interpretare il discorso?

 

 

Bisognerebbe che vivesse nel mondo delle nuvole per non tradurre le prudenti parole ufficiali in quest’altro discorso più a portata di mano: «In Italia esiste una protezione doganale, la quale oggi gli industriali dicono insufficiente a proteggere il mercato interno dalla concorrenza estera, massimamente dacché questa esercita, o si dice eserciti, il famigerato dumping, ossia la vendita delle proprie merci al disotto dei prezzi usati nel paese d’origine e bene spesso al disotto del costo. Il governo non sa ancor nulla al riguardo; e siccome non vuol far, senza grave spinta, cosa la quale irriti i consumatori – non è forse risaputo che i governi parlamentari stanno sempre dalla parte di chi grida di più? – deve essere illuminato intorno alla verità delle pretese degli industriali. Avrebbe voglia di cedere subito; ma decentemente non lo può fare senza che la capitolazione appaia dettata dall’urgente necessità di difenderci dal nemico straniero o di conquistare all’estero nuovi campi di sfruttamento all’industria nazionale».

 

 

«Perché, oggi, gli industriali, i quali hanno un dazio di 10 lire per quintale, lo trovano insufficiente contro la concorrenza straniera? Perché questa vende a 30 lire più 10 di dazio, ossia a 40, ed essi, invece di vendere a 39.75 quanto basterebbe per tener lontane le merci estere, si fanno tale una concorrenza “interna”, sono così poco “disciplinati”, da vendere a 35, 33, 32, 30 lire. È vero che in tal modo il prodotto estero non entra in Italia; ma che vi giova se voi, per ammazzarvi a vicenda, vendete allo stesso prezzo a cui venderebbero gli stranieri se non ci fosse dazio? Avete ragione di dire che la protezione non vi protegge; ma ciò accade non per colpa della protezione, ma per colpa vostra. Siete in troppi, non siete solidali, svendete e demoralizzate il mercato interno. Non col governo dovete lagnarvi, ma con voi stessi. Organizzatevi, disciplinatevi, costituite un “consorzio” di “difesa”, obbligatevi, una volta stretto il consorzio, a non vendere a scadenze troppo lontane, a non fare abbuoni, a vendere insomma ad un prezzo vero e proprio di 39.75, e vedrete che la crisi sarà scomparsa. A questo prezzo i concorrenti esteri non entrano e voi otterrete un utile “rimuneratore”. Se a lire 39.25 non riuscirete a vendere tutta la vostra produzione all’interno, se per esempio produrrete 1.500.000 quintali ed a 39,75 ne vendete solo 1.250.000 quintali, e allora organizzatevi e disciplinatevi per la conquista dei mercati esteri. Piuttosto che accanirvi a lottare sul mercato interno riducendo i prezzi a 30 lire e perdendo 9.75 lire per ognuno di tutti i 1.500.000 quintali, vendete all’interno a 39.75 solo 1.250.000 quintali, cosa in cui riuscirete agevolmente, e prelevate 2.75 dal prezzo di ognuno dei quintali così venduti all’interno. Con le lire 2.75 per quint. messe da parte, che per 1.250.000 quintali venduti all’interno fanno l’egregia somma di L. 3.437.500, costituite un fondo di guerra e dividetelo fra i 250.000 quintali con cui voi avete il dovere di “conquistare” l’estero. Voi potete con quel fondo dare un premio di 13.75 per ogni quintale esentato. Il che vuol dire che l’industriale esportatore potrà vendere all’estero, ad es., a 26 lire, ossia a 4 lire meno del concorrente estero, che vende, fuori dazio, a 30 lire, batterlo clamorosamente, far sventolare vittoriosa la bandiera italiana sui più lontani mari; e tuttavia non perdere, anzi onestamente campare la vita, poiché egli riceverà L. 26 dal compratore estero e 13,75 dal fondo di guerra nazionale per la conquista ecc. ecc., in tutto L. 39.75; un prezzo cioè, che anche tenuto conto delle maggiori spese di trasporto, per quei 250.000 quintali, che sembravano destinati al diavolo, è più che discreto. Che se tutto ciò non basterà, che se la disciplina, l’organizzazione, la solidarietà non saranno sufficienti per la difesa interna e la conquista estera, allora il governo non si rifiuterà a studiare qualche “provvidenza” salvatrice, come un ribasso sulle tariffe ferroviarie in caso di esportazione, tariffe cumulative colle società marittime sovvenzionate ecc. ecc. Non premi, che sarebbero forse in contraddizione con quei malaugurati ed arretrati trattati di commercio che tuttora vigono; ma tariffe ferroviarie cumulative o tariffe speciali, a simiglianza di quelle con cui la Germania vittoriosa spinge nel mondo le sue merci».

 

 

Così interpretarono il discorso, a quanto si capì dai commenti dei giornali commerciali, gli industriali invocanti l’ausilio governativo; così certo deve averlo interpretato il barone Costanzo Cantoni, che da un anno si agita per costituire prima e far funzionare poi il consorzio cotoniero, precisamente sulla base di una «modestissima» elevazione di prezzo sul mercato interno e di un premio di esportazione per «l’esuberanza» del prodotto interno.

 

 

Così non lo interpreto io; onde mi corre l’obbligo di dire le ragioni del mio diverso modo di interpretare il discorso del ministro. Può sembrare strano che si possano dare due o tre interpretazioni diverse di uno o di parecchi discorsi pronunciati nell’estate del 1913, quasi si trattasse di un canto del Paradiso di Dante o di un pezzo di Tacito sui Germani o di Paolo Diacono sui Langobardi. Ma è così. In materia doganale è uso in Italia – da quando è morto Cavour il quale parlava chiarissimo – che i discorsi dei ministri siano espressi in maniera siffatta da riuscire indecifrabili al volgo. Se si trattasse di un deputato o di un ministro qualunque si potrebbe dire che l’oscurità è effetto di ignoranza. Trattandosi di Nitti, bisogna riconoscere nella possibilità di duple o triple interpretazioni un omaggio reso alla teoria, – anch’essa modernissima ed italiana – che in materia di tariffe doganali occorre andar cauti, camminar sulla punta dei piedi, osservare la regola del perfetto silenzio, perché il nemico, ossia il negoziatore straniero, non venga a conoscere i nostri pensieri. Io credo che l’on. Nitti non abbia voglia di concedere alcun aumento di protezione ai trivellatori; epperciò li incita ad organizzarsi, a far da sé, a non fidar sempre soltanto nello Stato. Invano. I trivellatori interpretano le sue parole come un incitamento ad unirsi per sfruttare meglio la protezione doganale e per chiederne l’inasprimento.

 

 

Esporrò dunque in poche parole le ragioni del mio diverso avviso intorno alla interpretazione del testo controverso; e la esporrò nella forma di un sillogismo, di cui la maggiore è questa: se fosse vera l’interpretazione dei ceti industriali, si tratterebbe di un vero e proprio incoraggiamento governativo alla costituzione di sindacati o trusts; la minore dice che un incoraggiamento governativo ai trusts industriali è inconcepibile in un governo che ha introdotto il suffragio universale e vuol essere l’emanazione delle masse; e la conclusione constata che un governo, come l’odierno italiano, il quale afferma di essere un governo per i più, non può avere inteso di dir parole di incoraggiamento alla formazione di organismi protettori dannosi ai più e vantaggiosi solo ai meno.

 

 

La premessa maggiore non richiede lunghe dimostrazioni. I consorzi tra industriali, come quello siderurgico o il cotoniero o l’unione zuccheri, che si sono costituiti in Italia, quegli altri consorzi che per altre industrie sono auspicati ed a cui gli interpreti pratici dei discorsi ministeriali hanno subito rivolto il pensiero, sono la stessa precisissima cosa dei sindacati tedeschi e dei trusts americani. Cambiano le forme, le modalità estrinseche, i nomi, ma la sostanza è tutt’una. Gli interessati, è vero, protestano e si irritano quando noi si dice che i consorzi italiani sono la stessa cosa dei trusts americani. Si irritano perché la parola «consorzio» ha un sapore classico, benigno, di impresa comune utile all’universale, che importa conservare perché fa buona impressione sul pubblico; mentre la parola «trusts» è già divenuta, anche in Italia, odiosa ai più perché indissolubilmente congiunta coll’idea di rialzo dei prezzi, di danno ai consumatori.

 

 

Ma come il giochetto di confondere colle «parole» le idee nella testa del pubblico non riuscì ai trivellatori americani, così non riesce ai loro soci italiani. Gli americani scelsero la parola «trust» che ha il dolcissimo significato di «fiducia»; ma non riuscirono a persuadere il pubblico ad aver fiducia in loro. I trivellatori italiani, anche se riuniti in «consorzio» non riusciranno ad ingraziarsi le masse. Poiché queste hanno fine l’intuito della realtà; e comprendono facilmente che trenta industriali dello zucchero o cinque stabilimenti siderurgici non si uniscono solo per «disciplinare», «regolare», soffocare l’idra della concorrenza anarchica e tuttavia vendere agli stessi prezzi di prima. Esse vedono qual è la morale della favola: prezzi alti all’interno, tanto alti, quanto è possibile data la protezione doganale esistente, e scarico eventuale all’estero, a prezzi bassi, anche inferiori al costo, non del superfluo «assoluto», ma di quel superfluo «relativo», della produzione che all’interno non si può vendere senza far ribassare i prezzi. Gira e rigira, i consorzi, le unioni, gli accordi, le intese non possono essere altra cosa; una bruttissima cosa, almeno agli occhi dei consumatori e delle industrie strozzate.

 

 

Fatta la premessa maggiore, è evidentissima la premessa minore: che cioè una protezione governativa ai trusts o consorzi può essere concepibile in un governo, come quello prussiano, che è in mano dei junker feudali e dei grandi industriali, trivellatori del grano, della segala, della carne, dell’acciaio e del carbon fossile; può essere spiegabile in un governo, come quello russo, in cui le piccole camarille aristocratiche fondiarie si mettono d’accordo coi pescicani di certe industrie artificialmente patentate dal governo per taglieggiare i contadini nei modi raffinati moderni, ora che dell’abolizione della servitù della gleba è stato celebrato il cinquantenario; ma è un assurdo in Italia, dove il governo afferma di trarre la sua forza dal consenso popolare ed ogni giorno si odono cantare le lodi di nuove provvidenze a favore delle masse lavoratrici.

 

 

Ohibò! proprio in un momento in cui gli Stati Uniti, paese d’origine dei trusts, danno un esempio memorabile del modo con cui sul serio si combattono i trusts, non alla maniera ciarlatanesca del saltimbanco e domator di fiere Roosevelt, con processi sensazionali, ma con la riduzione all’osso dei dazi doganali protettivi; proprio in un momento in cui un professore, il Wilson, giunto dalla cattedra alla presidenza della repubblica, pertinacemente vuole attuate le sue idee e trae forza nella battaglia contro i privilegi dalla certezza che solo per queste vie è possibile combattere la corruttela politica, non la corruttela spicciola dei singoli parlamentari, e funzionari, more Palazzo di giustizia, ma il corrompimento profondo delle istituzioni parlamentari ridotte alla difesa di piccoli interessi dei gruppi economici elettoralmente potenti; e combatte non per un ideale dottrinale, ma perché è certo che la lotta contro i trusts, per mezzo del ribasso dei dazi doganali è strumento potente di arricchimento e di maggior lavoro; proprio adesso si osa sostenere che in Italia i professori divenuti ministri intendono assumere la difesa dei trusts contro il popolo, dei trivellatori contro i lavoratori, e promettere l’aiuto del governo e del parlamento ai piccoli gruppi di falsi industriali abili lavoratori della politica, pescatori di profitti e di premi nel gran mare del bilancio italiano, ossia delle imposte pagate dalle masse povere dei contribuenti!

 

 

Mai no! Siffatta interpretazione può essere stata immaginata, perché desiderata, dai trivellatori; ma non può essere la vera.

 

 

La conclusione vien da sé: a meno di supporre che un governo che si dice sorto dal consenso delle masse ed in queste ha avuto tanta fiducia da largir loro, non chiesto, il suffragio universale, che afferma di nulla aver tanto a cuore come il benessere delle masse, improvvisamente e sfrontatamente venga a dire, in discorsi ufficiali: «vi siete sbagliati. La mia bandiera era un inganno per salire al potere: ma in realtà io voglio governare, come i junker tedeschi ed i latifondisti-industriali russi, a pro di talune piccole coalizioni di fabbricanti privilegiati, ed assicurare ai loro consorzi pacifici profitti a spese dei consumatori nazionali e con vantaggio eventuale dei consumatori stranieri. Operino, come credono, gli Asquith inglesi ed i Wilson americani, che vogliono il pane, il ferro, lo zucchero, la lana, i tessuti di cotone a buon mercato; la mia democrazia consiste nell’incoraggiar tutto ciò che tende al rincaro dei prezzi della vita», finché queste parole stravaganti non si leggano in un programma governativo, io mi ostinerò a credere che l’on. Nitti non abbia voluto dire ciò che gli industriali ascoltatori hanno immaginato. Ma, poiché, nonostante la mia insanabile incredulità, vi sono tra gli amici liberisti certuni che temono sempre il peggio, non rimane che invocare una interpretazione autentica. Che cosa ne dice l’on. Nitti del contrasto sorto tra le diverse categorie di interpreti del suo pensiero?

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