Protezionismo operaio e protezionismo municipale

Tratto da:

Atti della R. Accademia delle scienze di Torino

Data di pubblicazione: 01/01/1911

Protezionismo operaio e protezionismo municipale[1]

«Atti della R. Accademia delle scienze di Torino», vol. 46, 1910-1911, pp. 675-679 (tomo II, pp. 228-232)

In estratto: Torino, Vincenzo Bona, 1911, pp. 7

 

 

 

 

Ho l’onore di presentare all’Accademia, a nome dell’Autore, due volumi del prof. Giuseppe Prato, intitolato l’uno Il protezionismo operaio – L’esclusione del lavoro straniero e l’altro Le dogane interne nel secolo XX – Il mercantilismo municipale. I due volumi portano i numeri VII e X degli Studi del Laboratorio di Economia politica S. Cognetti De Martiis di Torino (Società Tipografico-Editrice Nazionale, Torino, 1910 e 1911 e sono nuova testimonianza della serietà degli studi economici di cui l’Istituto torinese è divenuto il centro.

 

 

Le due opere del Prato hanno avuto ambedue nascimento da un motivo occasionale, quasi si direbbe da un fatto di cronaca, dal quale l’A. ha saputo trarre partito per una trattazione severamente scientifica, ricca di fatti, male o niente affatto conosciuti, e di ragionamenti acuti e serrati. L’occasione che fece nascere nel Prato l’idea di scrivere il primo volume, sul Protezionismo operaio, fu la venuta in Italia di un condottiero di leghe americane, il signor Samuele Gompers, a cui arrise il successo di accoglienze cordialissime da parte di capi di uffici governativi intesi alla tutela del lavoratore italiano e di duci del movimento operaio italiano, a cui non parve vero di dimenticare le loro medesime ragioni di vita per avere l’insigne onore di banchettare coll’astuto yankee venuto in Italia a persuadere i nostri emigranti a rimanersene a casa loro ed a non andare a muovere concorrenza agli operai altamente pagati delle Federazioni americane del lavoro. Da questo episodio significativo prende le mosse il Prato per tratteggiare un quadro dalle grandi linee storiche e teoriche. In tre momenti si divide il corso della immigrazione nei paesi nuovi; nel primo dei quali domina la tendenza favoreggiatrice, imposta dalla abbondanza di terre e dalla scarsezza degli uomini, ed intesa ad attirare, colla forza violenta della schiavitù o colla persuasione dei premi, dei viaggi pagati ecc. gli uomini delle contrade sovrapopolate. Ma, appena i nuovi venuti sono riusciti a costituire dei gruppi abbastanza potenti per avere la consapevolezza della propria forza, nasce in essi e nei partiti politici, che li guidano e li servono, la tendenza contraria di restringere l’immigrazione dei lavoratori i quali verrebbero a partecipare alle ricchezze nuove e grandi che le vergini terre contengono ed a far diminuire i salari privilegiati che la scarsezza delle braccia ha consentito ai primi immigrati. A più riprese si sviluppa la politica restrittiva: contentandosi dapprima della esclusione dell’immigrazione di colore. Australia, Nuova Zelanda, Stati Uniti (California) muovono in guerra contro polinesiani, cinesi e giapponesi e li vogliono escludere dal sacro suolo riservato alla razza bianca. L’A. analizza e rompe ad uno ad uno gli argomenti sentimentali, storici, economici che i fautori del monopolismo bianco hanno impugnato contro la concorrenza gialla. Falso ed ipocrita il timore della corruzione politica e della immoralità famigliare dei gialli; e certamente non degno in bocca di gente che hanno raggiunto i fastigi più alti della corruzione elettorale e della ipocrisia morale. Fuor di luogo il timore che i gialli non intendano a migliorare il proprio tenore di vita, di cui anzi si dimostrano, ove appena il possono, curantissimi. Dannosa infine alla medesima società bianca l’esclusione dei gialli, come quella che vieta di potere attendere ad occupazioni disdegnate dagli operai appartenenti alla civiltà dominatrice. Il carattere grettamente monopolistico dell’odio contro i gialli si palesa subito appena l’assalto al monopolismo operaio venga da nuovi concorrenti, appartenenti alla stessa razza bianca: da italiani, russi, ungheresi, ebrei. Comincia allora il periodo della restrizione della immigrazione bianca, di cui il Prato rintraccia gli episodi più significativi nella storia e nella legislazione dell’Australia, della Colonia del Capo, del Transvaal e degli Stati Uniti; rafforzando la dimostrazione dell’universale tendenza all’esclusivismo dei gruppi operai organizzati collo studio della legislazione e della politica in Francia, in Svizzera, in Germania, in Inghilterra, dovunque accorrono schiere di operai immigranti in cerca di lavoro.

 

 

Di questo protezionismo operaio l’A. studia, in una ultima parte teorica, le analogie profonde col sistema protezionistico doganale; e come di questo sono indisputabili i tristi effetti economici, così di quello dimostra largamente gli uguali danni nel campo economico e sociale; ostacoli posti alla migliore applicazione dei fattori produttivi, impossibilità di attendere alle opere più umili, eppur necessarie, della società, indirizzo artificiale impresso alle migrazioni del lavoro, ritardo della messa in valore del globo, rialzo del costo della vita, specialmente per le classi operaie, crescente disoccupazione per la impossibilità negli imprenditori di sottostare al rincaro artificiale della mano d’opera indigena. Né si dimentichi che le leghe operaie bianche, fautrici della politica dell’associazione, finché si trattava di associazioni monopolistiche, più gridano contro i gialli ed i concorrenti bianchi quanto più questi si valgono delle loro stesse armi e sanno unirsi in associazioni indipendenti (cinesi e giapponesi potrebbero essere maestri ai troppo orgogliosi bianchi nell’arte di associarsi a difesa ed offesa) per ottenere migliori patti di lavoro.

 

 

Da un episodio torinese ebbe origine l’altro libro del Prato su Le dogane interne nel secolo XX – Il mercantilismo municipale. Sullo scorcio del 1909 la Giunta municipale di Torino per risolvere in parte l’assillante problema finanziario di Torino, propose di sostituire per talune specie di materiali da costruzione al metodo della tassazione all’atto della introduzione entro cinta il metodo, più razionale, della tassazione a misura ed a costruzione compiuta dei materiali impiegati nella costruzione di edifizi nuovi o in notevoli rifacimenti degli edifizi esistenti. Benché il nuovo metodo fosse più razionale, perché riusciva a colpire ugualmente i fabbricati entro e fuori cinta, suscitò le opposizioni dei produttori dell’entro cinta, i quali col vecchio sistema dei dazi esatti al momento della introduzione entro le mura della città, dazi, che erano assai più alti per i lavori finiti che per i prodotti semi-lavorati ed i greggi, erano riusciti ad ottenere buoni profitti grazie alla protezione daziaria di cui godevano contro i produttori dell’extra-moenia. Le petizioni che gli industriali e gli operai, subito riuniti in fraterna comunanza di pensiero e di minacce inviarono al Consiglio Comunale di Torino sono un documento storico, che il Prato, a ragione, integralmente riproduce, perché degnissimo di essere tramandato ai posteri come parodia inarrivabile della tesi protezionistica e non inferiore forse in bellezza alla classica Petition dei fabricants de chandelles diBastiat.

 

 

Prendendo le mosse dall’incidente torinese, l’A. ha istituito una indagine, dottrinale prima, per ricercare nei trattati della scienza finanziaria ed economica i non abbondanti accenni, che vi si leggono, intorno al protezionismo municipale, e pratica poi per accertare se ed in quale misura il sistema della protezione alle industrie intra-muros per mezzo della tariffa daziaria sia invalso nelle città italiane. L’indagine portò a risultati interessantissimi: il protezionismo municipale fiorisce, dove più dove meno, in tutti i comuni murati italiani, come è manifesto dalla specializzazione crescente delle tariffe, in cui le voci si moltiplicano per permettere di raggiungere più facilmente l’intento protettivo, dalla differenza spiccata ed altrimenti inesplicabile tra i dazi bassi o nulli sulle materie prime ed i dazi alti sui prodotti semi-lavorati o finiti e dalla convinzione universalmente diffusa tra gli industriali che questo sia un sistema logico, legittimo di difesa contro i concorrenti del di fuori. Il protezionismo municipale si rafforza, come quello statale, con gli avvedimenti dei drawbacks o restituzioni di dazio in somme superiori all’ammontare dei dazi realmente pagati, instaurando così una politica di premi di esportazione. Come i dazi protettori statali anche i dazi protettori municipali danno uno scarsissimo rendimento al tesoro pubblico: a Roma quattro categorie, copiose di voci protettive, rendono nel 1908-1909 appena 1.369 mila lire su un provento totale di 20 milioni, a Napoli 592 mila lire su 11 milioni, a Firenze 500 mila lire nel 1909 su 7.390.333 lire, a Torino nello stesso anno 665 mila lire su un provento totale del dazio di 13.821.014 lire. L’onere dei consumatori ed il miserevole vantaggio del fisco servissero almeno al progresso dell’industria! Ma neppure questo può affermarsi, poiché lo sviluppo artificioso di talune industrie le rende dipendenti dal ristretto mercato locale ed incapaci di espandersi al di fuori e danneggia gravemente altre industrie situate in regioni vicinissime ai grossi mercati chiusi, che invano esse anelerebbero di approvvigionare. Né dimentichiamo che il protezionismo municipale è cagione artificiosa dell’accentuarsi di quell’inurbamento delle genti rurali, che è deprecato dagli statisti e che li costringe ad affannose cure ed a gravi dispendi per apprestare case ed alimenti alle turbe inquiete; che esso è in stridente contrasto con lo spirito ed anche con la lettura delle leggi fondamentali del paese sul dazio consumo, il quale dovrebbe essere, in virtù di quei testi, un tributo destinato a cadere esclusivamente sul consumo locale; ed è un impedimento non piccolo alla conclusione dei trattati di commercio con gli Stati esteri. Qual mai affidamento possono invero i governi stranieri riporre nella parola del governo italiano, quando gli effetti di un trattato di commercio solennemente conchiuso possono essere sconvolti dal capriccio dei reggitori di poco meno di 200 comuni chiusi, racchiudenti dentro le proprie mura circa un terzo della popolazione italiana e precisamente di questa la parte più ricca ed operosa?

 

 

I due volumi del Prato, eloquenti nel dettato e diritti nel ragionamento, sono dunque due buone battaglie, combattute con severità scientifica, per la libertà economica. Oggi che questa è insidiata dalle più opposte parti, da industriali e da operai, egoisti e monopolisti entrambi, questa franca voce di studioso meritava di essere rilevata ed incoraggiata.

 

 

L’Accademico Segretario, Gaetano De Sanctis

 

 



[1] Relazione presentata all’Accademia il 30 aprile 1911 a proposito di Giuseppe Prato, Il protezionismo operaio: l’esclusione del lavoro straniero, Torino, Tipogr. Collegio degli artigianelli, 1910, pp. 236 (Studi del Laboratorio di economia politica S. Cognetti De Martiis della R. Università e del R. Politecnico di Torino, n. VII); ID., Le dogane interne del secolo XX. Il mercantilismo municipale, Torino, Soc. tipogr. ed. naz. già Roux e Viarengo, 1911, pp. 58 (Studi del Laboratorio di economia politica S. Cognetti De Martiis della R. Università e del R. Politecnico di Torino”, n. X) [Ndr.].

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