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Corriere della Sera

Protezionismo operaio

«Corriere della sera», 20 novembre 1910

 

 

 

Perché Giapponesi ed Italiani dovrebbero allearsi I profeti del verbo socialista, commiserando gli sforzi inani fin qui compiuti dai pacifisti e dai liberisti, tuttora si compiacciono sovente di annunciare l’avvento auspicato del regno della fratellanza universale e del libero scambio universale per il giorno in cui sulla terra rigenerata splenderà il sole dell’avvenire. Frattanto però, mentre si aspetta la venuta di così fausto giorno, i partiti socialisti ed i sindacati operai dei paesi che chiamansi più evoluti e il cui proletariato si è presa l’abitudine di indicar col nome di cosciente, invocano ogni giorno – e spesso ottengono – l’istituzione di alte barriere contro la concorrenza non più delle merci, bensì degli uomini che potrebbero produrre le merci a basso costo. L’emigrazione dei cinesi e dei giapponesi sulle coste californiane del Pacifico e sullo spopolato continente australiano, degli indiani e dei gialli nelle colonie inglesi del Sud-Africa, degli inglesi della madrepatria nelle loro medesime colonie del mondo nuovissimo, degli europei (leggi italiani, ungheresi, russi, polacchi, ebrei, turchi) nella grande Confederazione americana e nel Canadà, degli italiani, dei belgi e degli spagnuoli in Francia, degli ebrei a Londra, questa emigrazione benefica di uomini dalle terre sovrapopolate nelle terre deserte di uomini e sovrabbondanti di capitali o di terra è impedita da quei partiti socialisti ed operai che pure proclamano di aver soli il potere di mettere fine alle guerre fratricide e di instaurare in terra il messianico regno della pace e della concordia. Le norme restrittive della emigrazione che vanno sorgendo nei paesi nuovi o vecchi sono il lievito delle grandi guerre future, sono la nuovissima forma di protezionismo che si innesta sul vecchio protezionismo ad opera di quelle classi medesime che più gridano contro i dazi affamatori.

 

 

Noi italiani, che diamo un così grande contributo all’emigrazione, che forniamo uomini adulti, forti, tenaci lavoratori alla Tunisia, alla Francia, all’Europa centrale e sovratutto alle due Americhe, non potevamo rimanere estranei alla controversia che si dibatte intorno al nuovo protezionismo. Ma poiché noi siamo anche ammalati di venerazione verso ciò che di sedicente moderno viene dall’estero e siamo spesso pronti a porgere l’altra guancia a chi ci diede uno schiaffo, così, la prima volta che l’anno scorso i giornali quotidiani discussero il gravissimo problema, lo fecero per descrivere il viaggio trionfale che un ineffabile condottiero di sindacati americani, Samuele Gompers, faceva in Italia per persuadere, con spudoratezza tutta yankee, gli italiani a starsene a casa loro e a non recarsi a muovere concorrenza sul mercato del lavoro a coloro che l’avevano assoldato a compiere siffatta meravigliosa propaganda. E, quel che è peggio, si videro alti funzionari italiani, preposti alle cose dell’emigrazione e del lavoro, e capi di associazioni operaie, prendere sul serio e gravemente discutere le discorse di chi era venuto tra noi a cospirare a’ danni del lavoro italiano.

 

 

Ad un anno di distanza la discussione può essere ripresa, e stavolta davvero sul serio, sul fondamento di un libro, sereno eppur concludente, ricchissimo di fatti e serrato di ragionamenti che Giuseppe Prato pubblica col titolo: Il Protezionismo operaio – L’esclusione del lavoro straniero (Torino, Società Tipografico-editrice nazionale, L. 5). È il primo libro dedicato, da un punto di vista scientifico, al problema dalla cui soluzione dipende in parte l’avvenire del mezzogiorno d’Italia; e la nostra patria prende, con esso, una segnalata posizione nel dibattito, scientifico e pratico, che sul problema è acceso tra i precipui Stati del mondo.

 

 

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In un articolo di giornale non è possibile riassumere a fondo un libro in cui si fa l’analisi storica e critica di un movimento di fatti e di idee che prese corpo in tanti e così lontani paesi: dalle vicine Francia e Svizzera all’Inghilterra ed alla Rumenia, dalle colonie inglesi del Sud Africa all’Australia ed alla Nuova Zelanda, dalla California agli Stati dell’Atlantico della Confederazione americana ed al Canadà. Ma vi è un paese che dai dilettanti viene descritto come un paradiso terrestre, come il paese dove non si sciopera, dove la società socialista futura va a grado a grado attuandosi senza conflitti cruenti e senza inutili dibattiti dottrinali e che è altresì la terra promessa del nuovissimo protezionismo operaio. Quel paese, vasto come l’Europa, potrebbe albergare milioni di cinesi e di giapponesi, potrebbe offrire il campo, come lo dimostrano i rapporti dei nostri consoli e di inviati speciali del Governo nostro, alla colonizzazione proficua di molte centinaia di migliaia, per non dire anche di milioni, di italiani. Ma a tutto ciò si oppone l’esclusivismo gretto e feroce di un piccolo manipolo di genti, che in nome della democrazia ha messo l’ipoteca su un intero continente e vuol riserbarlo ai propri sperimenti di barbarie medioevale. Parlo dell’Australia e della Nuova Zelanda, meravigliose terre aduggiate dall’ombra nefasta della tirannia oligarchica di una piccola democrazia operaia, la quale sta risuscitando, tra mezzo alla comica ammirazione della vecchia Europa, i peggiori arnesi di governo economico del periodo di decadenza delle corporazioni medioevali.

 

 

Il libro di Prato narra, con scultoria evidenza, tra le altre incredibili storie e teorie malvage, la storia della lotta reazionaria iniziata da 4 milioni di primi occupanti per escludere dal godimento dei beni naturali abbondanti su un territorio deserto le genti miserabili che hanno avuto la disgrazia di nascere in Cina, in Giappone, in Italia. Di quella storia, che è tipica e che le democrazie sociali di tutto il mondo sono desiose di imitare, non sarà inutile ridire i fasti maggiori.

 

 

Cominciarono i privilegiati oligarchi della democrazia operaia australiana, discendenti dei galeotti deportati nel primo terzo del secolo decimonono dall’Inghilterra, ad ingelosirsi della concorrenza degli operai cinesi addetti alla piccola industria domestica nei maggiori centri urbani, e degli indigeni polinesiani o canachi, importati a coltivare le piantagioni di zucchero nella colonia tropicale del Queensland; e crebbe l’odio in seguito contro gli indiani ed i giapponesi che a frotte sbarcavano sulle spiagge deserte dell’Australia settentrionale. Ond’è che a gara tutte le colonie sanciscono atti severamente poibitivi della mano d’opera di colore; ed, invano resistendo il Queesland, il quale a ragione teme di veder rovinata l’industria dello zucchero dal difetto di mano d’opera, la Federazione decreta la serrata, ed in parte l’espulsione, contro tutti gli asiatici.

 

 

Arma principale per ottenere l’esclusione, l’obbligo fatto a tutti gli immigranti di stendere di proprio pugno una domanda di ammissione in una lingua europea, a scelta non del postulante ma del funzionario. Neppure dinanzi ai più sacri affetti di famiglia si arresta il furore proibizionistico delle democrazia australiana: ché persino ai fanciulli cinesi, casualmente nati fuori del territorio sacro ai bianchi, da genitori cinesi legalmente domiciliati in Australia, è vietato l’accesso, col non dissimulato scopo di costringere alla partenza i genitori.

 

 

Né l’odio contro gli stranieri logicamente può contentarsi del divieto della mano d’opera di colore; ma ben presto si rivolge contro i bianchi. Gli ultimi atti della Federazione vietano perciò l’ingresso, oltreché ai colpiti da malattie infettive o contagiose, alle persone immorali, ai colpevoli di reati comuni (ai criminali australiani, anche se recidivi, la oligarchia democratica non trova però fuor di luogo conservare integro il diritto alla pensione di Stato!), altresì alle persone vincolate da un contratto o da un anticipato accordo di lavoro onde accadde che imprenditori inglesi non poterono attuare progetti di industrie nuove, perché ad essi non fu concesso di condurre con sé la necessaria mano d’opera, non esistente in Australia, alle persone che, a parere insindacabile del ministro o di un funzionario appositamente designato, debbano probabilmente ricorrere per vivere alla carità del pubblico o cadere a carico di una qualsiasi istituzione pubblica o di beneficenza e finalmente a tutte le persone che rifiutino di scrivere sotto dettatura di un funzionario e di firmare in sua presenza un brano di cinquanta parole, per esteso, in una lingua europea designata dal funzionario, Oramai, grazie a questi divieti, resi ancor più stringenti da una giurisprudenza rigidissima, nessuno straniero può entrare sul suolo sacro al socialismo senza dottrina e lo straniero già ivi domiciliato che per poco se ne allontani, anche per diporto, e per poche ore, può essere senza pietà sfrattato.

 

 

L’esclusione del lavoro straniero ha consentito a quei governanti di imitare a lor capriccio le leggi vincoliste onde vanno famosi gli imperatori romani della decadenza, le città medioevali che un muro ed una fossa serrava, i terroristi francesi del 1793: onde sul protezionismo operaio si innesta un triplice protezionismo economico; altissimi dazi a proteggere l’industria interna contro la concorrenza estera – protezionismo doganale a favore degli imprenditori -; imposte di fabbricazione contro quegli industriali che, pur essendo favoriti dal dazio, non pagassero alle maestranze salari reputati dall’Alta Corte di arbitrato «equi e ragionevoli» – protezionismo a favore degli operai già privilegiati per il divieto di introduzione della mano d’opera gialla o bianca -; soppressione del dazio protettivo per quegli industriali che indebitamente aumentassero i prezzi a danno dei consumatori – terzo ed ultimo protezionismo, di cui è facile vedere la vana ipocrisia, a prò dei consumatori taglieggiati dalla oligarchia dominante. Ed è questo il conserto di triplice, anzi quadruplice protezionismo, che la democrazia australiana sventola dinanzi all’Europa attonita come l’ultimo e più perfetto portato della civiltà!

 

 

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Ma già si vedono gli amarissimi frutti della barbarie rinascente sotto colore di civiltà. Sui 4 milioni di abitanti un buon terzo si accalca nelle città capitali, a vivere di lavori governativi e di favori largiti dal quadruplice protezionismo. Le campagne, che son le uniche provveditrici di ricchezza a codesti parassiti cittadini, sempre più si spopolano per la impossibilità di pagare i salari che le Corti di arbitrato proclamano «equi e ragionevoli»; e poiché nemmeno l’industria privata cittadina è in grado di pagare quei salari salvo ai più forti e robusti, infierisce la disoccupazione, che invano lo Stato cerca di lenire creando a spese dei contribuenti villaggi agricoli (genialissimi sperimenti, di cui raccontai altra volta su queste colonne la interessante istoria ad ammaestramento degli italiani idolatri della colonizzazione interna ad opera dello Stato ed adibendo i disoccupati alla caccia dei conigli in campagne deserte o allo scavo di fossi che poi vengono nuovamente colmati. Onde la professione del disoccupato è divenuta in Australia quasi altrettanto sicura quanto quella dell’impiegato governativo in Europa; e attrarrà sempre più le genti, finché non mancheranno i mezzi al Governo di mantenerle nell’ozio. Ma quando le imposte fortemente progressive sulla proprietà fondiaria avranno distrutte le fonti della ricchezza e fatta scomparire la razza degli imprenditori indipendenti (proprietari di miniere ed allevatori di pecore da lana), quando la vecchia Europa non vorrà più seguitare ad imprestare capitali a basso interesse a questi saltimbanchi del futurismo sociale, e quando i governanti avranno rovinato definitivamente il paese col far ricorso, come hanno già deliberato, alla moneta cartacea di Stato, l’edificio armonico così faticosamente creato non potrà non crollare d’un tratto.

 

 

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Seppure il Giappone e la Cina consentiranno che il pazzesco sperimento sia condotto sino alla fine, adattandosi a subire umilmente gli affronti esclusivisti che, iniziatisi in Australia, trovarono subito imitatori entusiasti negli Stati Uniti (California) e nel Canadà. Le difficoltà costituzionali, il minor potere dei sindacati operai, l’esistenza di forti organizzazioni padronali e di un numerosissimo ceto di medi proprietari agricoli hanno finora impedito che le teorie australiane trionfassero compiutamente nel Nord-America. Ma già fu pronunciato l’ostracismo contro i gialli ed ostacoli vieppiù rigorosi sono frapposti contro l’immigrazione bianca degli italiani, dei polacchi, dei russi e degli ebrei; né è escluso il pericolo che anche negli Stati Uniti si decreti lo sfratto contro gli immigranti che non sappiano leggere un brano scritto nella lingua prescelta dal funzionario governativo.

 

 

Invano i giapponesi ed i loro difensori dimostrano false e bugiarde le accuse che contro di essi e contro gli immigranti bianchi cosidetti undesirables (non desiderabili) sono rivolte; falsa e bugiarda l’accusa di delinquenza, come provano ad esuberanza le statistiche comparative dei delitti commessi dagli anglosassoni, scandinavi e tedeschi da una parte e italiani, giapponesi, polacchi dall’altra; ipocrita l’accusa di immoralità venuta da popoli in cui sono frequentissimi i divorzi ed attivissima la domanda di schiave bianche, falsa e bugiarda l’accusa di depressione sistematica dei salari, quando i cinesi d’Asia ed i cinesi d’Europa accorrono a compiere dapprima mestieri abbandonati dai superbi indigeni, permettendo a costoro di elevarsi senza impacci nella scala sociale; falsa e bugiarda l’accusa di incapacità economica quando vediamo giapponesi ed italiani elevarsi a posizioni invidiabili e pretendere, appena possono, salari elevati quanto quelli correnti sul mercato; ingiusta l’accusa di crumiraggio contro il trades-unionismo, quando si vedono cinesi e giapponesi formare, sin dalla partenza, leghe per nulla meno bene organizzate delle australiane ed americane e il cui unico torto è di scendere in lizza contro di queste, a ristabilire, almeno in parte, la libertà di concorrenza artificialmente annullata; falsissima l’accusa di basso livello intellettuale, se si pensa all’alta percentuale di alfabeti fra i gialli e quando le statistiche dimostrano che alla seconda generazione i figli degli italiani danno una minore percentuale di analfabeti degli americani di razza. No; non sentimenti morali, patriottici, altruistici spingono australiani ed americani a respingere gialli ed italiani dal loro suolo. L’aveva già dimostrato Napoleone Colajanni nei suoi generosi e coraggiosi «Latini ed Anglosassoni» e nei suoi recentissimi Gli italiani negli Stati Uniti (Napoli, 1910); e la dimostrazione serrata ed esauriente di Giuseppe Prato non lascia più alcun dubbio al riguardo. Ma sono interessi brutalmente egoistici di piccole oligarchie operaie che tengono prone alle lor voglie le masnade di politicanti che infestano i parlamenti d’Australia e d’America. Sono interessi grettissimi di chi non vede più lungi di una spanna e chiude gli occhi alla rovina futura del proprio paese per preservare un livello di salari in moneta, elevato fuor di ogni ragionevole misura al disopra del livello dei salari nel mondo. Contro questi gretti e piccoli interessi la ragione non giova; onde è a temere che solo la forza possa avere efficacia. Non sarà certo l’Europa, infrollita dall’umanitarismo, quella che inizierà la guerra della civiltà contro la barbarie esclusivista rinascente nel nuovo e nel nuovissimo continente.

 

 

La guerra della civiltà futura sarà combattuta sul Pacifico e saranno i cinesi ed i giapponesi, questi popoli di antichissima civiltà, che, sospinti dalla moltitudine delle loro genti in cerca di terra, imporranno ad americani e ad australiani la teoria della porta aperta. Di questo singolare ricorso storico non sarà l’ultima a giovarsi la vecchia Europa, anch’essa contrada di antica civiltà e anch’essa interessata al regime della porta aperta nei paesi nuovi.

 

 

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