Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Provvedimenti del governo per regolare le contrattazioni dei titoli e dei cambi

«Corriere della Sera», 1 marzo 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 116-123

 

 

 

I. Il testo del decreto

 

La «Gazzetta Ufficiale» pubblica il seguente decreto:

 

 

Art. 1 Gli agenti di cambio non possono dare il proprio nome quale contropartita in operazioni in divise. La quotazione dei valori sul listino ufficiale può avvenire soltanto sulla doppia dichiarazione del venditore e del compratore.

 

 

Art. 2 In sostituzione del giornale bollato, ora in vigore, gli agenti di cambio dovranno tenere una prima nota bollata unica, nella quale registreranno cronologicamente tutti gli affari, con la descrizione delle singole operazioni, indicando la qualità del titolo o delle divise, il prezzo, la scadenza, il compratore, il venditore.

 

 

Art. 3 A parziale modificazione dell’art. 3 del regio decreto legge 10 giugno 1921 n. 730, è data facoltà all’Istituto nazionale per i cambi con l’estero di chiedere alle banche e ditte bancarie esercenti il commercio dei cambi la comunicazione dei cambi riguardanti la consistenza dei loro crediti verso l’estero e l’ammontare dei rispettivi debiti verso l’estero rappresentati da giacenze in lire presso di esse a credito di corrispondenti esteri, fermo restando per il tesoro il diritto di ordinare eventualmente proprie ispezioni.

 

 

L’Istituto nazionale per i cambi con l’estero è autorizzato pure a domandare alle banche ed alle ditte bancarie esercenti il commercio dei cambi la comunicazione giornaliera degli acquisti e vendite di cambi da esse effettuati.

 

 

L’Istituto è autorizzato a domandare analoga comunicazione agli agenti di cambio ed ai commissionari per quelle operazioni in cambio che non sono state effettuate con banche e ditte bancarie.

 

 

Art. 4 A partire dal giorno 2 marzo prossimo, gli agenti di cambio, le banche, i banchieri, i commissionari ed i cambiavalute non potranno accettare, né eseguire ordini di acquisto a termine, di titoli, esclusi quelli di Stato o garantiti dallo Stato e le cartelle fondiarie, se non contro contemporaneo versamento da parte dei committenti del 25% del prezzo corrente dei titoli richiesti. Delle somme così incassate dovrà essere data ricevuta al committente nei fissati riguardanti le singole operazioni. Il presente decreto sarà presentato al Parlamento per la conversione in legge.

 

 

Nel decreto odierno per il regolamento delle borse dei cambi, vi è una disposizione la quale sarà approvata da tutti quanti hanno a cuore la serietà delle operazioni che si compiono nelle borse: voglio accennare all’obbligo di far versare agli acquirenti di titoli a termine il 25% del prezzo di acquisto. Troppi nullatenenti, troppi ragazzi, troppi garzoni di caffè, troppi guidatori di vetture automobili, troppe donne leggere hanno negli ultimi mesi presa l’abitudine di frequentare le borse e di comperare cento, duecento, mille titoli, senza discernimento e senza quattrini. Gli agenti di cambio seri erano costretti a far finta di non vedere gli ordini, per non incappare in contropartite deboli. Tempo addietro, invocai su queste colonne che le banche facessero versare almeno il 20% del prezzo d’acquisto, allo scopo di eliminare la gente fatua, che gioca sperando di vincere e si propone di non pagare se perde. Ma non sempre l’agente di cambio o il commissionario osava chiedere al cliente la copertura. Temeva di offendere il cliente e talvolta di perderlo a vantaggio d’un concorrente meno scrupoloso. L’obbligo di chiedere una copertura minima del 25%, salva la banca e l’agente di cambio dalle recriminazioni personali e ridarà alle borse un tono di serietà. Gli speculatori senza un soldo non per ciò abbandoneranno il mercato. Esistono metodi di violare la legge; e già nei mesi scorsi si erano andati diffondendo nel «parco buoi», – come a Torino si chiama la folla degli speculatori occasionali – sistemi accorti di passare attraverso alla rete del 20% di copertura. Ma sono metodi costosi; che rendono la speculazione più difficile. Il che è già un risultato ragguardevole.

 

 

Più lungo discorso meritano le nuove norme relative ai cambi. Per ora mi limito a un’impressione generica: ed è che si tratta d’un arnese frutto del tempo di guerra, che non diede buon frutto. Quale bene possa derivare dalla sorveglianza dell’istituto dei cambi non riesco a vedere. Un male sono le cartacce, i ritardi nel compiere operazioni genuine e necessarie, il costo cresciuto di acquistare divisa estera per i pagamenti, e quindi il rincaro dei cambi e delle merci importate dall’estero. Un altro male potrebbe essere la repugnanza degli stranieri e degli italiani residenti all’estero a tenere giacenze in lire presso banche italiane, quando si paventi l’ingerenza e la curiosità del governo intorno alle giacenze medesime. D’altro canto l’esportatore italiano, timoroso di non potersi procurare la divisa necessaria quando dovrà rifornirsi di materie prime, potrebbe essere tentato a tenere all’estero le divise ricavate dalla vendita dei suoi prodotti. Quale vantaggio tutto ciò porti alla stabilità della lira, appare difficile a comprendere. Perché provvedimenti di questo genere non facciano danno, occorre che il tesoro ed i banchi di emissione siano pronti a gettare sul mercato, in caso di rialzo dei cambi, masse imponenti di divisa. Ma se tesoro e banche sono così agguerriti, quale bisogno avevano di risuscitare questo provvedimento della bardatura di guerra?

 

 

II Cambi e borse

 

Il peggioramento dei cambi può essere spiegato riferendosi a fatti esterni o interni. Comincio da quelli esterni e per valutarli espongo in una tabella ricavata dal «Bulletin mensuel de Statistique» della Società delle nazioni le quotazioni percentuali di alcune principali monete europee in confronto alla parità del dollaro:

 

 

 

Media dell’anno

Fine del mese di

 

 

 

 

 

dic.

genn.

febbr.

 

1920

1921

1922

1923

1924

1925

1925

Londra

133,0

126,4

109,9

106,4

103,6

101,5

102,5

Amsterdam

116,8

119,5

104,5

102,8

99,3

99,6

100,5

Berna

114,1

111,2

101,2

106,8

99,6

100,0

100,4

Stoccolma

130,8

118,8

102,4

100,9

99,4

99,4

99,4

Madrid

121,2

142,6

124,5

133,5

138,2

134,7

136,4

Copenaghen

170,1

150,6

128,1

146,0

152,0

150,0

150,5

Parigi

275,1

258,7

235,5

317,8

357,4

356,7

376,5

Bruxelles

262,3

259,0

251,3

370,1

388,6

372,6

385,6

Roma

389,8

449,1

406,4

419,4

448,5

463,1

478,0

Berlino

100,1

100,1

100,0

Praga

1.267,0

1.612,0

839,9

685,7

670,8

681,1

684,4

Vienna

4

12

203

1.447

1.447

1.447

1.447

Budapest

5

9

29

219

1.558

1.447

1.447

Belgrado

505

814

1.421

1.800

1.289

1.179

1.202

Bucarest

980

1.564

2.762

3.909

3.799

3.702

3.949

 

 

Per Berlino non ho indicato le percentuali dal 1920 al 1923 perché trattavasi di cifre iperboliche relative ai marchi carta, che è difficile far stare in uno spazio ragionevole. Le cifre dal dicembre 1924 in poi si riferiscono ai marchi oro. Ho scritto in corsivo le cifre di Vienna e Budapest le stesse ragioni tipografiche, ho dovuto sopprimere tre zeri. Laddove, ad esempio, le cifre di 1.202 per Belgrado o 478 per Roma (febbraio 1925) significano che i cambi rispettivi sono il 1.202 o il 478 per ogni 100 unità oro alla pari; la cifra di 1.447 per Vienna e Budapest significa che i cambi di quei due paesi nel gennaio e febbraio sono stati il 1.447.000 (e precisamente il 1.447.285,7) per ogni 100 unità oro alla pari.

 

 

Spiegata così la tabella, se ne possono trarre alcune conclusioni:

 

 

  • 1) Alcune valute migliorano stabilmente rispetto all’oro: la sterlina inglese, il fiorino olandese, il franco svizzero, la corona svedese, il nuovo marco tedesco.

 

 

Queste valute possono oramai quasi chiamarsi di nuovo valute auree. Nell’ultimissimo periodo (febbraio 1925) si osserva una leggera flessione rispetto all’oro; ma trattasi per ora di fenomeno di lieve importanza. Il fenomeno è, forse, indice di un movimento futuro, che potrebbe divenir grandioso, di incarimento dell’oro e di diminuzione dei prezzi oro delle merci. Se il movimento si avvererà, potrebbe iniziarsi un nuovo ciclo storico di importanza incalcolabile. Non mancano alcuni segnali sull’orizzonte; ma trattasi oggi, di bagliori antelucani su cui sarebbe prematuro scrivere un articolo di giornale.

 

 

  • 2) Alcune altre valute come la peseta spagnuola o la corona danese sono ancor lontane dalla pari e se ne stanno quiete a un livello che parrebbe stabilizzato. Con una energica politica di tesoro e di finanza, la riconquista della pari non sembra tuttavia una eventualità impossibile e lontanissima.

 

  • 3) Nel gruppo di fondo ho collocato le monete corone cecoslovacca, austriaca ed ungherese, dinaro serbo e leu rumeno – per cui il ritorno alla pari antica è fuor di questione. Questi paesi non hanno ragione di annullare del tutto la moneta antica, come fecero Germania, Polonia e Russia, ma evidentemente non possono neppure ripristinarla alla parità antica. Stanno aspettando gli eventi e frattanto si sono appigliati di fatto ad una politica di stabilizzazione attorno ad un certo livello. Le tre corone sono quasi del tutto stabili; il dinaro serbo e il leu rumeno oscillano un po’ di più ma non si nota una tendenza ad andare più su che giù.

 

  • 4) Ho lasciato per ultimi il franco francese, il franco belga e la lira italiana. Sono le tre monete europee che hanno una tendenza abbastanza spiccata a peggiorare in confronto all’oro. Con qualche pausa, con qualche variante da una all’altra. Tuttavia peggiorano.

 

 

Poiché il peggioramento è una caratteristica comune ai tre paesi e differenziale degli altri, sembra potersi concludere con un certo fondamento (dico sembra perché in materia monetaria occorre andare oltremodo guardinghi nel fare affermazioni recise) che, se esiste una causa esterna del peggioramento, questa deve essere comune a Francia, Belgio ed Italia. Ma, altra causa comune non esiste fuor di quella dell’incubo dei debiti interalleati. Inghilterra e Stati uniti sono avvertiti: se essi vogliono nuocere all’assetto monetario dei loro alleati continentali, se essi vogliono rendersi colpevoli di uno scompiglio a tipo tedesco, insistano pure nel farsi pagare. Provocheranno un disastro continentale. E con qual sugo? Di trovarsi poi a stringere un pugno di mosche?

 

 

Le cause interne possono distinguersi, anche qui con cautela, ogni distinzione essendo artificiosa, in finanziarie ed economiche.

 

 

Una causa finanziaria, relativa cioè al bilancio dello stato, non esiste né per il franco né per la lira. Se ribasso doveva esserci, avrebbe dovuto avvenire, ed avvenne, prima quando i bilanci andavano alla deriva. Non ora, quando dappertutto si fanno sforzi encomiabili per giungere al pareggio. Per restringermi all’Italia, certa cosa è che astrazion fatta dall’incubo detto di sovra dei debiti interalleati, il bilancio statale si trova in buone condizioni. Rimborsa debiti, li rimborsa sul serio, e ciò non potrebbe fare se il pareggio sostanziale non esistesse.

 

 

So bene – e quasi ogni giorno qualcuno, per lo più un anonimo impressionabile mi scrive in tal senso – che si va sussurrando che i conti del tesoro sono una cosa e la realtà è un’altra: che il bilancio non è in pareggio, altrimenti la lira non andrebbe giù. Debbo recisamente protestare contro queste voci. Sono dolente che, in regime di restrizioni alla libertà di stampa, la voce degli studiosi indipendenti non goda quel credito di cui fruirebbe in regime di stampa libera; ed è questo, della difesa del credito pubblico, un argomento potentissimo contro i decreti restrittivi. Persino noi, che siamo in politica oppositori e scriviamo su giornali di opposizione, siamo sospettati quando parliamo bene della situazione del tesoro! Sia come si voglia, la verità è una sola: che il ministro De Stefani, che il direttore generale del tesoro Pace, che il ragioniere generale dello stato De Bellis, che il direttore generale della Banca Stringher sono uomini assolutamente incapaci di mettere la firma sotto documenti non rispondenti al vero. Bisognerà, quei documenti, interpretarli; è opportuno talvolta chiedere pubblicamente dilucidazioni e integrazioni; ed io faccio del mio meglio per chiedere sempre qualche nuovo particolare. Ma certa cosa è che le cifre del conto del tesoro e della situazione della Banca d’Italia rispondono a verità. Poiché dunque il bilancio è buono; poiché se è desiderabile frenar le spese, fortunatamente non v’è indizio che le entrate non debbono coprire le spese attuali, dobbiamo escludere la condizione delle finanze pubbliche dal novero delle cause del deprezzamento della lira.

 

 

Tra le possibili cause economiche di un deprezzamento vi è lo squilibrio della bilancia commerciale. Bisogna escludere anche questo fattore. Qualche transitorio effetto potrà aver prodotto la necessità degli approvvigionamenti di frumento. Ma, nel complesso, la cosidetta bilancia commerciale passiva od eccedenza delle importazioni sulle esportazioni, diminuì da 6.103 milioni nel 1923 a 5.077 milioni nel 1924. Passivo dunque scemato, e largamente coperto dalle attività invisibili: spese di forestieri, rimesse di emigranti, noli della marina mercantile italiana, ecc. ecc.

 

 

Dunque, non c’è proprio niente all’interno? C’è uno stato d’animo anormale, il cui indizio più clamoroso è la tessera che la camera di commercio di Milano ha dovuto istituire per frenare l’irruzione di moltitudini sovreccitate nei locali della borsa. Ma ci sono altri indizi: a Torino, la borsa ufficiale si prolunga all’aperto in piazza San Carlo e lì conviene ogni sorta di gente la più squinternata che si possa dare: ex-preti, donne, studenti. Ai caffè, su due discorsi che involontariamente si debbono ascoltare, uno si riferisce ai corsi dei titoli. Nelle città, è organizzata la caccia alle case da vendere. A Genova, mi scrivono, c’è ressa attorno alle merci scaricate, a quelle in arrivo ed a quelle che si spera saranno spedite. Nelle campagne del Piemonte, e forse anche in altre, i proprietari di terreni ricevono frequenti visite di intermediari, i quali hanno sentito dire che essi hanno intenzione di vendere e vorrebbero acquistare.

 

 

Indizi sparsi, ma concordanti di uno stato d’animo. Fino alla primavera del 1924 erano pochi, relativamente ai 40 milioni di italiani, quelli i quali erano persuasi essere meglio possedere cose materiali (terreni, case, macchine, merci, mobilio, ecc.), piuttostoché una misura di valori variabile, come la lira. Dalla primavera del 1924 in poi questa persuasione si è andata diffondendo in strati sempre più vasti della popolazione. Contro questo pericoloso stato d’animo bisogna reagire con energia, ed il modo più efficace di reagire è di sopprimere la variabilità del metro monetario. Bisogna, cioè, ritornare alla lira uguale in modo fisso, legale, a volontà del portatore, con una certa quantità d’oro. Oggi io non voglio pregiudicare la soluzione del quantum di oro da dare in cambio della lira. è un problema grave, su cui i pareri sono opposti e su cui si può discutere. Dico solo che oggi il gran punto da risolvere è il ritorno ad una lira che sia stabilmente uguale a qualcosa di materiale, di tangibile. Oggi siamo in tempo. Un tesoro bene armato come il nostro può affrontare il problema. Ma non bisogna perder tempo. Una misura variabile dei valori è il più gran flagello di un popolo. Non c’è nessuna causa di malcontento, di inquietudine, di discordie sociali più potente di una moneta, che non si sa che cosa sia, che ora è lunga ed ora è corta, che ora compra dieci ed ora nove e poi di nuovo undici. Un amico mi diceva giorni fa che egli vorrebbe si adottasse una legge, la quale comminasse l’impiccagione per chiunque – imperatore, re, ministri, senatori, deputati – deliberasse o proponesse in occasione di una futura guerra di sospendere il cambio a vista in oro della moneta. Un po’ draconiana, quella legge, ed inefficace, perché, se una guerra capitasse il legislatore del tempo cambierebbe la legge prima e, poi, occorrendo, decreterebbe il corso forzoso. Ma il proposito draconiano è un segno degli animi esasperati contro uno strumento degli scambi il quale serve male allo scopo per cui fu creato.

 

 

Le parole che ho scritto sopra non devono essere interpretate nel senso che la lira corra pericolo. Il momento è delicato; ma non nel senso del pericolo. Si tratta di impedire l’estendersi di uno stato d’animo – che oggi è proprio di una moltitudine limitata a classi speculative, commerciali, industriali -, alle vere moltitudini dei risparmiatori, dei piccoli e medi produttori, impiegati, operai. Di fronte al problema di ridare alla lira una base reale, concreta, aurea, tutti gli altri problemi economici e finanziari perdono importanza. Diventano l’infinitamente piccolo.

 

 

Perché il ministro delle finanze ed i dirigenti gli istituti di emissione non dovrebbero far diventare quella sulla lira la più bella speculazione che possa farsi in Italia? Due politiche occorre fermamente seguire all’uopo: all’estero, la eliminazione dell’incubo dei debiti interalleati, all’interno una politica monetaria che renda impossibile alla lira di allontanarsi dal rapporto legale fisso che si ritenga opportuno di adottare rispetto all’oro.

 

 

Gli speculatori non creano i prezzi; li fiutano nell’aria e li anticipano.

 

 

Bisogna interessarli a prevedere una lira stabile. Quando le condizioni della stabilità saranno poste dai fattori competenti, tutti si accorgeranno che la lira è un buon impiego. Ed in breve la lira ridiverrà stabile.

 

 

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