Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII

Corriere della Sera

Quale è lo scopo ultimo dei decreti sulle borse?

«Corriere della Sera», 17 aprile 1925

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VIII, Einaudi, Torino, 1965, pp. 226-229

 

 

 

È stata davvero una gran disgrazia l’abbinamento di due problemi profondamente diversi, come la valorizzazione della lira ed il regolamento delle operazioni di borsa. Se si badasse invero solo a queste ultime, prese per se stesse, le norme relative dovrebbero essere formulate in modo da ottenere la massima loro scioltezza e sicurezza e buon fine. Se un mercato di borsa deve esistere, esso deve essere regolato in modo da esistere utilmente, da raggiungere col minimo costo gli scopi per cui un qualsiasi mercato si forma: facilitare i contratti, renderli sicuri, di spedita esecuzione, con immediate sanzioni per gli inadempienti.

 

 

Invece, le norme escogitate coi vessati decreti rispondono ad una esigenza affatto diversa. Fu cioè ritenuto che l’incremento recente delle operazioni di borsa, che l’aumento dei valori consentito dal moltiplicarsi degli operatori e delle operazioni fosse la causa od almeno una causa dello svilimento della lira: se i valori crescono di prezzo e valgono 200 lire invece di 100 lire, ciò è sinonimo di lira svilita. Se i valori ribassano nuovamente da 200 lire a 100 lire, continuò il ragionamento, ciò sarà sinonimo di lira rivalutata. Bisogna dunque far ribassare i valori per rivalutare la lira. Per far ribassare i valori, bisogna rendere difficili le contrattazioni dei valori medesimi; bisogna renderne difficile l’acquisto e difficile la vendita. Qualunque oggetto, del quale sia difficile la vendita, deserto il mercato, ribassa di prezzo. Ribassando il prezzo dei valori, pro tanto crescerà il pregio della lira.

 

 

Questa la genesi logica della norma la quale richiede il versamento anticipato del 25% del prezzo dei titoli che un operatore intende acquistare o vendere in borsa. A parità di altre condizioni l’obbligo del versamento del 25% ha per effetto di diradare sul mercato il numero dei consumatori e dei venditori. In un qualunque mercato, dove si imponesse la stessa norma, il medesimo effetto di diradamento si verificherebbe. Se alla metà di settembre, uscisse un decreto, il quale obbligasse i compratori ed i venditori di uve a depositare una caparra del 25% del prezzo delle uve contrattate, sicuramente i prezzi delle uve precipiterebbero: i venditori non avrebbero modo di procurarsi certificati di deposito delle uve ch’essi intendono vendere e sono appese ancora ai filari – non è la stessa pretesa che oggi si ha verso i venditori di titoli, quando si vuol far loro depositare un quarto dei titoli destinati alla vendita e che oggi sono forse nominativi o dati a riporto o depositati per anticipi o non ancora posseduti? – ed i compratori sarebbero grandemente restii a tirar fuori i danari prima di aver ricevuta la merce.

 

 

Quanto più inciampi si mettono alle operazioni, tanto più i mercati si sfollano ed i prezzi ribassano. Poiché sembra che tale appunto fosse lo scopo voluto dall’autore dei decreti, certo l’esito ha risposto pienamente allo scopo. Vi ha risposto tanto più sicuramente, in quanto, a differenza dei mercati ordinari di merci, dove per lo più si usa più o meno presto consegnare la merce e ritirare il danaro, il mercato dei titoli è un mercato particolare, dove la consegna effettiva della merce e il pagamento effettivo del prezzo è e deve essere una eccezione. Nel ragionare delle borse, il pubblico non si è ancora assuefatto all’idea che su cento contratti di borsa, solo una infima minoranza è concepita come tale da sboccare in uno scambio effettivo di titoli contro danaro. In tutte le borse del mondo, nessuna eccettuata, se borsa vi ha da essere, il contratto singolo non è fine a se stesso. Difficilmente l’acquirente vuole ritirare il titolo acquistato; egli per lo più vuole rivenderlo, con un altro contratto. Quasi mai il venditore del titolo lo vuole consegnare; egli lo vuole, con un altro contratto, riacquistare. Ogni contratto è in attesa di un altro, che per così dire lo annulla, lasciando come residuo solo una differenza da riscuotere o pagare. Non esiste il contratto differenziale; esistono bensì infiniti contratti, dai nomi variabilissimi, i quali si inseguono, sovrappongono, compensano; che si esauriscono nel mese o si riportano di mese in mese. Per ragioni, che sarebbe in questo articolo troppo lungo spiegare, i laici ritengono che tutti questi contratti siano un artificio, un semplice gioco, immorale e condannabile, gli economisti per lo più ritengono che invece i contratti a termine, a tipo compensativo, siano l’anima dei mercati moderni e che senza di essi l’afflusso del risparmio alle industrie sarebbe impossibile. Di fatto, si può constatare che, per il 99%, nelle grandi borse moderne, i contratti sono a tipo speculativo e compensativo; e che, se questi contratti sono aboliti, le borse sono prive di scopo e deserte di operatori.

 

 

L’obbligo di prestare, per ogni contratto iniziato in borsa, una cauzione, in danaro contante o in titoli attuali, del 25%, equivale fatalmente a distruggere il mercato a termine ed a lasciar vivere solo il mercato per contanti. Finché quest’obbligo sussisterà, qualunque siano le cautele con cui i sindacati di borsa vorranno interpretare l’obbligo della cauzione, questo sarà l’effetto tendenziale. Siccome il diradamento del mercato e il ribasso dei prezzi era l’effetto voluto, non si può negare, ripeto, che non si sia scelto un mezzo adeguato allo scopo.

 

 

L’effetto, possiamo chiederci tuttavia a questo punto, sebbene voluto, era altresì desiderabile ed a sua volta adatto a conseguire lo scopo ulteriore suo, che era la rivalorizzazione della lira? La domanda pone un problema non facile e, in ogni caso, di complicata illustrazione. Per il momento mi limito a chiedere: se è vero che, per rivalutare la lira, sia necessario rendere deserte le borse e far ribassar i valori, ciò non equivale forse a dire più in generale che, per rivalutare la lira, sia d’uopo:

 

 

  • trovare mezzi atti a scoraggiare chiunque intenda acquistare una qualsiasi merce;
  • far diventare i possessori di lire timorosi negli acquisti e negli investimenti?

 

 

E tutto ciò non è sinonimo di sfiducia, ripugnanza agli investimenti, agli impieghi industriali, agricoli ed edilizi? Non è sinonimo di disoccupazione?

 

 

O si vogliono tutte queste cose ed in tal caso bisogna approvare i decreti che avevano per iscopo di diradare le contrattazioni di borsa; o non si vogliono, e bisogna dubitare che questi siano i mezzi opportuni per conseguire una rivalutazione, la quale, se deve avere un significato utile alla collettività, deve essere sinonimo o causa di lavoro, di attività industriale, di prosperità.

 

 

Le lagnanze degli agenti di cambio intorno all’impossibilità pratica di far funzionare la norma del 25% hanno in se stesse un gran peso. Una norma di impossibile funzionamento deve essere, per questo solo motivo, corretta od abrogata. Ma v’è di più: come ho cercato di chiarire, od almeno di esporre, la impossibilità pratica della norma è solo una faccia di un vizio più generale: quella norma invero con tutta probabilità è altresì la manifestazione concreta di un piano sbagliato. Quale sia il piano generale di lotta per la rivalorizzazione o stabilizzazione della lira; se sia di rivalutazione o di stabilizzazione, non si sa, perché nessuna documentazione ufficiale è venuta alla luce in argomento. Ma gli atti singoli attraverso a cui un cosiffatto piano, se piano esiste, venne manifestandosi, fanno supporre che esso non sia stato meditato sino alle sue ultime conseguenze. Se le cose stanno così, non sarebbe urgente invece di far decreti legge prematuri, di esporre il piano nella sua interezza, affinché lo si possa ponderatamente discutere?

 

 

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