Quanto costano le elezioni generali

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 22/05/1900

Quanto costano le elezioni generali

«La Stampa», 22 maggio 1900

 

 

 

Le elezioni generali offrono materia interessante di studi sotto molti rispetti, e fra gli altri anche sotto il rispetto della spesa che cagionano e delle conseguenze economiche che ne derivano. Il calcolo della spesa cagionata dalle elezioni generali è stato fatto spesso.

 

 

Ecco come la calcolava Ugo Mazzola nel Giornale degli Economisti a proposito di una delle ultime elezioni passate:

 

 

«Sarebbe interessante il fare un calcolo accurato di quello che costano al Paese le elezioni generali. Le spese sopportate dallo Stato ammontano ad oltre un milione: occorre aggiungere a queste le spese dei Comuni; e siamo nel campo legale; non mettiamo in conto le spese per traslochi di funzionari, missioni, ecc., che pure vanno imputate al conto elezioni; saremo parchi calcolando ad un altro milione queste spese. Seguono poi quelle che sono necessarie perché la stampa illumini il pubblico ben pensante sulle intenzioni di chi regge la cosa pubblica e questa spesa non abbiamo dati per calcolarla. Il lavoro elettorale in sé esige poi tecnicamente un impiego rilevante e tutto improduttivo di lavoro e di ricchezza.

 

 

Le cosidette spese di Comitati, di uffizi di proclami, di vetture, ecc. raggiungono anch’esse una somma rilevante; possiamo calcolare per queste sole spese ed in base a dati di fatto una somma di lire tremila in media per candidato: e presumendo un numero di candidati doppio di quello degli eletti abbiamo altri tre milioni. Il maggior tiraggio dei giornali in tempo di elezioni è, senz’alcun dubbio, effetto così del maggior interesse del pubblico, come di bisogno e brame di pubblicità nei candidati. E tutto ciò si traduce in cifra!

 

 

E siamo ancora nel campo del lecito dal quale non usciremo senza accennare alla spesa che causa il trasporto ferroviario quasi gratuito degli elettori politici, la perdita di lavoro che causa la forzata vacanza degli impiegati nelle Amministrazioni ed altre cose che ora

tralasciamo. Spese simili sono inevitabili nell’ideale più virtuoso di elezioni in cui non ci siano voti da comprare o lunghe clientele da soddisfare.

 

 

Se un tantino da questo ideale ci allontaniamo, la spesa cresce in modo spaventoso. Ora chi calcolasse questo consumo complessivo di ricchezza, questa perdita di lavoro ad una cifra totale di trenta milioni si terrebbe probabilmente al disotto del vero.»

 

 

Troppi elementi mancano per determinare se la cifra calcolata dal Mazzola sia molto ad disotto oppure al disopra del vero. Si può ritenere però che le spese dirette delle elezioni non siano molto lontane da quelle sopra enunciate.

 

 

Sarebbe già grave spesa e tale da far dubitare molto se possa essere controbilanciata dal vantaggio teorico di poter mantenere il Parlamento in contatto più diretto e continuo coll’opinione pubblica. Quanto più le elezioni si susseguono a breve scadenza, tanto più crescono inoltre le spese segrete ed inconfessabili, compiute per corrompere e violentare la volontà del Corpo elettorale.

 

 

Una volta incamminato sulla via della corruzione a base di denaro, il Corpo elettorale più non si ferma e l’orgia delle spese elettorali deve forzatamente crescer con progressione ascendente. Né basta.

 

 

Fin qui si è parlato soltanto delle spese direttamente cagionate dalle elezioni generali. è d’uopo tener conto eziandio della perturbazione che desse originano nei traffici e nelle operazioni industriali ed agricole. Appunto per questo motivo si è usato spesso convocare i Comizi in un’epoca in cui i lavori agricoli tacciono ed in cui i coltivatori non corrono il pericolo di venire distratti dalle loro consuete occupazioni. Da questo punto di vista le elezioni attuali si compiono in un momento cattivo; quando la campagna bacologica richiede l’attenzione continua di tutti coloro – uomini e donne – che si trovano nelle campagne. Le lotte elettorali possono essere feconde di conseguenze economiche molto più grandiose di quelle che sono state enumerate finora: ed è quando dal loro risultato dipenda l’esito di qualche importantissimo problema economico, finanziario o monetario.

 

 

I casi più tipici ci sono offerti al riguardo dagli Stati Uniti del Nord. Nelle elezioni presidenziali del 1896 la lotta arse vivissima fra i partigiani dell’oro e quelli dell’argento. Per un anno gli affari rimasero quasi paralizzati. I banchieri delle grandi città dell’Atlantico non osavano più fare operazioni o concedere prestiti per paura che, vincendo i partigiani dell’argento, tutte le attività loro diminuissero del 50 per cento.

 

 

La vittoria degli argentisti avrebbe invero significato una rivoluzione gigantesca nei prezzi di tutte le cose. Le derrate e le merci sarebbero raddoppiate, i crediti sarebbero diminuiti in valore della metà. Gli Stati dell’Ovest si sarebbero arricchiti a spese degli Stati dell’Est. Contro questo immane pericolo che metteva in convulsione i mercati del nuovo mondo, le classi industriali e bancarie lottarono con tutte le loro forze e riuscirono a trionfare a costo di parecchie centinaia di milioni di dollari di spese di propaganda.

 

 

Ed ora negli Stati Uniti il medesimo fatto si riproduce. Non è più l’argento contro l’oro, ma è la democrazia semi-liberista che lotta contro i protezionisti, i quali stanno accentrando la ricchezza nord-americana, in pochi giganteschi trusts monopolizzatori. Ed anche stavolta la aspettativa del mondo economico è grandissima. Le elezioni presidenziali venture diranno se abbia a continuare il presente sistema di monopolii e di profitti giganteschi estorti colla protezione alle masse consumatrici o se una nuova era semi-liberista si appresti a tutelare meglio le ragioni dei consumatori contro i signori della Banca e della finanza.

 

 

Dalla vittoria liberista anche l’Italia ritrarrà vantaggi grandi, perché sarà facilitata la via a conchiudere coll’America vantaggiosi trattati di commercio. Ritornando alle attuali elezioni generali italiane, è certo che queste non produrranno nessuno scotimento economico simile a quello cagionato dalla prossima battaglia presidenziale nord-americana. La lotta verte intorno a questioni politiche, le cui conseguenze economiche non sembrano direttamente molto importanti.

 

 

Nella realtà però non si può scompagnare la restrizione delle libertà politiche dalle restrizioni delle libertà economiche. Chi sia persuaso che la prosperità materiale dell’Italia dipende dalla adozione di una politica commerciale a base di una libertà di scambi più larga possibile e di una politica tributaria più giusta e rispondente ai principii accolti oramai in quasi tutti gli Stati moderni, deve necessariamente guardare con interesse all’esito dell’attuale campagna elettorale.

 

 

Noi abbiano fiducia che anche dal punto di vista economico le elezioni attuali riusciranno favorevoli alla causa della libertà e della giustizia.

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