Quanto si chiede alla Germania. Indennità fissa e indennità variabile

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 08/02/1921

Quanto si chiede alla Germania. Indennità fissa e indennità variabile

«Corriere della Sera», 8 febbraio 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 32-35

 

 

 

Il ministro Sforza, rispondendo oggi in senato a una interrogazione dell’on. Schanzer, ha chiarito il meccanismo dell’addizionale all’indennità tedesca, consistente in un 12% sulle esportazioni della Germania. I primi comunicati lasciavano supporre che si trattasse di un dazio di importazione, dal quale sarebbero discesi tutti gli inconvenienti che avevo cercato di mettere in luce giorni or sono su queste colonne: e cioè un forte ostacolo frapposto all’esportazione tedesca, quando d’altra parte si pretende una grossa indennità, non pagabile altrimenti che con l’esportazione medesima. Le dichiarazioni del nostro esperto economico, comm. Giannini, avevano imbrogliato ancor più le idee, poiché avevano lasciato supporre che si trattasse di una specie di taglia sul valore delle esportazioni tedesche nei paesi importatori. E allora, aveva chiesto il «Corriere» in un suo commento, come si potrà imporre agli stati neutrali di farsi strumento di questa esazione? E se non vorranno farlo, come potrà la taglia essere esatta, essendo chiaro che le merci tedesche avranno interesse a prendere tutte, e sempre, la via dei paesi neutrali?

 

 

A queste preoccupazioni, a cui accennò anche l’on. Schanzer nella sua risposta al ministro, pare a me abbia risposto esaurientemente il ministro Sforza, per quanto riguarda il punto tecnico del metodo scelto per il diritto supplementare di indennità. Evidentemente le dichiarazioni del comm. Giannini erano state male riferite ed erano perciò divenute incomprensibili. Il meccanismo invece sarebbe questo: l’esportazione tedesca non è colpita da alcun dazio indennità, né all’atto dell’uscita dal territorio della Germania, né a quello dell’entrata nei paesi esteri, alleati o neutrali. Ma gli esportatori tedeschi dovranno cedere al governo tedesco, perché questo a sua volta lo ceda ai governi alleati – o direttamente ai governi alleati, il che fa lo stesso – il 12% del valore dei crediti che essi avranno acquistato all’estero a causa della fatta esportazione. Gli esportatori non perderanno nulla, perché il governo tedesco pagherà ad essi in marchi carta l’intero prezzo delle divise estere (sterline, dollari, franchi, lire, fiorini, ecc.) cedute. In fondo, le esportazioni non c’entrano per nulla in tutto questo pagamento addizionale, a cui fu dato un nome assai male appropriato, senza alcun rapporto logico con la sostanza della cosa. Trattasi unicamente d’un supplemento variabile di indennità, in funzione del valore complessivo delle esportazioni, il quale però non si paga sul prezzo delle esportazioni, ma con quei mezzi che il governo tedesco crederà più opportuni. Facciasi un esempio. All’inizio la Germania deve pagare un’indennità fissa di due miliardi di marchi oro all’anno, più una indennità variabile del 12% del valore delle esportazioni. Se noi supponiamo che le importazioni tedesche siano di 10 miliardi di marchi oro all’anno, le esportazioni, come ho spiegato nell’articolo precedente, dovrebbero essere di 12 miliardi, allo scopo di poter pagare l’indennità fissa di 2 miliardi; poiché l’indennità si può pagare solo con merci esportate senza corrispettivo, ossia in più delle importazioni. Siccome bisogna in aggiunta pagare il 12% sul valore esportato, il valore delle esportazioni deve crescere a 13 miliardi e 630 milioni di marchi oro. Infatti solo così la Germania spedirà 3 miliardi e 630 milioni di merce gratuita all’estero, con cui potrà pagare i 2 miliardi di indennità fissa, più il 12% ammonta appunto a 1 miliardo e 630 milioni circa. Il bilancio commerciale tedesco si porrà così:

 

 

  • all’attivo: Crediti sull’estero per 13 miliardi e 630 milioni di marchi oro di merci esportate;
  • al passivo: 1. Debiti per 10 miliardi di merci importate; 2. Indennità fissa 2 miliardi; 3. Indennità variabile 1 miliardo e 630 milioni. Totale del passivo: 13 miliardi e 630 milioni, che equilibrano l’attivo.

 

 

La cosa funziona benissimo sulla carta.

 

 

Il governo tedesco pagherà 1 miliardo e 630 milioni di indennità variabile, facendosi cedere altrettanta somma di divise sull’estero dagli esportatori. Ma questa non è una novità, né una singolarità dell’indennità variabile. Dovrà accadere lo stesso per la indennità fissa; ed è sempre accaduto lo stesso, da che mondo è mondo, anche per pagare le importazioni. È sempre stato risaputo che le importazioni sono debiti; e che i debiti, comprese ora le indennità, si pagano con i crediti, ossia con le esportazioni. Il fatto specifico non merita per se stesso alcun rilievo.

 

 

Ciò che merita rilievo è un altro fatto: che cioè l’indennità risulta molto aggravata. Sopra ho fatto un esempio secondo cui la Germania, se importa 10 miliardi di marchi oro dall’estero – su per giù è questa la cifra dell’anteguerra – dovrebbe esportarne 13 miliardi e 630 milioni nei primi anni; sicché l’indennità risulterebbe non di 2 miliardi, ma di 3 miliardi e 630 milioni per i primi due anni. È un aumento enorme, a cui non si vede come la Germania possa sottostare in questi primi anni di ricostruzione. In seguito, quando saremo arrivati a regime costante, ossia l’indennità fissa sarà per 31 anni di 6 miliardi all’anno, ho calcolato che l’indennità variabile sarà di altri 2 miliardi e 180 milioni quando le importazioni tedesche siano di 10 miliardi di marchi oro; e diventerà di 3 miliardi e 545 milioni se le importazioni tedesche diverranno di 20 miliardi. In tutto 8 miliardi e 180 milioni, ovvero 9 miliardi e 545 milioni di marchi oro all’anno.

 

 

In un articolo, non posso spiegare il modo con cui il calcolo fu fatto; ma ho ragione di credere che esso sia esatto. Siamo nel mondo dei fantasmi numerici. Il grave in tutto ciò è che la Germania, per diminuire l’indennità da pagare, avrà interesse a non crescere le sue esportazioni. Il che potrà far piacere ai protezionisti italiani, inglesi o francesi; ma ostacola il pagamento dell’indennità fissa. Quanto più la Germania si chiuderà in se stessa e avrà pochi rapporti commerciali con l’estero, tanto meno essa pagherà d’indennità variabile. Ma tanto meno essa importerà allora merci o derrate italiane, francesi o inglesi; e tanto meno essa sarà in grado di pagare l’indennità fissa. Teoricamente il punto di equilibrio agevolmente si troverebbe; in pratica si dovranno superare tali attriti, che il pagamento dell’indennità sarà gravemente compromesso. Difatti, come potrà il governo tedesco stabilire, in aggiunta alle altre imposte, una massa di tributi che potrà andare da 3 miliardi e 630 milioni di marchi oro adesso a 9 miliardi e 545 milioni di marchi oro in avvenire all’anno, così da poter comprare dai produttori e esportatori nazionali altrettanta somma di merce da consegnare gratuitamente agli alleati?

 

 

Rispondendo al ministro, il sen. Schanzer con molto tatto richiamò l’attenzione del senato sul rapporto fra la quota dell’indennità tedesca dovuta a noi e i nostri debiti verso gli alleati. Egli ha calcolato che il valore attuale del nostro decimo di indennità fissa è di 10 miliardi e 875 milioni di lire oro. Siccome alla fine del 1921 i nostri debiti verso gli alleati toccheranno i 21 miliardi di lire oro, è chiaro che noi rimarremmo con un debito di circa 10 miliardi di lire oro anche se noi potessimo cedere in blocco agli alleati la nostra parte di credito per indennità fissa verso la Germania. Il meglio sarebbe che gli alleati si prendessero indennità fissa e indennità variabile. Se le tengano tutte e due, per quello che valgono; e passino la spugna sui nostri debiti verso di loro. E non se ne parli più. Così pensano oramai tutti gli italiani, anche se non lo dicono. Ed è difficile immaginare come sia possibile farsi pagare crediti così spettacolosi da uno stato, i cui cittadini sono convinti di non dover, per fatto di guerra, nulla a nessuno.

 

 

Torna su