Tratto da:

L’Italia e il secondo risorgimento

Quel che gli italiani fecero

«L’Italia e il secondo Risorgimento», 20 gennaio 1945

 

 

 

Politica atta a dare a tutti uguali possibilità ai punti di partenza, di ampliamento del campo dei servizi pubblici, di innalzamento dei redditi posti al disotto del normale e di abbassamento degli alti papaveri, politica di lotta contro i monopoli di ogni sorte e dimensione e provenienza. Si; ma la domanda scettica subito affiora: saremo noi italiani capaci di tanto? Ricordiamo i fatti accaduti, svaniti purtroppo dalla memoria di molti. I fatti confortano a sperare.

 

 

A coloro i quali auspicano la formazione di uno stato che sia lo stato di tutti fa d’uopo ricordare: che gli italiani di oggi sono i figli di coloro i quali dal 1848 al 1914 avevano trasformato il piccolo stato paternalistico piemontese, dotato di forti tradizioni di buon governo e di virtù militari, in un grande stato moderno.

 

 

Era ancora uno stato a tipo napoleonico, ma il numero degli elettori era passato da qualche centinaio di migliaia nel 1860 a 3 milioni nel 1912 ed a 9 alla vigilia della grande guerra; e nei comuni facevano le loro prime prove gli uomini che poi arrivavano alla somma del potere. E questo era passato da una ristretta aristocrazia burocratica al medio ceto e si avviava ad aprirsi ai lavoratori. Esisteva una magistratura, la quale possedeva un notevole spirito di corpo e perciò di indipendenza. La scuola universitaria godeva di una autonomia dal potere politico, emulata forse soltanto in Inghilterra; e lo spirito che circolava tra insegnanti e studenti era in Italia più libero da vincoli sociali e di classe che in Inghilterra.

 

 

Possedevamo una burocrazia troppo numerosa ed inadeguatamente pagata, ma onesta, ed un esercito al quale era rimasta estranea ogni velleità di pronunciamenti o di inframmettenze politiche. Non esisteva antisemitismo e due israeliti erano giunti alla somma del potere. A coloro i quali dubitano della capacità di risparmio degli italiani ricordiamo solo che questi avevano rimborsati tutti i debiti contratti all’estero durante l’epoca del risorgimento e della costruzione della nuova Italia: avevano rinnovato città, costrutto ferrovie, traforato montagne, gittato porti, compiuto bonifiche; avevano, grazie alle rimesse degli emigranti, popolato di casette i grossi borghi nativi ed iniziata, con acquisto di terreni, la trasformazione sociale del mezzogiorno; avevano costituito all’estero un patrimonio cospicuo in terreni e in imprese, il cui reddito non di rado era importato in Italia dai possessori ritornati in patria a godere il meritato riposo della vecchiaia.

 

 

A coloro i quali dubitano del nostro spirito di iniziativa, si ricordi che gli italiani d’oggi sono i figli di coloro, i quali avevano aumentata da 1 milione nel 1870 ad 11 milioni di tonnellate nel 1914 l’importazione del carbon fossile e, tra le stesse date, recata dal nulla a 2500 milioni di Kilowatt-ora la produzione dell’energia elettrica, due indici fra i tanti, del progresso meraviglioso compiuto dall’industria italiana. Erano italiani coloro i quali, noncuranti delle lugubri cassandre che pronosticavano rovine in conseguenza del supero delle merci importate su quelle esportate, avevano non solo saldato lo sbilancio con le esportazioni invisibili dei noli della marina mercantile, delle rimesse degli emigranti e dei servizi resi ai viaggiatori forestieri, ma avevano cresciuto da forse 500 a circa 2000 milioni le riserve auree delle banche di emissione.

 

 

A coloro i quali dubitano della attitudine ad appropriarsi dei frutti della cultura mondiale, si deve ricordare che l’Italia era riuscita a creare una stampa quotidiana che, data la tenuità dei 5 centesimi pagati per ogni numero, non era seconda a nessuno dei maggiori giornali d’Inghilterra, di Germania e d’America per sostanziale ricchezza di informazione, per fattura tecnica, per varietà di rubriche e per assoluta indipendenza da interessi privati contrastanti coll’interesse pubblico.

 

 

Ai propugnatori di socializzazioni non è inutile far presente che la nazionalizzazione delle ferrovie aveva avuto patroni, tra i maggiori uomini politici dell’Italia risorta, Cavour e Spaventa, ambi uomini di destra, e che le ferrovie, sempre state soggette a controllo pubblico, sono gerite quasi tutte in Italia dallo stato sino dal 1905. Porta il nome di legge Bonomi quella legge la quale avocò a trent’anni fa tutte le acque utili alla irrigazione ed alla produzione di forza motrice al demanio pubblico e, concedendole via via ad imprese private gravate dell’obbligo di fare a proprie spese tutti gli impianti, le assoggettò altresì all’obbligo della riconsegna allo stato delle acque e degli impianti in perfetto stato di conservazione e senza il diritto ad indennità veruna; cosicché dopo sessant’anni dall’origine – e molti anni sono spesso già passati – lo stato entrerà gratuitamente in possesso di una magnifica rete di impianti idroelettrici.

 

 

Alle ferrovie ed alle acque, di cui in altri paesi si chiede la nazionalizzazione già operante od in corso da noi, molti altri casi si possono aggiungere: dai porti amministrati da enti autonomi ai consorzi di acque irrigatorie, dal canale Cavour all’Acquedotto pugliese, tutte imprese pubbliche variamente gerite; e si debbono aggiungere le banche, per le quali probabilmente si è oltrepassato il segno.

 

 

Fu sempre di stato una banca, erede di un istituto piemontese del XVIII secolo, che nessuno ricorda e che per massa di depositi, primissimi quelli delle casse postali, fu sempre la maggior banca italiana: la Cassa depositi e prestiti. Grazie alla Cassa depositi e prestiti, branca autonoma del tesoro italiano, i miliardi, anzi le decine di miliardi dei depositi postali italiani sono convogliati verso le imprese pubbliche e gli investimenti capitali dello stato, delle provincie, dei comuni e dei varii enti pubblici in Italia. Tutti questi enti possono approvvigionarsi di capitale a mite saggio di interesse attraverso a questa grande istituzione, la quale lavora nel silenzio. Altrove si grida: nazionalizziamo le banche; ed in Italia sono nazionalizzati anche gli istituti di credito fondiario e quelli di credito agrario, le casse ordinarie di risparmio, i monti di pietà; nazionalizzate, ossia gerite da pubblici e non da privati amministratori, nell’interesse pubblico e con la devoluzione degli interessi a fini di interesse sociale e generale. In più appartengono, oggi, allo stato, le maggiori banche private: la Banca commerciale italiana, il Credito italiano, il Banco di Roma, la Banca nazionale del lavoro. Al disopra, la Banca d’Italia, l’I.R.I. (Istituto di ricostruzione industriale), l’I.M.I. (Istituto mobiliare italiano), con le dipendenti Finsider e Finmare e le annesse grandi, le massime imprese siderurgiche, elettriche, marittime, sono istituti di stato e sono geriti da amministratori pubblici.

 

 

Tant’oltre si è andato, specie nel campo delle banche private, su questa via della nazionalizzazione, che ci si deve chiedere preoccupati: non si è proceduto troppo in là?

 

 

È sana una struttura bancaria, nella quale industriali, commercianti, agricoltori debbono, per ottenere credito, rivolgersi allo stato o ad enti dipendenti dallo stato? Non è grave il pericolo che dipendendo per nove decimi e forse più da enti pubblici la distribuzione del credito, questa si operi con criteri politici, in ispregio a quelli economici? e che per tal via si corrompano nel tempo stesso la vita politica e quella economica?

 

 

A chi proponga vincoli alla proprietà per ragioni di pubblico interesse giova ricordare come i liberi comuni lombardi, facendo rivivere un istituto del diritto romano, sancissero il diritto di acquedotto, per cui il proprietario deve assoggettarsi, col mero indennizzo del danno subito, a lasciare attraversare il proprio terreno dall’acqua altrui, che va ad irrigare il terreno altrui.

 

 

Grazie a questa evidente violazione del diritto quiritario della proprietà, furono creati dall’iniziativa privata e talvolta da quella comunale le grandi reti irrigatorie le quali, a partire dal canale della Mussa nel duecento, hanno trasformato il volto della Lombardia da paese di foreste e di paludi a contrada dove trionfa una delle agricolture più progredite del mondo.

 

 

A chi invoca gestioni operaie di industrie e controllo dei prezzi a pro dei consumatori perché non ricordare che i contadini e gli agricoltori italiani di ieri avevano creato le cooperative di braccianti dell’Emilia e della Romagna e la Federazione dei consorzi agrari, enti governati da operai le prime e da agricoltori la seconda?

 

 

Ed erano, quegli enti, tali da far onore al nostro paese al par dei più famosi esempi di cooperazione, le federazioni di vendita all’ingrosso (le celebri Wholesales) dell’Inghilterra e della Scozia, delle quali si leggono meraviglie nei libri. Non so che cosa siano oggi divenute le cooperative dei braccianti, dopo vent’anni di corporativismo; e certo la Federazione dei consorzi agrari è degenerata in una gestione monopolistica di stato, che gli agricoltori odiano e vorrebbero fare a pezzi. Ma il ricordo delle antiche glorie rimane.

 

 

Ai propugnatori di assicurazioni e di assistenze sociali si deve far presente che non solo le prime casse pubbliche di pensioni all’invalidità ed alla vecchiaia ed i primi istituti di prevenzione degli infortuni sul lavoro risalgono in Italia al decennio dopo il 1880; ma che gli istituti medesimi ebbero in seguito un ampio sviluppo, che si tratterà di rivedere e perfezionare, ma non si può ignorare, come se il piano Beveridge fosse – e non è neppure in Inghilterra – una novità mai più vista ed in Italia non si fosse mai fatto nulla.

 

 

In materia di assistenza ospitaliera, vige da gran tempo in non poche regioni d’Italia l’istituto del medico condotto, che talvolta è a condotta piena, gratuita per tutti, poveri mediocri ed agiati; ed esistono, se Dio vuole, istituzioni grandiose ospitaliere che si chiamano Ospedal Maggiore di Milano, di S. Giovanni di Torino, di Santo Spirito a Roma, della Carità a Napoli, il Cottolengo a Torino e mille altri, che testimoniano della carità pubblica verso i malati bisognosi. Su quel tronco, sempre vivo ed operante, gli italiani seguiteranno ad innestare nuovi germogli di opere di bene.

 

 

Poche e ristrette a pochi sono le istituzioni inspirate al criterio di rendere accessibili ai giovani di famiglie poco abbienti l’istruzione media e superiore e si chiamano seminari vescovili, dove i contadini usano inviare ancor oggi allo studio, con poca o punta spesa, i loro figli più promettenti, che poi, di solito, chiuso il ciclo delle scuole, gittano alle ortiche la tonacella da chierico; e più in alto i Collegi Ghisleri e Borromeo di Pavia, delle provincie e Caccia di Torino ed altri ancora. Converrà moltiplicare le borse ed i collegi, renderli accessibili a tutti, si che il frequentarli sia titolo di onore e di emulazione e ragione di amicizia per tutti, ricchi e poveri: ma converrà anche non dimenticare gli esempi che i secoli scorsi tramandarono ad ammaestramento ed incitamento nostro.

 

 

Se gli italiani di ieri furono da tanto e compierono opere sociali tanto memorande, perché dubitare e supporre che i loro figli non siano capaci in avvenire di emularli e di superarli?

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