«Questione politica»

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 22/10/1921

«Questione politica»

«Corriere della Sera», 22 ottobre 1921

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 417-420

 

 

 

C’è una frase od una parola, la quale in Italia taglia la strada ad ogni ragionamento, quando si vuol cercare la soluzione più adatta ad un problema del giorno:

 

 

«Non sono gli scienziati i più capaci ad indicare la soluzione giusta. Essi guardano il problema dal punto di vista ristretto ed astratto delle loro teorie. Possono aver ragione nel mondo delle idee; ma nel mondo concreto della realtà hanno torto, perché la questione è complessa ed è sovratutto una questione “squisitamente” politica. Essa deve essere giudicata coi criteri larghi del politico, non con quelli unilaterali dello studioso».

 

 

In questa frase «la questione è politica» vi è moltissimo di vero; ma quel che c’è di vero per lo più è un pretesto per far passare di contrabbando una grossa partita di merce avariata.

 

 

Scendiamo a qualche esempio concreto. Quando si discute del divisato decreto-legge dei 200 milioni di costruzioni navali per conto dello stato si dice:

 

 

«Voi avete torto di mettervi dal punto di vista ristretto della spesa di 200 milioni di lire. Certamente l’elemento della spesa è importante; ma non è il solo. Più che al bilancio finanziario dello stato come fanno i rigidi custodi dell’ideale del pareggio, bisogna badare al bilancio economico della nazione, la quale si avvantaggia dell’impulso dato alla marina mercantile, ed al problema politico della tranquillità del paese, la quale rischia di essere turbata, se si lascia diffondere la disoccupazione».

 

 

Ed è vero. L’uomo politico non deve disgiungere questi elementi così strettamente uniti. Ma vi è una gerarchia di fattori; e la sapienza e l’abilità dell’uomo politico consistono nel saper dare il dovuto peso ad ognuno dei fattori meritevoli di essere presi in considerazione. Noi non diciamo che lo stato non debba preoccuparsi della disoccupazione e del progresso della marina mercantile. Diciamo soltanto che lo stato non è impersonato nel governo, ma in questo e nel potere legislativo; che il pieno, assoluto ritorno alle sane norme costituzionali è un imperativo categorico del momento presente; che il taglio violento, compiuto di ogni legame col recente passato di arbitrii burocratici è una necessità assoluta; che non si può ammettere alcuna eccezione, anche se apparentemente suffragata da ottime ragioni, senza far passare mille altre eccezioni dettate da interessi privati o particolari. Diciamo insomma che il problema politico vero, eminente è quello del ritorno al rispetto del parlamento e che la allegata fretta di ovviare alla disoccupazione è merce avariata. Oramai siamo alla vigilia della riapertura delle camere. Un governo persuaso che la spesa dei 200 milioni è davvero necessaria nell’interesse del paese, fa decretare l’urgenza e, se vuole e se con tutte le sue forze preme nel parlamento, è certo di far passare in quindici giorni il progetto attraverso alla camera ed al senato. E se non lo fa, non è questo un segno certissimo che la persuasione dell’urgenza del problema è a fior di labbra, e che si tratta di mettere il parlamento dinanzi al fatto compiuto di un provvedimento giustificato solo dal desiderio politico di far vita tranquilla e di non urtare quei deputati che si son fatti paladini di industriali o di operai non alieni dal lavorare e guadagnare a spese dei contribuenti? A mano a mano che noi ci avviciniamo alla riapertura, il gran discorrere che si continua a fare del decreto dei 200 milioni diventa sempre più offensivo per le prerogative parlamentari. Il colmo dell’ingiuria si avrebbe quando il decreto fosse emanato proprio alla vigilia del giorno in cui la camera potrebbe essere chiamata a discutere sull’argomento.

 

 

Altro problema politico: «l’inchiesta sulle industrie». Anche qui, i risuscitatori del non lacrimato bislacco progetto di controllo operaio sulle fabbriche dicono che vi sono «degli scrittori d’economia che per troppo volersi attenere alla teoria finiscono col perdere di vista la realtà delle cose». Questi scrittori sarebbero dimentichi della realtà delle cose, perché non riflettono che la concorrenza è bensì il metodo migliore di mettere a posto gli industriali troppo ingordi; ma ciò accade solo se la concorrenza esiste. Oggi questa è uccisa dalla tariffa doganale; e quindi per tenere a freno gli industriali e per obbligarli a pagare giusti salari agli operai ed a farsi pagare giusti prezzi dai consumatori occorre l’inchiesta rapida, severa, fatta sui conti veri, da gente non addormentata. Anche se dall’inchiesta riuscisse documentato che gli operai si debbono rassegnare alla diminuzione dei salari, vi è il punto di vista politico della quiete e della pace sociale da ristorare dimostrando a tutti gli interessati, industriali, operai e pubblico quale è la vera situazione delle cose.

 

 

La realtà vera è che coloro i quali parlano in questa maniera sono dei cattivi teorici i quali, come spesso accade, fanno della pessima politica. È cattiva teoria affermare di potere «in breve giro di giorni» conoscere l’andamento dei salari e dei profitti, dei costi e dei prezzi. Questa è pura fantasia di gente che non ha mai neppure da lontano visto i libri di un qualsiasi industriale. C’è una categoria di funzionari pubblici, gli agenti delle imposte, che hanno diritto, e dovere di rivedere i conti degli industriali. Ci sono tra essi uomini espertissimi, che le società industriali sono disposte a portar via allo stato a colpi di biglietti da mille. Vadano gli ingenui del «breve giro di giorni» a chiedere ad essi se inchieste di questo genere si possono fare in fretta e quali risultati se ne possano sperare, se fatte in fretta. Gli agenti delle imposte hanno contro di sé la paura del pagare; i nuovi inquirenti avrebbero contro il timore, ancor più grave, dell’ingerenza di estranei e dell’intervento coattivo su salari e su prezzi.

 

 

Pure merce avariata è dunque il desiderio della pace sociale, che con questo mezzo non si ottiene, anzi si allontana. La realtà politica, che naturalmente gli scrittori di economia si rifiutano di vedere, è che si vuole offrire agli agitatori un mezzo per far bella figura dinanzi ai loro mandanti; è che si vuole captare la benevolenza dei socialisti, nonostante il grande sputare che costoro si sono divertiti a fare sul viso dei borghesi tremebondi. Questione politica certo, ma di basso conio. La questione politica grave ed alta è quella che da tempo abbiamo posto noi su queste colonne; e che, se non andiamo errati, seguitiamo ad agitare con tenacia non inferiore a qualunque altro giornale: quella della nuova tariffa doganale.

 

 

Qui bisogna battere, se si vuol ottenere qualcosa a ristoro dei consumatori e degli operai. Dire che, siccome a causa della tariffa, non esiste concorrenza, bisogna ricorrere al surrogato dell’inchiesta, è un addormentare l’opinione pubblica; è un farsi complice dei peggiori protezionisti. L’inchiesta è una commedia tutta da ridere, graditissima ai fautori delle alte tariffe. Dappertutto, le tariffe feroci sono il frutto delle inchieste, in cui gli «esperti» fanno giocare, a loro posta, costi e prezzi per dimostrare la voluta tesi. Anche qui la soluzione dell’inchiesta è, sì, elegantissima dal punto di vista politico; ma lo è per gettar polvere negli occhi. È questo il compito del politico, o non piuttosto l’altro del risolvere sul serio i problemi, tenendo conto di tutti i punti di vista, economici, morali, politici e sociali?

 

 

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