Questo titolo terzo

Tratto da:

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954)

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 21/05/1947

Questo titolo terzo

«Corriere della Sera», 21 maggio 1947

Il buongoverno. Saggi di economia e politica (1897-1954), Laterza, Bari, 1954, pp. 330-335

 

 

 

 

[Questo titolo terzo] della Costituzione rassomiglia al secondo per alcune caratteristiche peculiari. A differenza del primo titolo, il quale detta norme sulle libertà essenziali dell’uomo (libertà personale, libertà di unione, di associazione, di religione, ecc.) e del titolo quarto il quale dichiara i diritti del cittadino (diritto al voto, accesso libero ai pubblici uffici, obbligo del servizio militare e simili), i titoli secondo e terzo proclamano aspirazioni, desideri, indirizzi, promesse. Si dice che questa sia la grande novità delle costituzioni modernissime, le quali in tal maniera intenderebbero elevarsi al disopra della concezione dei due secoli decimottavo e decimonono, preoccupati soltanto di garantire l’uomo singolo, il cittadino individuo contro le prepotenze dello stato. Oggi, si afferma, lo stato siamo noi; ed importa perciò che noi proclamiamo quali sono le nostre volontà di cittadini insieme associati per il bene comune.

 

 

Ho gran paura che, così pensando, noi viviamo in uno strano mondo di illusioni. L’opinione che i diritti dell’uomo e del cittadino abbiano perduto importanza in confronto ai diritti dell’uomo sociale non è affatto conforme alla esperienza storica. I diritti dell’uomo non corrono mai tanto pericolo di essere sopraffatti come nelle epoche storiche in cui domina il numero, in cui la volontà dei più informa la legislazione. In questi tempi è massima la propensione a costringere i meno ad uniformarsi alla volontà dei più, anche nel territorio che deve essere sacro contro l’invadenza della cosiddetta volontà comune. Accadde un giorno, durante il ventennio fascistico, che una camera deliberasse essere dogma economico l’autarchia ed anatemizzasse quei pochi teorici ostinati nel professare che l’autarchia era veramente una troppo povera cosa perché potesse essere discussa. E può accadere domani che un parlamento, espressione, della volontà popolare, anatemizzi i disgraziati che repugnassero ad accogliere e ad insegnare una qualche particolare teoria del valore o una peculiare interpretazione della storia e degli avvicendamenti delle classi sociali. Epperciò non è affatto inutile sancire nella costituzione il principio che l’insegnamento scientifico è libero. I compilatori dell’articolo, invece di contestarsi di affermare il diritto di ogni uomo ad insegnare e predicare quel che a lui pare e piace meglio, si imbrogliarono poi comicamente in un confuso congegno di scuole parificate o non, di esami di stato, di ammissioni ai diversi ordini di scuola, che dio solo sa che cosa abbiano a fare con quel documento solenne che si usa chiamare “costituzione”. Ma quel che vogliono dire i “diritti sociali” del titolo terzo è assai più difficile intendere. Si assuma ad esempio l’art. 39, oggi fuso con qualche altro; ma di cui la sostanza è rimasta invariata.

 

 

L’iniziativa economica è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recar danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.

 

 

Lasciamo da parte l’ultimo mezzo periodo, che da tempo è entrato a far parte della legislazione universalmente accolta, con le norme sul lavoro delle donne e dei fanciulli, sui limiti alle ore di lavoro, sulla igiene e sicurezza nelle fabbriche e nelle miniere. Caratteristico dello spirito dei redattori è il contrapporre due concetti dei quali l’uno dovrebbe limitare l’altro:

 

 

Concetto primo: l’iniziativa economica privata è libera.

 

 

Concetto secondo: essa non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale.

 

 

Il primo espone un principio di massima: gli uomini sono liberi di attendere a quelle imprese economiche che loro sembreranno più convenienti. Il secondo vuole limitare l’affermata libertà di iniziativa.

 

 

Il proposito non sarebbe malvagio se con la seconda proposizione si fossero messe insieme parole aventi un significato qualsiasi. Ma basta aprire un qualunque libro elementare per apprendere che “non esiste” una definizione scientifica dell’utilità sociale. Basta riflettere:

 

 

  • che l’utilità “sociale” non è quella dei “singoli” individui componenti una società;

 

  • che l’utilità “sociale” non equivale alla somma aritmetica delle utilità degli individui componenti la società. Essa risulta da una combinazione chimica spirituale dalla quale nasce qualcosa che non è misurabile;

 

  • che, se anche potessimo ammettere per un istante la ipotesi assurda che l’utilità del tutto sia uguale alla somma delle utilità degli individui, noi ci troveremmo dinnanzi ad uno dei più celebrati pons asinorum della scienza economica. Gli inglesi l’hanno chiamato l’ostacolo del no bridge e con queste due parole si insegna nelle scuole di tutto il mondo. Non esiste ponte tra l’utilità di un individuo Tizio e quella di un altro individuo Caio. Tizio sente per un pane l’utilità 10? Ciò vuole soltanto dire che nella “sua” testa egli dà il punto 10 al pane in confronto del punto 9 che dà al bicchiere di vino od al punto 8 dato alla sigaretta. Perciò lui Tizio preferisce il pane al vino od alla sigaretta; e se ha i soldi occorrenti in tasca, compra pane e non vino e non sigarette. È un affare, un calcolo individuale suo; dipendente dalla sua conformazione fisiologica e psicologica. Caio sente per l’identico pane l’utilità 15? Anche questo è un fatto suo, dipendente dalla stima diversa che gli fa del pane in confronto agli altri beni, i quali si offrono ai suoi sguardi in quel momento.

 

 

Diremo perciò che l’utilità sociale, che l’utilità di quella piccola società composta di due sole persone (se fosse composta, come tutte le società sono, di milioni o di decine di milioni il problema diverrebbe ancor più insolubile) sia di 10 più 15, ossia 25? No; ché Tizio sa che l’utilità del pane per lui è 10, perché così egli ha classificato il pane in confronto agli altri beni da lui desiderati; e parimenti Caio sa che la utilità del pane per lui è 15. Ma nessuno dei due e nessun altro sa se l’utilità del pane, se il piacere che Tizio prova nel consumare il pane, se il dolore che egli subirebbe se fosse privato del pane, piaceri o dolori a cui Tizio attribuisce il punto 10, sia maggiore o minore del piacere o dolore sentito da Caio ed al quale costui, nell’intimo foro della sua sensibilità, ha attribuito il punto 15. Sono due quantità di utilità eterogenee, le quali fanno capo ad individui senzienti diversi: eterogenee epperciò incommensurabili. L’operazione è altrettanto priva di senso, come sarebbe la somma di cani e di gatti, di cavalli e di topi.

 

 

I costituenti hanno immaginato di aver posto un limite alla libertà dell’iniziativa privata e non hanno detto nulla. Non dicendo nulla, hanno detto al legislatore futuro: «Tu interpreterai le parole “utilità sociale” come ti parrà più opportuno. Secondo vorrà la tua coscienza, secondo la interpretazione che tu darai di quel che alla coscienza popolare sembrerà essere in quel momento la quantità indefinibile detta “utilità sociale”, tu allargherai o restringerai a tuo piacere il campo della iniziativa privata, che io ho proclamato libera».

 

 

Può darsi che il non dir niente sia, dopotutto, il sommo della sapienza. Ma confessiamo che i legislatori moderni hanno grandemente perfezionato l’arte del non dir niente, attraverso un apparato mai più visto di parole. Si è battagliato mesi per giungere, in questo titolo terzo, a compromessi, il cui contenuto è zero.

 

 

In assemblea, vi fu chi, preoccupato di questo niente dell’art. 39, aveva immaginato di trovare il limite alla libertà assoluta della iniziativa privata, proponendo di cancellare le parole «in contrasto con l’utilità sociale» perché senza senso e di sostituirle con altre che a lui parevano più concrete:

 

 

La legge non è strumento di formazione di monopoli economici: ed ove questi esistano li sottopone a pubblico controllo a mezzo di amministrazione pubblica delegata o diretta.

 

 

Quale è invero la sola, la vera degenerazione dell’iniziativa privata? Che essa, invece di svolgersi nell’ambito della concorrenza o di una tollerabile approssimazione allo stato di concorrenza, dia origine ad un monopolio. Se c’è e finché c’è concorrenza possiamo lasciar mano libera all’iniziativa privata. I prezzi delle cose prodotte e vendute tenderanno verso il costo di produzione (del produttore marginale); e che cosa il consumatore può pretendere di più?

 

 

Il danno nasce quando esiste monopolio, ossia quando una merce è venduta da un solo produttore o da un gruppo di produttori, i quali dominano il mercato. Il monopolista fissa i prezzi ad un livello tale che gli diano il massimo profitto; e perciò:

 

 

  • produce una quantità di beni minore di quella che si produrrebbe se la concorrenza esistesse;

 

  • fa sì che i consumatori debbano rinunciare ad una parte dei beni che, a prezzo minore, sarebbero disposti ad acquistare e debbano pagare il resto a prezzo di monopolio, rinunciando così al consumo di altri beni che pur desidererebbero acquistare;

 

  • costringe alla disoccupazione i lavoratori che sarebbero altrimenti chiamati a cooperare alla produzione di quel che oggi invece non si produce e non si consuma. Se si voleva dare un senso, un contenuto al comandamento di porre limiti razionali alla libertà dei privati produttori di fare quel che ad essi conviene, sarebbe stato necessario dire:

 

  • che la legge non deve essa stessa creare i monopoli economici, come ogni giorno fa con la protezione doganale, con i divieti ai nuovi impianti industriali, con i contingenti, con l’abuso dei brevetti, con le società a catena, ecc. ecc.

 

  • che, se, indipendentemente dalla legge, il monopolio esiste, esso debba essere sottoposto a pubblico controllo in una delle tante maniere che l’esperienza ha insegnato.

 

 

Naturalmente, nessuna cosa è tanto odiata dai politici e specialmente da quei politici i quali stravagantemente immaginano di avere scoperto nuove vie alla economie rimettono a nuovo regolamenti arcifrusti della più sciagurata ed oscura epoca di decadenza mercantilistica; nessuna cosa è tanto odiata quanto il parlar chiaro. Epperciò l’emendamento fu respinto e si preferì rimanere anche per l’art. 39 in quella nebbia che è propria di tutto il titolo terzo e sarà feconda in avvenire di quell’arbitrio che le costituzioni sono per l’appunto chiamate ad impedire.

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