Rame, solfato di rame e stato ramaiolo

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 15/04/1912

Rame, solfato di rame e stato ramaiolo

«Corriere della Sera», 15 aprile 1912

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 414-421

 

 

 

 

Si agita sui giornali agricoli una questione interessante; e che si stenterebbe a credere discussa sul serio se tale non fosse considerata da uomini, che meritatamente hanno gran nome nel mondo agricolo e da parlamentari autorevoli, che già furono al governo della cosa pubblica.

 

 

Trattasi del solfato di rame, materia, come ognuno sa, importantissima per i viticultori nella lotta contro la peronospora. Disgraziatamente, è un prodotto che subisce sbalzi notevoli di prezzo; e più d’una volta è accaduto aumentasse proprio durante l’epoca critica di fine maggio e giugno, quando, per le piogge e le umidità prolungate, gli agricoltori mal provveduti diventano ansiosi e corrono ai ripari ordinando in gran furia solfato di rame. L’esempio classico di simili sbalzi malaugurati si ebbe l’anno scorso a metà maggio, quando il solfato di rame d’un tratto dalle 50 lire per quintale andò sulle 60, 65, 70 lire; e bene spesso anche offrendo prezzi alti era introvabile; con grande orgasmo dei viticultori, i quali sono in Italia, è bene ricordarlo per avere un’idea dell’importanza della cosa, parecchie centinaia di migliaia.

 

 

Da questa constatazione innegabile di fatto sono sgorgate spontanee le proposte di intervento dello stato. In tutti i paesi – bisogna dir così, perché oramai non si tratta più di una prerogativa dei paesi latini – quando una qualunque faccenda va male o si immagina vada male, non ci si piglia la briga di studiare quali sforzi consapevoli bisognerebbe compiere per farla andar bene; ma si chiede: perché il governo non interviene, perché non fa lui, più e meglio degli altri? Così ha ragionato anche il prof. Zublena, per parecchi rispetti benemerito dell’istruzione in genere e di quella agraria in particolare, in una sua proposta fatta al comizio agrario di Biella. Non è il solfato di rame necessario alle viti, come il pane agli uomini? Non si aggira il suo consumo in Italia sugli 800.000 quintali? E non trattasi perciò quasi di un «servizio pubblico»? Dunque: facciasi lo stato produttore e venditore di solfato di rame, come già si è fatto produttore e venditore di chinino, e ne affidi lo smercio alle rivendite di sali e tabacchi. L’industria non solo è semplice, ma è anche lucrosa. Il costo di produzione del solfato non supera le 35 lire il quintale, e lascia larghissimi margini di profitto, poiché il prezzo va da un minimo di 50 lire a massimi di 60, 70 e perfino 80 lire. La speculazione, che vende a 48 a novembre e dicembre, aumenta i prezzi nella stagione primaverile a 60 lire, dimostrando, col fatto, che il di più è un illecito lucro a danno dei viticultori pressati dal bisogno. Se lo stato assumerà l’esercizio di questa industria, anche fissando il prezzo a 40 lire per quintale, lucrerà pur sempre da 4 a 5 milioni l’anno, pur facendo risparmiare ai consumatori da 10 a 15 milioni di lire.

 

 

Non è detto esplicitamente se lo stato debba assumere il monopolio dell’industria. Ma pare di sì, poiché i calcoli si fanno come se lo stato producesse e vendesse tutta la quantità necessaria al consumo d’Italia. I parlamentari, che si sono interessati della cosa, usano maggior prudenza. Far ingoiare subito all’opinione pubblica un nuovo monopolio, vista la rude battaglia che si dovette sostenere per il monopolio assicurativo e le attenuazioni che vi si dovettero apportare per vederlo approvato, sembra difficile. Onde l’on. Marco Pozzo si contenterebbe che lo stato si facesse fornitore di solfato di rame ai viticultori, in regime di concorrenza. Con lui pare siano altri parecchi deputati, contenti, per ora, di vedere lo stato ramaiolo in concorrenza, salvo a trasformarlo in monopolista, il giorno che la concorrenza dia risultati poco brillanti.

 

 

Per fortuna, stavolta l’opinione pubblica agraria sembra fare poco buon viso ai ramaioli di stato. Il dott. Luigi Raineri, succeduto al padre suo, quando questi divenne ministro d’agricoltura, nella direzione dell’ «Italia agricola» e del «Giornale d’agricoltura della domenica», due fra gli organi più ascoltati dagli agricoltori italiani, ha pubblicato contro la proposta un assennato articolo, intervistando anche l’ing. Morandi, direttore di quella federazione italiana dei consorzi agrari che è sicuramente uno dei più grandi organismi cooperativi del mondo, ed è vanto grandissimo della capacità organizzatrice degli agricoltori nostri. Alle loro considerazioni, dettate dall’esperienza e da un vigile senso di difesa degli interessi dei viticoltori, poco vi è da aggiungere, salvo forse qualche considerazione generale. Chissà che il riassumere le semplici e chiare ragioni, le quali stanno contro i ramaioli di stato, non riesca ad evitare un altro grosso guaio al paese! Molti errori si commettono, perché, quando, per inavvertenza, l’errore è entrato nel programma di un partito, di un gruppo o di un governo, ben difficilmente si riesce ad impedirne l’attuazione od almeno l’esperimento.

 

 

Coloro che affermano che il solfato di rame costa 35 lire al quintale e che quindi la «cosidetta» speculazione lucra «indebitamente» da 15 a 20 – 25 lire al quintale in tempi normali, dimostrano di non sapere una verità certissima ed universale: che non esiste un costo di produzione del solfato di rame che possa considerarsi come normale. Non esiste per nessuna merce ed è inutile andar cercandolo. Niente di più grottesco del concetto di un costo di produzione italiano, francese, inglese, tedesco di una merce, quando esistono soltanto di fatto i costi di produzione singoli dell’industriale Tizio, che è abile a comperare e vendere e perito nell’arte sua, dell’industriale Caio, che è peritissimo nella tecnica e inabile nel commercio, e dell’industriale Sempronio, che non è né l’una cosa né l’altra; e quando Tizio, Caio, Sempronio veggono ad ogni ora mutare i prezzi delle materie prime, dei combustibili, dei capitali, della mano d’opera e d’ora in ora debbono mutare i prezzi in rapporto al mutato costo di produzione. Se il discorrere di un costo di produzione è vano in generale, diventa addirittura farnetico per il solfato di rame.

 

 

Il costo del qual prodotto dipende da molti fattori, ma principalmente da uno: il prezzo del rame metallo. Il solfato di rame invero si può ricavare da parecchie sostanze, come le piriti ma si ricava: in primo luogo dal rame. Con un quintale di rame – metallo si producono 3,90 quintali di solfato di rame. O meglio, si calcola che, industrialmente, per ottenere 1 quintale di solfato di rame cristallizzato sono necessari 25 chilogrammi e mezzo di rame puro metallico. Per ottenere il prezzo di un quintale di solfato di rame all’ingrosso l’usanza è di aggiungere 9 lire al prezzo di 25 chilogrammi e mezzo di rame. Naturalmente vi possono essere delle variazioni in più o in meno sulle 9 lire; ma paiono di scarsa importanza, in confronto alle variazioni del prezzo dei 25 chilogrammi e mezzo di rame, che costituiscono la materia prima dell’industria solfatiera. Se il prezzo del rame è alto, diventano, per simpatia, care anche le piriti; e il solfato, da qualunque materia lo si tragga, non può a meno di rincarare. Viceversa, se il rame è a buon mercato, il solfato ribassa. Né si può dire che il prezzo del rame sia apprezzabilmente influenzato dal prezzo del solfato, ossia dalla domanda di solfato (e quindi di rame metallico) per la viticultura. Una certa influenza a ritroso esiste di certo; ma è poco importante, perché la fabbricazione del solfato è uno solo degli usi a cui può destinarsi il rame; né è il più importante. Noi possiamo dire all’ingrosso che il prezzo del rame è un dato di fatto, un punto di partenza che determina il costo del solfato.

 

 

Diciamo subito che questo punto di partenza non è mai fermo. Niente di più stravagante del prezzo del rame – metallo. Si muove continuamente, talvolta senza apparenti ragioni. Mi limiterò a citare i prezzi massimi, minimi e medi del rame standard nell’ultimo quinquennio, prezzi per contanti, per tonnellata inglese, a Londra. È noto che Londra è il mercato regolatore del rame ed i suoi prezzi in lire sterline per tonnellata inglese, sono quotati in tutto il mondo:

 

 

Prezzo

più alto

 

Prezzo

più basso

Prezzo

medio

1907 

L.st. 110.15 (12 marzo)

   55.10 (23 ottobre)

87.1.8

1908 

               65.2.6 (9 novembre)

56.2.6 (2 luglio)

60.0.6

1909 

            64.3.9 (4 gennaio)

  54.10 (15 marzo)

   58.18.11

1910 

            62.1.3 (3 gennaio)

52.15 (12 luglio)

57.1.6

1911 

          64 (28 dicembre)

    53.7.6 (16 maggio)

56.3.1

 

 

Adesso (4 aprile 1912) il prezzo dello standard è di lire sterline 70.2.6; e pare che sia sulla via di ulteriori ascese.

 

 

Né si vede come si possa mettere un freno alle variazioni del rame-metallo. Fra tutti i metalli, esso è il più sensibile alle variazioni dell’equilibrio economico mondiale. Dirò anzi che esso è un vero barometro indicatore del bello e brutto tempo economico. Sensibilissimo ed agilissimo, il rame sente, con una meravigliosa sicurezza, le più lontane pulsazioni della vita industriale e commerciale. Quando il rame si muove, bisogna tendere l’orecchio, perché sta succedendo qualcosa di nuovo nel mondo. Talvolta il rame si muove solo perché si spera o si teme che qualcosa di nuovo succeda; ma, se si muove, qualcosa in aria c’è. E deve muoversi, perché il rame entra dappertutto: è parte componente delle locomotive, entra nella fabbricazione dei congegni essenziali dei piroscafi; senza di esso l’industria elettrica non sarebbe pensabile; senza di esso moltissime macchine, appena siano un po’ complesse, non potrebbero funzionare; senza di esso non esisterebbero telegrafi e telefoni, l’energia non si potrebbe trasportare a distanze, ecc. ecc. Magari esso entrerà per una piccola quota nel conto di ogni azienda industriale; ma entra. Qual meraviglia se tutte queste innumerevoli domande, talune piccole, tal altre colossali, affluendo tutte alla borsa dei metalli di Londra, facciano vibrare continuamente il prezzo del rame? Basta che la somma di tutte queste domande aumenti o si preveda possa aumentare più dell’ordinario, perché il rame rialzi dal minimo di 53 lire sterline nel maggio 1911 alle 70 lire sterline di oggi, od alle 110 del marzo 1907. I viticultori non ci hanno né colpa né merito. Bisogna ch’essi si adattino alle conseguenze del fato (e cioè della malnata peronospora) che li ha resi consumatori di un metallo così capriccioso, su cui agiscono tutte le influenze, buone o cattive, che rendono prospera o depressa l’industria mondiale. Un’altra caratteristica è da notare nel rame: finché le variazioni nella domanda sono lievi, il prezzo varia di una o poche lire sterline; ma appena le industrie vanno bene, e si prevedono ampliamenti d’impianti, specie nelle elettriche, gli stocks esistenti precipitano, le miniere attive non bastano più, occorre aprirne delle altre, le quali ai prezzi bassi non sarebbero remunerative; e finché la produzione non sia cresciuta – al che occorrono mesi e talvolta anni – le miniere esistenti godono di un monopolio, e possono aumentare moltissimo i prezzi, fino a raddoppiarli, come accadde nel 1907. Io non dico che tutto ciò sia una bella o brutta cosa. Constato il fatto e constato altresì che il governo italiano su questo fatto non ha nessun potere. Di rame si producono 850.000 tonnellate all’anno; e di queste 500 mila circa negli Stati uniti; il resto sparpagliato un po’ in tutto il mondo, con centri notevoli nel Messico, Spagna, (Rio Tinto), Giappone. Come potrebbe il governo italiano persuadere la Rio Tinto, l’Amalgamated Copper Company e gli altri grandi produttori a cedergli il rame a buon mercato, solo perché esso si è obbligato a vendere a 40 lire il quintale il solfato ai viticultori?

 

 

Data la premessa indispensabile che abbiamo fatto sui prezzi del rame, possiamo valutare quali sarebbero gli effetti della nuova industria che si vorrebbe far assumere allo stato.

 

 

1)    Lo stato non potrebbe vendere a 40 lire. Ai prezzi attuali di 70 sterline per tonnellata del rame standard, il solfato costa almeno 44 lire di puro rame. Dico almeno perché il rame usato nella fabbricazione del solfato è di solito l’elettrolitico, che costa lire sterline 73,15, corrispondenti a 46 lire il quintale di solfato. Aggiungendo 9 lire per costo di lavorazione, abbiamo un prezzo all’ingrosso di 53-55 lire, porto Genova (a Genova i prezzi quotati sono infatti di circa 56 lire). Qualche cosa bisognerà aggiungere per le spese della rivendita al minuto, il trasporto, i cali, ecc. ecc. Se lo stato si ostinasse a vendere a 40 lire, perderebbe circa 20 lire per quintale, ai prezzi odierni del rame, ossia, per 700.000 (non 800.000) quintali di consumo, perderebbe 14 milioni di lire.

 

 

2)    Lo stato non potrebbe vendere a prezzi costanti. Per far questo, e per non perdere, dovrebbe essere in grado di fare le provviste di rame sempre ai prezzi più bassi; perché se si approvvigionasse ai prezzi medi dovrebbe, per non perdere, vendere il solfato a prezzi corrispondenti a quelli medi di compra del rame. E se in primavera i prezzi del rame, come accadde nel 1908, nel 1909 e nel 1910, fossero inferiori di parecchio alla media, chi tratterrebbe i viticultori dallo strepitare e dall’additare i confratelli di Francia e di Spagna che possono comprare a prezzi inferiori? E quale governo potrebbe resistere al baccano? Quindi lo stato dovrebbe tenersi alla media, quando i prezzi del rame-metallo consentirebbero un aumento nel solfato; e vendere al prezzo corrente, quando la media fosse superiore. Perdere sempre, insomma.

 

 

3)    Pare ai proponenti che lo stato avrebbe da fare una cosa semplice: comprare il rame, o se si limita al commercio, il solfato d’autunno quando i prezzi sono bassi e vendere agli agricoltori allo stesso prezzo in primavera, senza lucro. La realtà non è così semplice. La tabella dei prezzi del rame sovra riportata dimostra che nel 1907 i prezzi del rame furono infatti minimi nell’ottobre. Ma nel 1908 e nel 1910 i minimi si ebbero invece nel luglio; nel 1909 in marzo, nel 1911 in maggio. Non c’è al riguardo – e non vi può essere – nessuna regola precisa. Dire che lo stato dovrà fare gli acquisti al prezzo minimo equivale a dire che lo stato è in grado, meglio dei privati, di prevedere se i prezzi del rame, ossia i gradi segnati sul barometro del tempo economico, aumenteranno o ribasseranno. Equivale a prevedere vicende di crisi e di prosperità che sono traversate periodicamente dall’industria. Equivale ad avere un intuito finissimo dell’avvenire, che renderebbe miliardari i felici mortali che l’avessero avuto in dono alla nascita. Dire o sperare ciò è dire o sperare l’assurdo. Ora poiché all’impossibile nessuno è tenuto, nemmeno i governanti, è evidente che l’erario rischierebbe di comprare a caro prezzo e vendere a buon mercato. Il rischio di perdere sarebbe maggiore per lo stato ramaiolo che per gli speculatori privati: perché chi specula coi denari dei contribuenti non ha ragione di prevedere così bene come colui il quale specula coi denari suoi. Ma, anche a ritenerlo uguale, il rischio è grosso. Bisognerebbe costituire riserve notabili per tenervi testa; e come costituirle, se le prime annate andassero male? Alee così grandi è consigliabile lasciarle agli uomini del mestiere, provvisti di forti capitali ed inaccessibili a malattie del sistema nervoso.

 

 

4)    Se lo stato non facesse i conti bene col consumo, come rimarrebbero i viticultori? Badisi che il consumo del solfato di rame non è costante, né in ascesa continua come quello del sale o dei tabacchi. È forse altrettanto capriccioso come i prezzi. Varia come fa il tempo. Con una produzione interna che si può ritenere costante o crescente di anno in anno, ecco quale fu l’importazione dall’estero, la quale serve a colmare i vuoti: nel 1904: 372.791 quintali; nel 1905: 306.837; nel 1906 250.604; nel 1907: 159.794. Fin qui la diminuzione è regolare e sembra dovuta al crescere della produzione interna, che rendeva sempre meno necessario di comprare all’estero. Ma ecco nel 1908 l’importazione risalire a 250.315 quintali; nel 1909 precipitare a 90.405; nel 1910 ritornare a 135.825 e nel 1911 balzare di nuovo a 378.763 quintali, ossia ad una cifra maggiore di quella dell’anno da cui si sono prese le mosse. A meno di produrre – o di comprare – sempre il massimo del consumo probabile, il che immobilizzerebbe gravemente lo stato e lo esporrebbe per un altro verso a perdite gravi, lo stato dovrebbe, nelle annate di straordinaria richiesta per improvvise invasioni peronosporiche, ricorrere all’estero con gran premura, in aprile, maggio e giugno, precisamente come fa il commercio adesso. E dovrebbe sottostare ai prezzi di mercato, che sarebbero naturalmente più elevati per il solfato, anche senza che i prezzi del rame siano cresciuti, o malgrado siano diminuiti (maggio 1911), data la urgenza improrogabile dei bisogni dei viticultori. Non volendo perdere, lo stato dovrebbe aumentare i prezzi suoi di 10 o 20 lire al quintale per i ritardatari, precisamente come accade oggi. Immaginarsi le grida e le rappresaglie elettorali!

 

 

Onde bene fanno quegli tra gli agricoltori, che sanno come si fa fronte alle avversità, a fidare non nello stato, ma nelle loro cooperative e federazioni di consorzi, i cui dirigenti, dalla lunga pratica e dall’interesse fatti esperti, cercano di attenuare, con acquisti fatti nei momenti più opportuni, i danni delle oscillazioni nei prezzi del rame e dei capricci delle vicende atmosferiche. Attenuare, dico, e non togliere; perché a rendere costanti i prezzi del rame e del solfato occorrerebbe mutar faccia al mondo. Per ora non sembra vi sia alcun governo capace di tanto.

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