Rapporti tesi fra l’Austria ed il Vaticano

Tratto da:

La Stampa

Data di pubblicazione: 15/10/1900

Rapporti tesi fra l’Austria ed il Vaticano

«La Stampa», 15 ottobre 1900

 

 

 

Le dimissioni dell’ambasciatore austriaco presso il Vaticano, conte Revertera, prima affermate e poi smentite, sembrano in realtà vere. L’ambasciatore ritornerà al suo posto, ma ben presto, a causa della grave età, crederà giunto il momento di ritirarsi onorevolmente da una carica nella quale oramai era divenuto incompatibile.

 

 

Il ritiro del conte Revertera non è però soltanto un fatto di cronaca della vita di un alto personaggio il quale ha oltrepassato il settantesimo anno di età, ma è l’indice di un mutamento profondo nelle relazioni diplomatiche fra l’Austria ed il Vaticano. Finora queste relazioni erano improntate ad un carattere veramente strano ed anormale. Da una parte l’ambasciatore austriaco presso il Vaticano, si chiamasse barone Meisenburg, conte Ferdinando Trauttmansdorff, o conte Revertera, era sempre un uomo non solo pio, ma ultramontano, il quale anteponeva i suoi scrupoli religiosi all’interesse della causa austriaca che egli era inviato a patrocinare.

 

 

Il barone Meisenburg, durante la lotta per il Concordato, difendeva le ragioni papali, il conte Trauttmansdorff non riusciva ad impedire che Pio IX chiamasse infami le leggi austriache interconfessionali. Il conte Revertera, memore troppo del lungo periodo in cui egli figurò a Vienna come il capo del partito clericale-reazionario, piegava il capo dinanzi alle volontà della Corte romana, anche quando contraddicevano agli interessi più evidenti dalla Monarchia ausburghese.

 

 

Dall’altro canto il Nunzio pontificio a Vienna, religioso bensì, ma sovratutto astuto ed abile difensore della causa romana, coglieva ogni occasione per intrigarsi nella politica del paese, dove esercitava le sue funzioni diplomatiche. E l’opera del Nunzio era rivolta sempre a combattere con energia e con costanza i partiti liberali, ad ostacolare con ogni passo l’adozione delle leggi sul matrimonio civile in Ungheria, a combattere la politica estera di alleanza coll’Italia usurpatrice di Roma. Alleandosi coi partiti interni ultramontani, il Nunzio pontificio era riuscito per lunghi anni ad esercitare un’influenza profonda ed invadente nella legislazione e nell’amministrazione dell’impero.

 

 

Un partito potente prendeva la parola d’ordine dalla Nunziatura apostolica. Essa guidava la nobiltà feudale, incitava ad una politica di reazione; e si poteva dire che nulla si faceva a Vienna senza che prima non si pesasse ciò che poteva esserne detto a Roma. La visita di re Umberto a Francesco Giuseppe non fu mai restituita unicamente per riguardo ai sentimenti del Papa, e molti altri simili atti di dedizione clericale si possono spiegare coll’ascendente esercitato a Vienna dal Nunzio pontificio.

 

 

Ma oramai sembra che questa politica di passività servile da parte dell’ambasciatore austriaco a Roma e di eccessiva invadenza del Nunzio pontificio a Vienna abbia fatto il suo tempo. Alcune imprudenze commesse dal Vaticano sembrano aver deciso l’imperatore Francesco Giuseppe a prendere un atteggiamento più fiero ed energico verso il Vaticano.

 

 

L’impulso occasionale venne dal fatto che l’arcivescovo di Serajevo, avendo troppo apertamente manifestato il suo desiderio di vedere la Bosnia e l’Erzegovina unite alla Croazia, fu con durezza insolita ammonito da Francesco Giuseppe di non immischiarsi in affari che non lo riguardavano. Poco prima si seppe, con stupore alla Corte di Vienna, che l’arcivescovo di Serajevo, andato in pellegrinaggio a Roma, vi era stato accolto con insolito calore, quasi a dimostrare che il Papa ne approvava il linguaggio, per la speranza che l’unione nazionale degli slavi del sud fosse per portare seco l’unione delle loro Chiese sotto il primato pontificio.

 

 

La cattiva impressione della Corte viennese fu aggravata ancora più quando si lesse su un giornale cattolico il resoconto di un’udienza che l’arciduchessa di Toscana e le tre figliole di lei avevano avuto giorni sono col Pontefice. Riferiva il giornale come Sua Santità si mostrasse perfettamente al corrente delle condizioni politiche interne dell’Austria, dicendole tristissime, e quindi, animandosi assai, aggiungesse parole di vivo biasimo per i rispetti umani e la codardia di influentissimi personaggi austriaci, loro attribuendo tutta la responsabilità della crisi che attraversa attualmente l’impero.

 

 

È chiaro che la politica del Vaticano aveva oltrepassato il segno e che il conte di Revertera si era mostrato inabile, non essendo riuscito a far comprendere al cardinale Rampolla la sconvenienza di un simile linguaggio da parte del Papa ad auguste congiunte dell’imperatore Francesco Giuseppe, a cui molti credettero fossero rivolte le acerbe rampogne pontificie. Ora il conte di Revertera dovrà ritirarsi dall’ufficio di ambasciatore nel modo più consentaneo alla sua dignità ed alla continuità della diplomazia austriaca.

 

 

Ma basterà questo ritiro? Sarà il Governo austriaco capace di affidare la sua rappresentanza presso il Vaticano ad un diplomatico, il quale non senta ogni giorno i suoi sentimenti di buon cattolico posti in contraddizione coi suoi doveri di difensore degli interessi dell’Austria? Sarà certo molto interessante anche per noi vedere in qual modo la situazione sarà risolta ed in qual modo si orienteranno i rapporti fra una Potenza temporale ed una Potenza spirituale, con cui i nostri contatti sono così frequenti e stretti.

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