Rassegna bibliografica – Hartley Withers

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/07/1918

Rassegna bibliografica – Hartley Withers

«Riforma sociale», luglio-agosto 1918, pp. 393-397

 

 

 

Hartley Withers: War and Lombard Street, John Murray, Albemarle Street, London, W. (Un vol. di pagg. XIV-171; prezzo 3 s. 6 d. net).

 

 

International Finance, Murray, ecc. (Un vol. di pagg. VIII-185; prezzo 3 s. 6 d. net).

 

 

Our Money and the State, Murray, ecc. (Un vol. di pagg. VIII-122).

 

 

Sono i tre ultimi scritti dell’autore di The Meaning of Money, Stockes and Shares, Money Changing, Poverty and Waste, che fin da prima della guerra avevano valso all’attuale direttore dell’Economist meritata fama di lucidissimo espositore di cose e di teorie relative alla moneta, alla banca ed alla borsa. I libri del Withers si leggono come un romanzo; la descrizione divertentissima dei maneggi borsistici in Stocks and Shares rivaleggia e supera quelle di Dickens e di Balzac. Eppure egli è impeccabile nel linguaggio scientifico e rigoroso nelle dimostrazioni teoriche; ma l’amabilità dello stile, la vivezza delle immagini, degli aggettivi, la freschezza delle illustrazioni attinte ad una conoscenza intima degli istituti e dei fatti che egli descrive gli hanno procacciato la fama del Walter Bagehot della generazione attuale. Ed in verità accanto a Lombard Street ed ai saggi famosi dell’antico direttore dell’Economist i libri del suo successore non sfigurano e meritano di trovar posto nella biblioteca di ogni studioso.

 

 

Il merito principale del Withers è di far conoscere come funzioni, viva, operi il grande mercato monetario di Londra, il primo centro di banca e di borsa del mondo prima della guerra e probabilmente anche dopo. Chi siano i banchieri, le case d’accettazione, gli scontisti, i brokers ed i jobbers, la Banca d’Inghilterra e le banche per azioni, i promotori e lanciatori di affari e di azioni, come essi lavorino, quali siano i rapporti loro reciproci e quelli che essi mantengono con i mercati dell’interno e del mondo; che cosa significhi il bill su Londra e perché sia giusto alla sua eminente posizione internazionale, sono cose che banchieri e mercati e promotori e scontisti e speculatori viventi a Londra conoscono per pratica.

 

 

Ma pochi ne avevano un’idea esatta fuori di Londra, pochi tra gli stessi uomini d’affari, pochissimi tra gli studiosi. Il Withers, che per anni aveva frequentato banche e borse nella sua qualità di direttore della rubrica di borsa del Times, che godeva l’amicizia dei maggiori uomini di quel ramo, e per di più era un economista di vaglia ed uno scrittore di cartello, si accinse all’impresa, e l’assolse per modo che oggi chiunque legge i suoi libri può presumere di conoscere da vicino gli istituti di quel centro monetario, come essi agiscano e quelli ne siano i risultati.

 

 

I tre volumi, che qui si annunciano, proseguono in parte l’opera intrapresa ed in parte sviluppano un altro ramo dell’attività scientifica del Withers, la quale aveva trovato la sua espressione in Poverty and Waste. Il Withers, ad imitazione di molti fra quelli che sono l’oggetto delle sue osservazioni e de’ suoi studi, e che il pubblico ignorante chiama i vampiri della borsa, ha un animo sensibilissimo alle sofferenze umane e ritiene che la scienza economica debba essere studiata anche per trarne ammaestramenti atti a diminuire la povertà, il vizio, l’abbiezione tra cui troppi uomini logorano li loro esistenza. In Poverty and Waste egli svolge il concetto fondamentale che la povertà è in gran parte dovuta al modo stravagante di spendere il proprio reddito tenuto dalla più parte degli uomini. Le futilità, le bazzecole, i divertimenti goffi, gli stravizi, il lusso rendono non soltanto amara e vana la vita di coloro i quali vi indulgono, ma diminuiscono la massa di beni veramente utili all’uomo, atti a sostentare il corpo, ad affinare l’intelligenza ed innalzare il carattere dei ricchi e dei poveri. Lo spreco – dei ricchi e dei poveri, ché tutte le classi peccano in ciò, tratte da spirito di imitazione e da ignoranza dei modi di condurre una vita semplice e fine – è la causa fondamentale della povertà. Non è un concetto nuovo questo del “dovere di spendere bene” ed in Marshall, in Pigou, in Smart lo si trova largamente chiarito; ma nelle pagine luminose e piane del Withers trova nuova forza di persuasione[i].

 

 

In War and Lombard Street si legge una descrizione del modo con cui Lombard Street, ossia la banca, la borsa, il mercato di Londra, che nella via dei Lombardi hanno il proprio centro, sostennero l’urto dello scoppio della guerra. Furono commessi degli errori i banchieri per un istante si impaurirono, rifiutarono rimborsi in oro, pagando in biglietti di banca, permutabili e permutati a vista in oro; richiesero, alla scadenza il pagamento dei bills che tenevano in portafoglio e misero così il mondo intiero nella situazione imbarazzante di dover rimborsare a Londra centinaia di milioni, quando mancava a Londra il credito, che era il solo modo possibile di pagare; fu deliberata una moratoria generale, che si sarebbe potuta evitare. Ma, tutto sommato, la macchina resisté meravigliosamente; il governo intervenne con prontezza e con efficacia, tanto più che cancelliere dello scacchiere era il Lloyd George, affatto digiuno di cose monetarie, ma rapido nel provvedere. dopo aver ascoltato l’avviso di competenti; la Banca d’Inghilterra, governata da un uomo energico. Mr (ora Lord) Cunliffe, non lesinò negli aiuti. Passata la prima tormenta, si vide che la forza finanziaria inglese non era venuta meno ed ancora Londra poteva vantare il suo primato sulle altre grandi piazze del mondo. Dopo, assai dopo, col prolungarsi della guerra, sorse sull’orizzonte la stella di New York; ma più che di rivali si deve parlare di alleate. I fatti posteriori non entrano nel quadro del libro, il quale in cinque capitoli narra, nel solito stile inarrivabile, la storia delle prime settimane di guerra e le documenta in cinque appendici.

 

 

In International finance, il Withers ritorna su problemi già studiati nei precedenti libri: il meccanismo delle banche, dello sconto e di accettazioni della borsa e dell’emissione e negoziazione dei titoli, dei rapporti fra banca ed industria. Ma li studia al lume degli avvenimenti bellici. I capitoli centrali sono quelli sui benefici e sui danni della finanza “internazionale” e gli ultimi due nei quali risponde alla domanda: c’è qualcosa da fare per limitare l’esportazione dei capitali inglesi all’estero e per far sì che essi tornino di vantaggio sovratutto all’economia britannica e contribuiscano alla grandezza dello Stato ed al benessere della popolazione? è significante il fatto che il W., che senza dubbio è la maggior autorità vivente in queste materie, pur discutendoli benevolmente, rimane dubbioso dinanzi a rimedi legislativi che rischiano di cagionare effetti impensati e contrari all’interesse generale. Egli confida maggiormente nel senso di responsabilità dei dirigenti il mercato monetario, nei vincoli nuovi fra madrepatria e colonie, nell’educazione del pubblico, e cioè nei fattori morali, imponderabili, ma assai più efficaci dei cerotti legislativi.

 

 

Our Money and the State è un piccolo, prezioso manualetto di scienza delle finanze, scritto nel febbraio e marzo del 1917, in occasione di un corso di letture tenuto alla London School of Economics. Prestiti, biglietti od imposte? Questo è il problema che in tutti i Paesi si pone e che il W. chiarisce, così che anche il laico vi possa veder dentro, fino in fonde.

 

 

Il W. è fautore delle imposte, contro agli altri due metodi dei debiti e della inflazione monetaria. S’intende, vuole un’imposta equa, un perfezionamento della celebre income tax, i cui difetti, da tempo noti, hanno oggi in Inghilterra attratto l’attenzione universale. In uno Stato ideale, in cui i cittadini avessero in grado perfetto il senso della propria responsabilità verso lo Stato, alle spese di guerra si sarebbe provveduto, salvoché per gli acquisti indispensabili all’estero, esclusivamente con una unica imposta: 1) progressiva in relazione all’ammontare del reddito; 2) più forte sui redditi di capitale che di lavoro; 3) più forte per i redditi dei capitali ereditati che per quelli costituiti dal contribuente; 4) più accentuata per i celibi ed i soli che per i contribuenti con famiglia; 5) cadente sulle persone percipienti il reddito e non sugli enti o società produttrici del reddito; 6) con esenzione della parte risparmiata del reddito e conseguente tassazione dei realizzi, a scopo di consumo, dei risparmi precedenti.

 

 

Io non posso non essere lieto nel vedere un tanto scrittore suffragare alla sua grande autorità alcune tesi da anni ostinatamente da me difese. Oltre la tesi generale che una imposta tanto più frutta quinto più è bene assestata e quanto più sono abolite disuguaglianze e disparità di trattamento, vi sono due punti che ricevono nuova forza dal consenso del Withers:

 

 

  • 1) Le società commerciali e gli enti produttori di reddito non devono essere colpiti sul reddito “prodotto”, ma su quello distribuito ai soci ed azionisti. In questo modo verrebbero meno tutti i dannosi effetti sulla gestione finanziaria delle società che ora sono cagionati dalla guardia gelosa che il dicastero delle finanze monta attorno alla sua interpretazione del concetto di profitto. Le società o ditte che preferiscono la via maestra della saggia amministrazione, largheggiando negli ammortamenti e nella manutenzione, non sarebbero più spaventate dal pensiero che esse dovrebbero pagare l’imposta sul reddito sulle somme impiegate nel mantenimento e nel miglioramento dell’impresa… L’imposta non inciderebbe direttamente sull’industria, ma invece su coloro che spendono i prodotti dell’industria … Questa proposta, per cui l’imposta sul reddito dovrebbe essere pagata dal contribuente singolo e non dalle società che producono il reddito per conto di lui azionista, potrebbe essere criticata come quella che dà facoltà alle società di astenersi dal ripartire dividendi e di impiegare i profitti a migliorare gli impianti od a scopo di investimento. La critica cade subito se si ammette il principio che l’imposta sul reddito non debba essere pagata sulle somme risparmiate, poiché le somme impiegate negli ammortamenti sono denaro risparmiato nel senso vero della parola. Il progresso economico del paese è promosso da ogni lira che le società si astengono dal dare agli azionisti ed investono negli impianti od altrimenti; e qualsiasi incoraggiamento dato dal fisco a questa tendenza presenta vantaggi degni di nota, nonostante gli eventuali inconvenienti. Se venisse un momento in cui la capacità produttiva del mondo intiero fosse spinta a tal segno che si avesse un vero ingorgo di capitale, non esisterebbe più questo bisogno di incoraggiare il risparmio. Ma non vi è alcuna probabilità che ciò abbia a capitare proprio a esso (pag. 93 e 95).
  • 2) Così si ritorna al principio fondamentale, che nei problemi tributari vien sempre fuori: la esenzione del risparmio dall’imposta. Quando ebbi occasione, nel giugno del 1912, di esporre ed elaborare tale principio, sembrò ai nostri economisti dicessi un’eresia, contraria al buon senso. Nel settembre di quello stesso anno il Pigou se ne fece sostenitore in Wealth and Welfare (pag. 371/2); nessuno tra gli economisti inglesi trovò nulla a ridire al principio, che tra gli studiosi sembrava pacifico, prima che apparisse stravagante agli italiani. Il Withers riprende oggi l’idea, la quale egli ammette abbia un sapore rivoluzionario, non già dal punto di vista logico ma solo per considerazioni pratiche, il che avevo notato anch’io subito affinché i critici, i quali confondono la critica di un principio con la descrizione dei suoi inconvenienti pratici, potessero farne sfoggio: Ciò [che si tratta soltanto dello sviluppo ulteriore di in principio già riconosciuto ed attuato] è vero altresì della proposta, a primo aspetto rivoluzionaria, che l’imposta debba essere stabilita su quelli parte del reddito che è spesa, invece che sulla somma guadagnata. Siffatto principio è già riconosciuto nel caso dell’assicurazione sulla vita ed è difficile comprendere perché non debba essere applicato a tutte le altre forme di risparmio in cui il contribuente proferisca impiegare i suoi risparmi. Che l’imposta sul reddito debba essere così congegnata fu sostenuto, più di mezzo secolo fa, da John Stuart Mill e l’idea ha per sé l’autorità del professor Pigou, sebbene egli ammetta che vi sono difficoltà tecniche da superare. Queste difficoltà sono ovvie, fino a che venga il giorno in cui si possa avere fiducia nella onestà delle dichiarazioni di ogni cittadino, o finché almeno – come potrebbe oggi essere il caso – il livello generale dell’onestà sia sufficientemente alto da garantirsi che l’ammontare dell’evasione da parte dei contribuenti sia abbastanza basso di non doverne tener conto. Naturalmente l’esenzione delle somme risparmiata implicherebbe il suo rovescio: se l’imposta non colpisse le somme nette investite dovrebbe colpire l’ammontare netto degli investimenti realizzati negli anni in cui il contribuente vende più titoli di quanti ne acquisti; poiché altrimenti tutti potrebbero sfuggire alla imposta investendo tutto il loro reddito in un anno e vendendo i titoli nell’anno successivo. Se il meccanismo funzionasse, i suoi effetti nel far diventare il capitale a buon mercato, aumentare il fondo capitale del paese e accrescere la sua capacità a produrre i beni della terra, sarebbe eccellente e sarebbe un equo compenso all’alta tassazione di quello che oggi si chiama il reddito “non guadagnato”. La cosa potrebbe funzionare per mezzo prove,, come ad es.: i contratti stipulati per mezzo degli agenti di cambio ed i certificati dei notai in caso di investimenti ipotecari. L’idea non necessariamente un’aspirazione pedante da parte di sognatori accademici, perché io la sentii sostenere non come una cosa che sarebbe buona se potesse farsi, come una cosa buona da farsi da un praticissimo uomo di affari. E se gli ingegnosi periti di Somerset House [il ministero delle finanze inglese] decidessero che val la pena di attirarla, probabilmente saprebbero scoprire a ciò i mezzi opportuni (pag. 95).

 

 

Il concetto antico che il risparmio debba essere esente, nella misura effettiva cui esso si compie, dall’imposta otteneva autorevolissimo suffragio, nel tempo stesso che dal Withers, da colui che gli economisti inglesi venerano come loro maestro: Alfredo Marshall. Nel saggio National Finance and Taxation, contenuto nella raccolta edita da W.H. Dawson col titolo After War Problems (Allen ed Unwin, London, 1917) egli ripetutamente accenna ad un’imposta sul reddito, da cui il risparmio effettivo sia esente, come ad un tributo ideale. Il Marshall, come già il Mill, fonda il principio dell’esenzione sul fatto che la parte del reddito spesa per consumo personale compare subito dopo tassata, mentre quella parte la quale è trasformata in capitale produttivo di reddito è nuovamente ed interamente tassata in seguito, per un ammontare uguale all’imposta originale. L’ideale dell’imposta sul reddito sarebbe, anche per Marshall, quella che: 1) fosse progressiva in ragione del suo ammontare; 2) graduata in ragione del numero delle persone sostentate dal medesimo reddito e 3) esentasse il risparmio (op. cit., pag. 321/23). Il Marshall si contenta di affermare che la via per raggiungere questa perfezione ideale, sebbene difficile, è più chiaramente tracciata di quella che conduce alla più parte delle mete considerate utopistiche. Il Withers ricorda invece che uomini pratici gli dissero fattibilissima la riforma ed opina che lo sia sul serio perché lo vogliono i finanzieri di Sonnerset House. Comincio anch’io per essere della stessa, opinione del Withers, e per credere che alle presunzioni più o meno fallaci di risparmio sia d’uopo sostituire l’accertamento del risparmio effettivo. Ardua impresa senza dubbio; ma non più ardua di quella che si deve compiere dai finanzieri per applicare le imposte sui sopraprofitti di guerra, sulle rendite, sugli incrementi di valore e su tutte le altre specie di imposte “moderne” che la fantasia democratica va ogni giorno inventando ed applicando.

 

 



[i] Qualche editore italiano dovrebbe fra tradurre Poverty and Waste del WITHERS, e Second Thought of an Economist dello SMART. Molti in Italia sono persuasi che occorre creare “il senso della responsabilità economica”, come lo chiamava Filippo Crispolti in una lettera aperta indirizzatami, a proposito di un articolo sul Corriere della Sera, sul Cittadino di Genova del 30 settembre 1916. Quei libri fornirebbero ad essi sani argomenti economici in suffragio della loro terra, vera sempre, ma tanto più vera durante e dopo la guerra.

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