Realtà e illusioni nel campo tributario

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 27/11/1915

Realtà e illusioni nel campo tributario

«Corriere della Sera», 27 novembre 1915

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1961, pp. 273-277

 

 

Gli ultimi, come i precedenti, provvedimenti finanziari hanno avuto in generale una buona stampa e soltanto qua e là si sono elevate alcune voci contro l’errore che avrebbe commesso il governo, tassando con eccessiva mitezza gli extraprofitti degli industriali e con grande durezza il sale del povero.

 

 

A questo punto conviene che si metta ben chiaro il problema. Premetto che faccio astrazione dalle imposte che si dovrebbero mettere per motivi «morali», per ossequio alle «nuove» idee «sociali» e via dicendo. Tutte queste, finanziariamente, sono pure «parole» gettate al vento. Da esse non si cava fuori una lira e neppure un soldo. Il problema finanziario che si deve risolvere dai paesi belligeranti è il seguente: come ottenere nuove entrate per somme variabili, nell’ipotesi che la guerra finisca entro il 1916, da forse 700 milioni di lire (ed è probabilmente il caso dell’Italia, compresi i maggiori tributi già stabiliti, il cui reddito complessivamente si può valutare in 260 milioni) a 3-4 miliardi di lire all’anno, come è il caso dei maggiori tra i paesi in lotta? E, badisi, devono essere centinaia di milioni e miliardi di lire effettive, non di «parole». Non deve trattarsi di imposte del genere di quelle «morali», «democratiche», «sociali», che il signor Lloyd George fece approvare col famoso bilancio del 1909, che fu l’origine della rovina della Camera dei lordi, ed il cui unico costrutto sino al 31 marzo 1914 fu di aver costato circa 55 milioni di lire italiane e di aver reso poco più di 15 milioni di lire. No; da questo genere di imposte nessun aiuto sostanziale può venire ai tesori affamati.

 

 

Né si può sperare somme sostanzialmente apprezzabili dalle imposte sui profitti di guerra che a gara vanno sorgendo in Inghilterra, Francia, Italia, Germania. Ho già spiegato come il frutto più sostanziale che si può sperare da questa imposta in Italia non sia un suo provento reale vero e proprio, ma la possibilità di benefici duraturi derivanti da alcune apparentemente piccole riforme, che accortamente l’on. Daneo colse l’occasione presente di introdurre nell’organismo della ordinaria imposta di ricchezza mobile. L’imposta sui profitti di guerra la possiamo concepire costrutta in tre sole maniere:

 

 

  • Quella proposta dal comm. Bocca, presidente della Camera di commercio di Torino, di una percentuale ad esempio del 5%, sull’ammontare lordo delle forniture fatte allo stato. Ignoro se il metodo possa andar bene per l’industria del cuoio, di cui il Bocca è cospicuo rappresentante. Ma è cosa certissima che il metodo da lui proposto è: sperequato perché vi sono forniture su cui si guadagna il 10, il 15 od il 20% e su cui l’imposta del 5% potrebbe essere pagata, e vi sono forniture in cui il margine di guadagno è inferiore al 5%, e può ridursi – pur con molto lucro del fornitore – al 0,50%. Come pagare in tal caso un balzello del 5%? Ed è metodo altresì di impossibile applicazione ai guadagni non derivanti da forniture fatte allo stato; e quindi è metodo che imbroglierebbe stranamente i conti, perché imporrebbe, per ogni azienda, la tenuta di due contabilità, una per le forniture e l’altra per gli altri guadagni. Cosa impossibile e che metterebbe la finanza di fronte a problemi inesplicabili ed insormontabili. Finalmente, fa d’uopo notare che una imposta di questo genere esisteva già, sotto il nome di diritto di registro dell’1,35% sul valore dei contratti conchiusi dallo stato. Fu abolita, in seguito alle lagnanze dei fornitori, con la legge primo aprile 1915; ma è stata ripristinata con l’allegato 5 agli ultimissimi provvedimenti finanziari. Questa tassa era e rimane dell’1,35% del valore della fornitura. Che non è piccola cosa e va in aggiunta all’imposta sugli extraprofitti di guerra. Mi sia lecito però osservare che il solo effetto suo era prima di indurre gli industriali ad aumentare, arrotondando la cifra, del 2% i preventivi delle forniture. Auguriamoci, pur con molto scetticismo, – come farebbero a pagare quelli che guadagnano meno dell’1,35%? – che ciò non abbia più ad accadere in avvenire, e che non si tratti di una pura partita di giro.

 

  • Quella Proposta da taluni i quali vorrebbero che l’imposta assorbisse il 100% dei profitti di guerra, in guisa che, dopo la guerra, nessun italiano dovesse essere più ricco di prima. Io non giudico il concetto dal punto di vista politico-sociale. Ed ammetto volentieri che questa imposta del 100% sarebbe efficace e reale. I contribuenti, salvo la frode, non avrebbero alcun mezzo per sfuggirvi. Ma a che prezzo? Finché gli uomini sono fatti nel modo che tutti conosciamo, e che non è in potere di alcuno di mutare, un’imposta siffatta avrebbe un unico effetto: di togliere ogni stimolo agli industriali di produrre un paio di scarpe, un metro di stoffa, un pacco di munizioni di più di quello che producevano prima della guerra. Ottenuto il guadagno di prima, nessuno avrebbe interesse ad andare più in là. Nessuna imposta sarebbe, più di questa, utile al nemico. Chi avanzò una tesi simile certamente non pose mente a questa logica conseguenza della sua proposta. Ma sarebbe conseguenza certa, ineluttabile.

 

  • Quella attuata dal ministro Daneo; forse con qualche maggiore gravezza di aliquote. Di essa questo si può dire di probabilmente sicuro: che quanto più cresce la gravezza delle aliquote, tanto minore è il provento netto ottenuto dal tesoro. Una imposta tenue può darsi cada solo sulla porzione dei profitti aventi carattere di monopolio e quindi può darsi rimanga sui colpiti e da essi non possa essere trasferita sul cliente, che nel caso nostro è il ministero della guerra. Quanto più invece cresce l’aliquota, tanto più è probabile che essa cada anche sulla quota normale dei profitti (di guerra bensì, ma normali, dato l’aumentato saggio di interesse e di rischio) e che li colpisca in modo speciale di fronte agli altri profitti. Qui non è il luogo di ripetere i lunghi discorsi che in proposito si possono leggere nei libri degli economisti; basti dire che i due caratteri, della gravezza su profitti non di monopolio, e delle specialità sono, tra tutti, i caratteri che maggiormente facilitano la traslazione dell’imposta sul cliente, ossia sullo stato. Se il ministro Daneo non voleva creare una imposta – comparsa, se voleva evitare di istituire una partita di giro, doveva necessariamente tenersi moderato nelle aliquote. Le quali del resto, giungendo al 41,50% paiono alte; ed in quanto sono alte poco renderanno sul serio al fisco. Il reddito vero, netto, sostanziale si avrà sovratutto dalla revisione straordinaria dell’imposta di ricchezza mobile e dall’applicazione dell’aliquota ordinaria dell’11,50%.

 

 

Affermano ancora i critici che il governo ha fatto male ad aumentare di 10 centesimi al chilogrammo il prezzo del sale. Io è anti-democratico. Io non so che cosa significhi questa parola in materia di imposte; ma posso andare d’accordo con i critici nel ritenere che trattasi di imposta condannabile, perché grava in modo sperequato sui contribuenti, a parità di reddito.

 

 

Dopo aver fatto questa dichiarazione, debbo subito aggiungere che la colpa dell’aumento del prezzo del sale non è del governo; ma di quei numerosissimi – quasi tutti – industriali, commercianti, proprietari agricoli, fittavoli che trascurano di denunciare nome e cognome e salario di quei loro dipendenti impiegati, operai, lavoratori in genere – che guadagnano almeno lire 3,50 al giorno; è di quei lavoratori che, avendone essi direttamente in altri casi per legge l’obbligo, non fanno la dichiarazione dovuta. È di quei contribuenti in genere che, trovandosi più in su della scala sociale, imitano col silenzio o col parziale occultamento l’esempio di coloro che si trovano più in giù. Non giova declamare contro i ricchi ed invocare il 30, il 40, il 50% e più contro i loro redditi. Nessuno stato è mai vissuto contro le sole imposte sui ricchi. È utile che i ricchi paghino di persona e di denaro: e paghino più degli altri. Ma non bisogna farsi illusioni. Le imposte sui ricchi possono rendere, anche se seriamente e correttamente accertate e pagate, le unità e le decine di milioni. Ora occorrono invece le centinaia di milioni. E, come dice il signor T. Gibson Bowles, forse il migliore conoscitore e critico del bilancio inglese, nell’ultimo numero della «Candid Quarterly Review»: «Ogni cancelliere dello scacchiere, il quale abbia saputo qualche cosa del suo mestiere, seppe bene che, se egli doveva riempire la rete della sua imposta sul reddito, doveva fare la maglia abbastanza piccola da poter pescare i molto piccoli, al pari dei pochi grossi pesci».

 

 

Finché in Italia i pesci grossi cercheranno, quando vi riescono, di sottrarre agli accertamenti parte dei loro redditi; fino a quando i pesci medi imiteranno, con discreto successo, il loro esempio; e fino a quando i pesci piccoli rimarranno quasi completamente fuori delle maglie della rete dell’imposta di ricchezza mobile; fino a che tutto ciò non sarà cambiato, il ministro del tesoro, che ha bisogno di denari contanti e non di parole, dovrà raccomandarsi al ministro delle finanze affinché questi applichi o cresca imposte produttive. Abbiamo avuto ora l’imposta sul sale: ma, se i contribuenti non si emendano necessariamente vedremo imposte anche peggiori.

 

 

La salute sta in noi, non nei governi.

 

 

Se i contribuenti chiedessero:

 

 

  • l’obbligatorietà della dichiarazione giurata di tutto il complesso e delle singole partite del proprio reddito: con penalità di multe e reclusione comminate ed eseguite a carico degli spergiuri; e con la maggiore pena del disprezzo dell’opinione pubblica verso i frodatori;
  • l’obbligatorietà per tutti i contribuenti non analfabeti della tenuta dei libri di entrata ed uscita; ed inoltre dei libri-giornale per tutti i commercianti, industriali e professionisti; con severe penalità per i contravventori, e con opportune garanzie di segreto per coloro a cui recasse danno far conoscere al pubblico i fatti ed i redditi propri;
  • la abolizione delle attuali commissioni delle imposte dirette, presiedute e composte di delegati dei prefetti, dei consigli provinciali e comunali, ossia composte di persone soggette ad ogni influenza politica e controllate da poverelli agenti delle imposte, mobili quali frasche al vento, trasferibili da luogo a luogo, promovibili senza regole fisse;
  • la sostituzione ad esse di nuove commissioni, di cui la figura centrale e dominante fosse il presidente, funzionario finanziario, arrivato al più alto grado della sua carriera, nominato per un periodo fisso di tempo, inamovibile ed impromovibile, salvoché per cooptazione in una suprema magistratura finanziaria centrale; ed incaricato, con alto stipendio, della unica e stabile mansione di controllare gli accertamenti e decidere sulle controversie relative.

 

 

Se i contribuenti comprendessero tutto questo ed altro, che per brevità per ora tralascio, non farebbe d’uopo, per pigliare nella rete i piccoli, alzare il prezzo del sale e per colpire gli agiati ed i ricchi, istituire i centesimi di guerra e le imposte sugli extraprofitti? Basterebbero le tre «vecchie» – come in Francia chiamano le imposte affini alle tre nostre sui terreni, sui fabbricati e sulla ricchezza mobile – a procurare all’erario somme cospicue e crescenti. E si potrebbero istituire quelle due imposte, complementari alle già esistenti imposte sul reddito, la progressiva sul reddito globale e la patrimoniale, che oggi, allo stato attuale degli accertamenti, sarebbero ben poco interessanti dal punto di vista finanziario; ma domani potrebbero diventare il perno di una feconda trasformazione dei nostri ordini tributari.

 

 

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