Recensione – F.Y. Edgeworth, Currency and Finance in time of War

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1918

Recensione – F.Y. Edgeworth, Currency and Finance in time of War

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1918, pp. 495-496

 

 

 

F.Y. Edgeworth, Currency and Finance in time of War. A lecture. – Oxford, at the Clarendon Press, 1917. – In-XXVIII di 48 pag. Prezzo 1 s. net.

 

 

Nel suo solito personale, che lascia talvolta intuire piucché esprima il pensiero, l’Edgeworth assolve all’obbligo a cui sono tenuti i professori di economia politica dell’Università di Oxford di “dare di tempo in tempo una lezione pubblica”. L’obbligo, dice l’E., sembra oneroso a lui, che presentemente occupa la cattedra. Chi invero ha principalmente coltivato le parti più astratte della scienza trova qualche difficoltà nel raccogliere su questo campo frutti pronti al consumo di un pubblico più interessato intorno a risultati che intorno al metodo. Tuttavia, in questo suo rapido excursus intorno alla teoria quantitativa della moneta applicata alle condizioni presenti, alla dibattuta questione della scelta fra i debiti e le imposte, ed ai dazi di importazione, l’Edgeworth trova modo di dire parecchie cose interessanti. Così, a proposito del rapporto (K) fra M (moneta propriamente detta in circolazione) ed M’ (depositi bancari) nella equazione dello scambio di Fisher, egli osserva che K si può ritenere probabilmente costante per i periodi normali, mentre non lo è nei periodi di transizione ed in quelli molto lunghi, secolari. Per i periodi normali, la legge della costanza di K “contiene abbastanza verità da renderla ammissibile per gli scopi della scienza astratta” (da J.S. Mill a proposito di una affermazione di Ricardo, cit. a pag. 30).

 

 

Una elegante indagine intorno ai rapporti fra le variazioni della quantità circolante delle currency notes e il numero indice medio dei prezzi, lo conduce ad affermare che esiste una correlazione tra l’ammontare emesso delle currency notes in un trimestre ed il rialzo dei prezzi generali nel trimestre successivo (ad 8 milioni di incremento delle currency notes fra il III ed il IV trimestre del 1914 corrisponde un aumento del 16% del numero indice dei prezzi tra il IV trimestre del 1914 ed il I trimestre del 1915; e così dopo i numeri corrispondenti sono 2 ed 8.5, 8 e 0,13 e 9,5, 3.5 e 19.5, 9 ed 11.5, 17 ed 1.5, 10 e 21, 12 e 18.5). Tuttavia, sebbene questa conclusione sia probabile, essa rimarrà discutibile; forse così a lungo come si discusse nella prima metà del secolo XIX intorno alla condotta della Banca d’Inghilterra durante le guerre napoleoniche. Ma vi è una gran differenza fra il caso attuale e quello intorno a cui discutevano i nostri alleati; ed è che almeno la nostra circolazione cartacea (quella inglese) non è deprezzata rispetto all’oro; il che pare voler dire che i prezzi non aumentarono di più di quanto accadde nei paesi in cui l’oro effettivamente circola. Per ottenere che l’aumento dei prezzi fosse minore, sarebbe stato necessario ricorre al metodo accolto nella Scandinavia; esiliar l’oro, apprezzare la carta moneta rispetto all’oro, e così tenere i prezzi in carta più bassi di quelli in oro. Nella questione della scelta fra imposte e debito, l’A. aderisce alla tesi, che diremo classica, del De Viti De Marco e del Pantaleoni (I have not followed the criticisms of these authos by Professor Griziotti in the lengthy articles which he has contributed to the Giornale of this year, pag. 45); ma concretamente sembra ritenere che la decisione dipenda sovratutto da motivi extra economici, da ciò che fu detta “la psicologia delle imposte” ossia il temperamento del pericolo su cui il finanziere opera. Il signor Withers, direttore dell’Economist, può aver ragione nel chiedere che una più gran parte delle spese di guerra sia coperta da imposte; ma il prof. Seligman ha altrettanta ragione nel moderare lo zelo ferocemente autotassatore del Congresso americano. La finanza francese è spiegabile quando si pensi alla risultanza del francese economico a privarsi del suo denaro per pagare imposte; mentre Dietzel, quell’acutissimo fra gli economisti tedeschi – e nel giudizio sul Dietzel l’E. troverà forse scarso consenso in Germania, sebbene pienissimo altrove – non avrà avuto torto, pensando, nel patrocinare l’esclusivo ricorso ai prestiti al minimo di pericolo derivante alla Germania da questa soluzione.

 

 

Rispetto alla quale soluzione tedesca, bisogna però ricordare che i finanzieri tedeschi sono od erano propensi a considerare la guerra come un investimento, una spesa la quale avrebbe dovuto essere largamente compensata dall’indennità di guerra e da altri acquisti materiali.

 

 

E basti di questi accenni ai punti toccati dall’Edgeworth nella sua lezione. La quale è tutto un tessuto di spunti di problemi, rapidamente illuminati con una osservazione centrale, più che trattasi a fondo. Al che, del resto, non si sarebbe prestata l’indole della lezione pubblica, che vuol essere suscitatrice di problemi ed eccitatrice di idee atte a risolverli.

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