Recensione – Ghino Valenti, Cooperazione rurale
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/03/1903

Recensione – Ghino Valenti, Cooperazione rurale

«La Riforma Sociale», marzo 1903, pp. 272-274

 

 

 

Ghino Valenti, Cooperazione rurale (Biblioteca agraria Pietro Cuppari. G. Barbera, editore, Firenze, 1902).

 

 

L’editore Barbera volendo iniziare la pubblicazione di alcuni manuali di Economia sociale applicata all’agricoltura, ne ha affidato il carico al prof. Ghino Valenti dell’Ateneo di Modena. Il quale ne pubblicherà quattro. L’uno dei quali conterrà, sistematicamente esposti, gli “Elementi di economia sociale applicata all’agricoltura”; il secondo illustrerà le condizioni dell’”Economia rurale in Italia”, nei suoi precedenti storici e nelle sue varie manifestazioni presenti; il terzo infine discuterà delle principali “Questioni attuali di economia e di politica agraria”[1], che si agitano nel mondo agricolo e che più particolarmente preoccupano gli uomini di Stato italiani.

 

 

Basta la enunciazione dei titoli di questi tre volumi per farne vedere l’importanza e per far nascere il desiderio che presto il chiaro cultore di economia agraria, ch’è il Valenti, abbia modo di presentarli al pubblico italiano. Frattanto egli pubblica subito questo volume intorno alla “Cooperazione”, il quale – per quanto possa logicamente pensarsi, avrebbe dovuto essere, per la sua specialità, l’ultimo – l’A. volle pubblicare prima degli altri, poiché il recente sviluppo delle associazioni cooperative nelle campagne, di cui da taluno si è esagerata, ma da altri si è disconosciuta la vera importanza, parve renderne opportuna e di pratica utilità la sollecita pubblicazione.

 

 

Il volume, largamente impostato, è un vero manuale che ha non solo importanza scientifica, ma dovrebbe diventare il vademecum di tutti i cooperatori agricoli nel loro arduo e lungo cammino di evangelizzazione delle popolazioni rurali. Si apre il volume con un’ampia introduzione su “L’origine, i principii e le forme della cooperazione in genere”. Segue una prima parte nella quale si tratta delle “Forme e dello sviluppo della cooperazione rurale”. In varii capitoli l’A. discorre a lungo delle varie forme di cooperazione rurale: di consumo, magazzini e forni rurali; di commercio, consorzi e sindacati agrari; di credito, casse rurali ed agrarie; di assicurazione contro la grandine e la mortalità del bestiame; di produzione, latterie e cantine sociali, società di braccianti, colonie cooperative. Termina questa parte un capitolo sui rapporti fra la cooperazione rurale e lo Stato.

 

 

Nella seconda parte l’A. ripiglia gli argomenti che prima aveva trattati da un punto di vista scientifico, e per ogni forma di cooperazione dà gli statuti, i bilanci, i resoconti usati in alcune delle cooperative meglio riuscite, dà la bibliografia relativa ad esse, commenta i metodi seguiti dai cooperatori nella pratica; reca, opportunamente classificate, le disposizioni del Codice di commercio e delle leggi speciali applicabili alle cooperative.

 

 

Questo lo schema dell’opera del Valenti, la quale ognun vede come debba tornare utile ai cooperatori. Però, dopo esposto lo schema, occorrerebbe discutere brevemente le dottrine contenute nel volume; impresa lunghissima stante la molteplicità delle questioni, generali e speciali, sollevate dall’A. Su molte di esse, chi scrive è d’accordo col Valenti e non potrebbe essere diversamente, dato il metodo di esame imparziale dei fatti che egli segue. Nell’imbarazzo della scelta, ci fermiamo un istante su un punto che lo scrivente queste note ha avuto occasione di meditare durante la sua annua dimora in paesi viticoli. Intendiamo accennare al concetto che il Valenti ha del servizio di vendita da parte dei consorzi e dei sindacati (pag. 141 e segg.) in genere ed in ispecie delle cantine sociali (pag. 223 e segg.). L’A. ha posto in luce le difficoltà che si oppongono allo sviluppo di queste forme di cooperazione; e sarebbe difficile dir meglio ed in maniera altrettanto piana. Senonché egli si accorge come in queste cooperative spunti sempre il carattere del monopolio o, meglio, il tentativo di sindacato per il rialzo di prezzi; e siccome questo carattere non si adatta in tutto al concetto che si ha della cooperazione, egli distingue. E come distingua si vede dalla seguente definizione che dà delle cantine sociali: esse, cioè, sarebbero associazioni di viticultori e di produttori di vino, i quali intraprendono in comune l’industria enologica, si prefiggono l’intento di procurare al concorso di capitale e di lavoro da essi apprestato alla produzione un adeguato compenso, sfuggendo al soprareddito di limitazione che gli acquirenti della materia prima e del prodotto percepiscono a loro danno. Verissimo, che gli agricoltori si uniscono per fondare cantine sociali allo scopo di ottenere prezzi più alti di quelli bassissimi ed inferiori al costo che prevalsero e prevalgono in questi anni. Ma così facendo, che cosa fanno essi di diverso dai fondatori di trusts e di sindacati? Spessissimo i sindacati sorgono in tempo di crisi e di prezzi inferiori al costo; e promettono che loro unico intento è di porre l’industria su basi rimunerative. Ma poi una volta fondati e rassodati agiscono o tentano di agire come tutti i monopolisti. Così anche farebbero i viticultori. Modesti oggi, se riuscissero, ciò che è quasi impossibile, ad universalizzare la loro rete di consorzi di vendita e di cantine sociali, diverrebbero subito protezionisti e baderebbero unicamente ad ottenere dei prezzi di monopolio. E dovremmo perciò dire che le loro istituzioni prima erano vere cooperative e poi diventarono dei trusts?[2]. Allora si dovrebbe dire che anche i trusts, finché dura la crisi ed i prezzi non superano il costo, sono delle cooperative e poi diventano dei trusts. Mentre invece, prima e dopo, cooperativa e trusts non hanno fatto altro che applicare la legge del minimo mezzo, come tornava loro possibile, per mezzo dell’associazione in quel certo momento. Perciò è da ritenersi che i fenomeni dei trusts e delle cooperative agrarie di vendita abbiano più punti di contatto di quanto non sembri in apparenza. Forse si tratta di applicazioni di quella teoria più generale dei prezzi nei casi intermedi fra la libera concorrenza assoluta ed il monopolio puro, teoria che non è ancora stata costruita.

 

 

Un punto nel quale non solo siamo d’accordo, ma dobbiamo far plauso all’A., è in tutta la trattazione delle imposte che si applicano alle società cooperative. Troppo spesso le società cooperative accampano pretese di esenzioni tributarie affatto ingiustificate. E quasi quasi i cooperatori considerano nemico loro e della cooperazione agraria chi rifiuta di farsi paladino delle loro domande di esenzioni di imposte, e di sottoscrivere a certi ordini del giorno con cui si invocano dal Governo premi e protezioni e sussidi di ogni sorta. Questo cattivo andazzo – che per fortuna è limitato alle meno stabili fra le cooperative agrarie – deve cessare. E per ciò non potrà mai essere abbastanza lodato il Valenti per avere posto nella Introduzione e difeso nel testo del suo lavoro il seguente principio: “Le associazioni cooperative non debbono domandare all’autorità sociale e attendersi da essa che una perfetta uguaglianza di diritto. L’azione dello Stato deve limitarsi a rimuovere quegli ostacoli che si oppongono al loro spontaneo sviluppo ed a pareggiare le posizioni iniziali delle imprese concorrenti. Ogni esenzione d’imposte e di diritti fiscali, ogni esonerazione da formalità o garanzie non può essere giustificata, se non in quanto tali prestazioni costituiscano un gravame e un vincolo per le imprese cooperative e non per altre imprese individuali e collettive; se non in quanto, cioè, l’esenzione e l’esonerazione non importi la creazione di un privilegio o favore delle imprese cooperative, ma il pareggiamento della loro condizione a quella delle altre imprese”. Questa, e non altra, deve essere la bandiera della cooperazione di fronte allo Stato.

 

 



[1] Le questioni principali che l’A. si propone di trattare sono le seguenti: 1) l’istruzione agraria; 2) il credito per l’agricoltura; 3) l’associazione nell’agricoltura e le rappresentanze agrarie; 4) il rimboschimento e la sistemazione dei bacini montani; 5) le bonifiche e la malaria; 6) l’emigrazione dei contadini; 7) la trasformazione dei latifondi e la colonizzazione all’interno; 8) i contratti agrari e le riforme ad essi proposte: 9) gli scioperi nell’agricoltura; 10) il sistema tributario in relazione allo sviluppo dell’agricoltura; 11) il protezionismo agricolo; 12) l’agricoltura e lo Stato.

[2] Questo sembra voler dire il Valenti a pag. 226 quando accenna ai prezzi alti ottenuti dalle cantine sociali del Reno. è vero che egli poi spiega questi prezzi alti in base alle prerogative specialissime della materia prima ed al caro prezzo della terra, per cui i prezzi alti non consentono al contadino null’altro che l’interesse ordinario del capitale impiegato nell’acquisto. Ma le prerogative della materia prima esistevano anche prima delle cantine sociali, e da sole non producevano i prezzi alti; ed il caro della terra non potrebbe essere una conseguenza dei prezzi alti cagionati a loro volta dal trust delle cantine sociali?

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