Recensione – Giovanni Pacchioni, Corso di Diritto Romano

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1918

Recensione – Giovanni Pacchioni, Corso di Diritto Romano

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1918, pp. 483-486

 

 

 

Giovanni Pacchioni, Corso di Diritto Romano, Vol. I. Storia della costituzione e delle fonti del diritto, seconda Ed., Torino, Unione Tip. Editrice Torinese, 1918. Un vol. di pag. IX-411-CCXLV.

 

 

Il primo volume del corso di diritto romano professato all’Università di Torino dal Pacchioni merita di essere qui annunciato sebben la materia appaia, a primo aspetto, continuamente estranea all’indole della rivista, perché esso narra le vicende delle istituzioni politiche forse più suggestive che si siano mai avute nella storia del mondo. Il romanista guarderà nel libro sovratutto le soluzioni ai problemi tecnici delle istituzioni pubbliche e private e delle fonti di diritto, osserverà come esso in breve mole raccolga tutto quanto è necessario di sapere allo studente ed alla persona colta intorno allo svolgimento di quel diritto che forma ancora la base fondamentale degli studi giuridici moderni; ed in ben scelte appendici presenti i documenti legislativi più degni di essere posseduti prima del corpo giustinianeo (Leggi Regie – Leggi delle XII Tavole – Frammenti di leggi dell’epoca repubblicana – L’Egitto perpetuo di Salvio Giuliano – Leges datae dal principio dell’impero – Frammenti di Senato consulti – Avanzi di costituzione dell’epoca pre-dioclezianea). L’economista rileverà ancora una volta la parentela fra le forme di ragionamento proprie della sua scienza e quelle che l’A. adopera, con accentuazione forse maggiore di altri giuristi, nelle soluzioni ai problemi giuridici. Nel giudizio di un’istituzione, le domande poste sono: quali effetti ha dessa prodotto? A quali circostanze sociali, economiche dovette il suo sorgere? Quale è la bilancia del dare e dell’avere in rapporto al benessere materiale dei popoli riuniti in un dato aggregato politico, alla sua sicurezza contro gli assalti esterni, alla stabilità dei rapporti di famiglia, alla solidarietà od alla discordia fra le classi sociali? Alcuni decenni fa queste forme di ragionamento si dicevano inspirate alla filosofia utilitaria, oggi si parlerebbe della dottrina dell’equilibrio. E ad ogni modo sarebbe uno studio assai bello quello di chi ricercasse le ragioni della parentela stretta fra i modi di ragionare e di concepire degli economisti e di certe categorie di giuristi e in special modo dei romanisti.

 

 

Forse sono le stesse ragioni che indussero il Leibnitz a paragonare la giurisprudenza romana alle matematiche (citata dal P. a pag. 193, nota 282).

 

 

Trattasi di scienze, le quali, partendo da certe premesse ipotetiche, ne traggono conseguenze logiche e veggono poi se ed entro quali limiti queste si possano applicare alla realtà complessa, al caso concreto. Le dottrine economiche dei giuristi romani hanno formato oggetto di indagini particolari (cfr. Oertmann, Volkswirtschaftslehren des Corpus Juris, Berlin, 1891, cit. dal P. a pag. 325); ma non ancora fu tentata forse una indagine sulla natura “economista”, per dir così, del pensiero dei giuristi romani, così da vedere non soltanto ciò che essi dissero di speciale intorno a singoli problemi economici, ma anche se la giurisprudenza romana non sia essa medesima ad un tempo la scienza economica ancora indifferenziata dell’antichità. Talvolta, nel leggere riprodotti brani di giuristi romani, verrebbe la tentazione di dir di sì, tanto è analoga la forma del ragionamento, il modo di porre le premesse e di trarre conclusioni e sono affini gli oggetti di cui si occupano diritto ed economia. È da augurare che qualche allievo del P., istradato dal maestro, si metta su questa via, la quale potrebbe essere feconda, come spesso sono le vie di confine tra due territori scientifici contermini.

 

 

Queste sono semplici istruzioni o desideri che vengono fuori leggendo il libro.

 

 

Per il curioso di cose politiche, i capitoli che offrono maggior alimento sono: il I, le origini di Roma; il III, Il rapido sviluppo militare e politico di Roma; Il IV, Gli elementi della costituzione repubblicana; il VI, Roma alla conquista del mondo; il VII, Il tramonto delle istituzioni repubblicane; il IX, Il trapasso dalla repubblica alla monarchia; il X, L’organizzazione dell’Impero; il XIII, L’Impero romano da Diocleziano a Giustiniano. È un quadro dello sviluppo politico di un millennio di storia romana, esposto con tratti sicuri e semplici, sul fondamento della letteratura critica più recente. Chi ricordi, anche solo per reminiscenze scolastiche, le irate controversie che tra gli storici si agitano intorno a quasi ogni momento di questo sviluppo e lo spregio in cui ognuno tiene le teorie degli altri, lo sforzo di trovare la soluzione “nuova”, “geniale” mai prima pensata, sarà lieto di leggere una trattazione, sotto a cui si vede un serio e lungo lavoro critico, ma che serba l’impronta della maggiore semplicità e naturalezza. Simile in ciò agli scrittori inglesi studiosi di Roma, che egli ama non dimenticare pur facendo la dovuta preponderante parte a quelli tedeschi, il P. condensa in pochi tratti il succo di indagini, che in altri sarebbe affogato dal peso dell’erudizione. Vuole studiare il versato problema delle intenzioni di Augusto: instaurazione della monarchia o restaurazione della repubblica? L’A. propende per la prima soluzione; ma la scrive così: “Le intenzioni di tutti i grandi uomini di governo sono sempre determinate da bisogni della società in cui essi vivono, giacché ogni governo solo in tanto può sperare di essere duraturo in quanto sia o sembri utile ai fini”. (Ecco la forma “economica” di ragionamento, che il P. ha fatto sua non sui libri degli economisti, ma sui testi dei giuristi romani dell’epoca classica). “Ora, dopo 60 anni di guerra e lotte civili, il bisogno predominante nel mondo romano era il bisogno della sicurezza e della pace. Ma come potevasi pensare ad assicurare l’impero di fronte alle nazioni estere, e a rinsaldare la pace interna, conservando quegli ordinamenti che avevano partorito tanti malanni e che erano stata causa ultima di tante guerre e ruine? Certo per le poche famiglie nobili superstiti, che trascorrevano le giornate ingloriose fra i pettegolezzi della capitale e i divertimenti in villa, la restaurazione di quelle istituzioni repubblicane che nel passato avevano fruttato loro onori e ricchezze, poteva rappresentare un supremo ideale; ma è probabile che Ottaviano, giunto al culmine del potere, fosse ancora più sensibile a questa specie di aspirazioni e di ideali, che a quelle di tutte le genti dell’Italia e delle Provincie, che avevano sopportato il peso e gli strazii delle ultime convulsioni politiche e sociali? Non ci sembra. Ma per tener conto delle aspirazioni di tutte questi genti bisogna istituire un reggimento, accertato, che potesse affrontare in modo uniforme e continuato i problemi del riordinamento e dell’amministrazione dell’impero. E poiché questo reggimento non poteva essere che monarchico, sarebbe veramente strano che Ottaviano, che pur riuscì in fatto a costituirlo, avesse invece mirato soltanto a restaurare la repubblica. Non si sa vedere per quale misteriosa singolarità di sentimento Augusto avrebbe dovuto battere a ritroso quella via nella quale, dai Gracchi in poi, erano discesi tutti i suoi predecessori: si era sempre trattato di far prevalere gli interessi dei più sugli interessi dei meno, e a questo scopo soltanto la democrazia si era alleata col militarismo per spezzare la potenza di quel gruppo di grandi famiglie che si raccoglievano nel senato, e per creare nello stato in potere superiore che tenesse ugualmente conto degli interessi di Roma, dell’Italia e delle provincie tutte. Così si era ingrandita la potenza dei tribuni; queste erano state le più remote scaturigini della rivoluzione dei proconsoli. Ed ora che i maggiori ostacoli eran già superati e che tutto cospirava a rendere più facile il compito di porre definitivamente fine all’iniquo sistema delle camarille senatorie con una riforma stabile, ora appunto Augusto avrebbe pensato di ritornare all’antico? Non è davvero verosimile che un uomo della perspicacia di Augusto potesse intrattenere simili progetti e pensieri. Ma è invece verosimilissimo che egli pensasse di attuare la grande riforma cercando di salvare quanto più poteva delle antiche istituzioni, rispettando famiglie senatorie, le quali disponevano ancora di vaste clientele e di una non trascurabile potenza politica e sociale. Mentre Cesare aveva mirato al suo scopo per la via diretta, radicalmente, come gli suggeriva la sua natura tutta nervi e volontà. Augusto si propose di arrivare alla stessa meta per vie traverse, in base ad un compromesso che, in conformità al genio giuridico romano, riescisse a conciliare il rispetto della tradizione colle esigenze del momento storico, gli interessi di Roma con quelli delle provincie e dell’impero; e nell’attuare questo compromesso procedette con quella prudenza, con quell’elasticità, con quell’equilibrio e freddezza di giudizio, che contraddistinguono il suo carattere di fronte al carattere impetuoso e insofferente di ogni ostacolo del suo grande padre adottivo. Evitare le lodi di Mavo, evitare ogni nuova grande scossa, smussare i contrasti, procedere conciliativamente, ma procedere tuttavia verso la meta già segnata dalle necessità dell’impero: questo fu, a nostro avviso, il programma di Augusto, programma che egli attuò unificando l’impero nella sua persona, ma assumendo, ad un tempo, di fronte alle due principali parti del medesimo, quella posizione che più sembravagli rispondere alla realtà dei rapporti ed alla convenienza del momento. Di fronte a Roma e all’Italia egli non volle essere che il primo dei cittadini, il princeps, salvando, nella conservata costituzione repubblicana della città, l’autorità sempre grande del senato, e tutti valori superstiti degli antichi ordinamenti. Di fronte alla provincie a lui assegnate, e di fronte all’estero volle invece essere più decisamente l’imperator, cioè il duce supremo di tutti gli eserciti, colui che dichiarando la guerra e concludendo la pace rappresentata, di fronte ai popoli stranieri, l’unità e la maestà dell’impero romano. Così le necessità del momento storico trovarono nel freddo, mediocre, ma accortissimo Ottaviano un interprete più fortunato di Cesare, e suggerirono una combinazione politica senza riscontro nella storia dei popoli antichi, e che trova forse un degno termine di confronto soltanto nel moderno impero britannico, un ordinamento bifronte, che poteva sembrare repubblicano o monarchico, a seconda che lo si guardasse da una parte all’altra, da Roma, cioè, o dalle provincie, simile ad un potere ciclopico congiungente due rupi separate da un profondo abisso; la città stato italico, che aveva conquistato il mondo mediterraneo, e la despotia a tipo orientale che venne apertamente instaurata da Diocleziano e Costantino e conservò l’impero fino a più tarda età”.

 

 

È una pagina che si legge d’un fiato; che non ha la magniloquenza d’un Gibbon né la secchezza di un erudito alla caccia di interpolazioni nei passi relativi alle intenzioni di Augusto; ma scorre cheta come l’acqua di un limpido ruscello in un meriggio estivo. Di questi passi se ne leggono parecchi nel volume del P., e vien voglia di vederli inseriti non in una storia del diritto romano, purtroppo, sebbene non necessariamente, limitata al pubblico degli studiosi, ma in una storia politica di Roma, che in un maneggevole volume andasse per le mani del gran pubblico e giovasse a formare la mentalità politica e storica delle nuove generazioni, costrette ora nelle scuole medie a pascersi di libri di testo abominevoli.

 

 

Un desiderio: in una futura edizione, o meglio nel volume ultimo del Corso, di cui questo è la introduzione storica, l’A. farà bene a pubblicare un indice analitico dei nomi e delle cose. In un libro di questa fatta l’indice sommario non basta. Occorre potersi riferire ad un copioso indice analitico alfabetico.

 

 

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