Recensione – Giuseppe Prato, Il protezionismo operaio. L’esclusione del lavoro straniero (Torino, 1910)

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 25/09/1910

Recensione – Giuseppe Prato, Il protezionismo operaio. L’esclusione del lavoro straniero (Torino, 1910)

«Minerva», 25 settembre 1910, pp. 931-932

 

 

 

La questione che questo libro, di cui già si annuncia la traduzione francese, imprende a trattare, è una delle più vivamente discusse nella dottrina e delle più appassionanti nella vita pratica, specialmente per noi italiani. è noto come, ad un periodo di entusiastiche accoglienze verso la mano d’opera immigrante da parte dei paesi nuovi, periodo che tuttora perdura nella più parte delle Repubbliche sud-americane, sia successo un periodo di diffidenza prima, di palese ostilità poi, che rende sempre più difficile lo sbarco in molti paesi stranieri ai nostri emigranti. Le ostilità cominciarono nell’Australia contro la mano d’opera gialla, polinesiana, indù, cinese e giapponese, che cercava uno sbocco nelle deserte terre del nord del continente nuovissimo; e fu decretata l’espulsione sommaria di molta gente di colore e l’ostracismo contro i nuovi venuti, giovandosi di ogni anche ipocrita mezzo, fra cui precipuo l’educational text, ossia l’obbligo imposto ad ogni immigrante di leggere un brano di prosa scritta in una qualsiasi lingua europea, a scelta non del postulante, ma del funzionario governativo.

 

 

Non contenta di ciò, la democrazia australiana rivolse le sue ostilità contro gli immigranti bianchi, sottoposti ad ogni sorta di vessazioni per poter sbarcare sul suolo sacro agli sperimenti del cosidetto «socialismo senza dottrine», vessazioni che non poche volte costrinsero operai inglesi, provenienti dalla madrepatria, a ritornare là donde erano venuti, senza poter mettere il piede sul territorio della colonia.

 

 

Seguirono ben presto l’esempio gli Stati Uniti; anche qui dapprima contro l’immigrazione cinese, accusata in California di essere propensa alla delinquenza, alla immoralità, alla sporcizia ed alle congiure segrete, di attentare col suo basso tenor di vita a quello altissimo dell’operaio nord-americano, di essere incapace di sollevarsi al disopra dei mestieri più umili. Vennero poi le persecuzioni contro i giapponesi – memorabile lo sfratto decretato nella città di San Francisco in California agli scolari giapponesi delle scuole comuni – accusati dei delitti opposti a quelli onde s’infamavano i cinesi, e cioè l’inframmettenza eccessiva, la voglia e la capacità di emergere, la concorrenza vittoriosa in molti campi del commercio e dell’industria. Ultimi ad essere oggetto delle ire nord-americane furono gli europei e massimamente gli italiani del sud, i russi, i polacchi, gli ungheresi, gli ebrei, i turchi.

 

 

A siffatti esempi, che provenivano dai paesi i quali amano vantarsi di essere alla testa della civiltà, non furono tardi ad ispirarsi, per non ricordare le colonie inglesi del Sud-Africa, gli europei. L’Inghilterra stabilì norme stringenti contro l’immigrazione di ebrei a Londra; in Francia è sempre viva l’ostilità e si moltiplicano le norme vessatorie contro gli operai italiani, belgi e spagnuoli; in Svizzera sono severissime le norme relative al permesso di soggiorno.

 

 

Tutte queste disposizioni ostacolatrici dell’immigrazione gialla ed europea su che motivi sono fondate? Ecco il problema che il Prato studia, dopo un’ampia esposizione storica e legislativa di fatti; e lo studia da tutti i punti di vista sotto cui il problema si presenta. è vero innanzi tutto che l’immigrazione gialla costituisca un pericolo per le razze bianche, che essa sia immorale, dedita ai vizi, criminale, refrattaria all’istruzione ed all’educazione, incapace di innalzare il suo tenor di vita? è vero che tutte queste accuse possono seriamente muoversi contro ai bianchi undesirables?

 

 

Il Prato, con abbondanza di dati e con vigore di ragionamenti, dimostra di no; e mette in chiaro come l’unico fondamentale motivo di ostilità verso i gialli ed i bianchi europei sia il timore che hanno i sindacati operai di vedere infranto il loro monopolio, di veder rovinato non il tenor di vita medio delle classi operaie, ma quel livello artificiale ed insostenibile di salari che in certi paesi nuovi ebbe origine da circostanze eccezionali e si vuol difendere con mezzi artificiali improntati al più oscuro medio evo.

 

 

E dimostra come l’immigrazione gialla ed europea nei paesi nuovi possa essere fonte di benefici economici grandissimi, con vantaggio ultimo delle stesse classi operaie che oggi la paventano; anzi, ponendosi al punto di vista dei difensori dell’unionismo operaio, dimostra come la lotta tra unioni antiche ed unioni di immigranti (ed i gialli sono formidabilmente organizzati in leghe) sia il mezzo per ottenere che si attuino i principi economici del massimo di utilità e di produzione. Il libro del Prato merita dunque di essere largamente letto dagli italiani, che appartengono ad un paese di emigrazione copiosa e che hanno bisogno di non vederla ostacolata da restrizioni eccessive ed inspirate a gretti egoismi di classe e poiché esso è scritto in forma attraente, sebbene con ragionamenti serrati e rigidamente scientifici, è a sperare che non gli mancherà il favore di tutti coloro che si interessano ai maggiori problemi politici e sociali del momento presente.

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