Recensione – Giuseppe Prato, La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVII (Torino, 1908)

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 24/01/1909

Recensione – Giuseppe Prato, La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVII (Torino, 1908)

«Minerva», 24 gennaio 1909, pp. 136-137

 

 

 

Il volume che presento ai lettori della Minerva parla di cose vecchie: della popolazione, della emigrazione, dell’agricoltura (terre e colture, boschi e terre incolte, la produzione agraria, il bestiame, i prezzi, la proprietà e la rendita agraria), dell’industria, del commercio, del pauperismo e della pubblica assistenza, del patrimonio ecclesiastico, dei tributi di Stato e dei tributi locali, della pubblica ricchezza, dei consumi, del costo della vita e del valore della moneta in Piemonte a metà del secolo XVIII, quando lo Stato piemontese aveva acquistato, ad opera di Vittorio Amedeo II e di Carlo Emanuele III, i confini conservati poi sino alla Rivoluzione francese, e si apparecchiava, colla pace di Aquisgrana, a consolidare le nuove conquiste e a cementare insieme i popoli prima disgiunti. Cose vecchie dunque, ma che ognuno, il quale si interessi alla vita economica e sociale della nostra Italia, desidera conoscere; poiché noi veniamo da quei tempi e di quelle vecchie cose noi risentiamo tuttora, inconsapevoli, l’influenza grandissima.

 

 

Quando si guarda all’epoca presente, si amerebbe sapere di quanto si sia progrediti dopo le epoche passate, sovratutto dopo quel secolo XVIII, il quale è separato da noi da quel gigantesco rivolgimento che prende il nome dalla rivoluzione francese. Altrove, in Francia, in Inghilterra, in Germania, scrittori insigni hanno sparso gran luce sulla storia economica dei tempi passati: basti ricordare, come il più noto, per frequenti riassunti, ai lettori della Minerva, il nome del visconte d’Avenel, i cui saggi brillanti, insieme ai grossi accademici volumi, hanno tanto contribuito a popolarizzare la cognizione dei fatti della vita sociale nei tempi trascorsi.

 

 

In Italia, dopo il classico libro del Cibrario sull’Economia politica nel medio evo, oramai invecchiato, nulla più si era scritto che valesse a ricostruire la vita economica dei tempi andati. Qualche monografia particolare sulle repubbliche medievali, molti volumi pregevolissimi di storia delle idee economiche; ma nessun quadro di insieme dei fatti economici di qualcuno dei vecchi Stati italiani. Gli economisti, che di rado si occupano in Italia dei fatti contemporanei, ancor meno si sono curati dei fatti delle età trascorse; e gli storici si tennero stretti alla storia angustamente politica.

 

 

Il volume del Prato è quindi il primo che in Italia ci permetta di ricostruire la vita economica di un intiero Stato in un’epoca abbastanza lontana da noi perché i confronti abbiano ad essere suggestivi. Cosa curiosa, leggendo il suo libro, ci accorgiamo che, su molti argomenti, l’A. conosce più fatti intorno al Piemonte del 1750 di quanti ne sappiamo noi intorno all’Italia del 1908.

 

 

Chi ci sa dire, ad es., quale sia la produzione agricola italiana d’adesso? Per qualche provincia il benemerito prof. Valenti è riuscito a dircelo; ma per le altre la risposta tarderà ancora parecchio. Sappiamo forse noi quante siano le terre incolte d’Italia? L’on. Pantano, quando fu ministro di agricoltura, presentando un suo non felice disegno di legge sulla colonizzazione interna, non seppe far altro che ripetere calcoli vecchi e ridevolmente spropositati. Il Prato, invece, sulla produzione agricola e sulle terre incolte espone notizie ampie ed abbastanza sicure, che ci permettono di apprezzarli molto più giustamente di quello che far si possa oggidì dei fatti attuali.

 

 

Il discorso potrebbe continuare sulla difficoltà di fare adeguati confronti, non per difetto di notizie antiche, ma per mancanza di indagini recenti. Merito certo grandissimo dell’A., il quale, con diligenza grandissima di storico e con la perizia consumata dell’economista, ha saputo trarre dalle molteplici fonti archivistiche un quadro così compiuto ed efficace. Ed insieme merito dello scelto manipolo di devoti ed intelligenti funzionari che Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III avevano saputo adunare intorno a sé e mettere a capo dell’amministrazione dell’ampliato regno.

 

 

L’A. ricorda, opportunamente, a questo proposito, le argute parole con cui Tommaso Carlyle, in una delle sue spietate requisitorie contro il burocratismo moderno, manifestava la sua ammirazione pel vecchio Domesday Book (catasto) della monarchia normanna: «Guglielmo il conquistatore deve aver avuto, per parte sua un home office (ufficio degli affari interni) di primo ordine. Il Domesday Book, fatto in quattro anni e fatto come è fatto, con una concisione, una chiarezza e una perfezione tanto ammirevoli, attesta energicamente quale buona specie di sottosegretari e di funzionari avesse Guglielmo. Silenziosi funzionari e segretari, io suppongo: che non disperdevan la loro attività in chiacchiere parlamentari, ma che riserbavan tutta intiera la loro intelligenza al coscienzioso esame dell’enorme fenomeno muto, al silenzioso studio dei mezzi atti a procurarne loro la conoscenza perfetta. Felici segretari, felice Guglielmo!».

 

 

Quei taciturni segretari e principi, di cui l’A. bellamente ci narra i provvedimenti economici e sociali, avevano già tentate o compiute cose che paiono oggi modernissime e di cui si mena gran vanto dagli zelatori di novità. Lagnavansi a Torino gli operai setaiuoli di non trovare alloggio se non a patto di pagare i fitti eccessivi e crescenti? Ed il governo incita l’università dei nostri fabbricatori a comprare nel 1781 una vasta area per costruirvi case comode e salubri, dandovi alloggio agli operai dell’industria serica.

 

 

Mancando il denaro, si fecero lotterie coll’aggio del 10% a favore della benefica iniziativa, si concessero prestiti al tasso di favore del 3%, si avocò infine l’amministrazione delle case al demanio, il quale le affittava alla stregua del costo di fabbricazione. A favore dei setaiuoli avevano alcune ordinanze del 1737 e del 1765 provvisto altresì ad istituire una specie di assicurazione obbligatoria contro le malattie; né mancava chi proponeva si fondasse una cassa governativa, col concorso obbligatorio degli operai, degli industriali e dello Stato, per soccorrerli in caso, non solo di malattia, ma anche di disoccupazione.

 

 

Coloro che vagheggiano piani grandiosi di colonizzazione interna leggano le interessanti pagine in cui l’autore delinea l’opera assidua dei privati e degli enti pubblici intesa durante tutto un secolo a ridurre a cultura gli amplissimi territori comuni e deserti che ancora esistevano in Piemonte nel 1700. L’insuccesso clamoroso di alcuni tentativi troppo grandiosi e troppo bene immaginati (ad es. quello dello svizzero colonnello Reding nel 1702) e la riuscita dell’opera paziente e minutamente localizzata dei privati, aiutati dal governo laddove essi colle proprie forze non avrebbero potuto a nulla approdare, varranno forse a persuadere dello scarsissimo valore pratico di taluni utopici recentissimi disegni a pro della colonizzazione interna.

 

 

Altri insegnamenti si potrebbero trarre da questo libro, il quale, sebbene presentato sotto un’austera veste scientifica, è perciò, per la varietà e l’interesse delle materie toccate, di lettura assai suggestiva. Le cose dette basteranno, spero, ad invogliare a leggerlo coloro che sono curiosi delle vicende sociali delle età trascorse, e quelli che, interessandosi ai problemi sociali odierni, non dimenticano come spesso problemi consimili si siano posti anche ai nostri maggiori.

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