Recensione – Guglielmo Ferrero: Grandezza e decadenza di Roma, vol. III
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 15/03/1904

Recensione – Guglielmo Ferrero: Grandezza e decadenza di Roma, vol. III

«La Riforma Sociale», 15 marzo 1904, pp. 242-243

 

 

 

Guglielmo Ferrero: Grandezza e decadenza di Roma, vol. III, “Da Cesare ad Augusto”. (Milano, fratelli Treves, editori, 1904. Un vol. di pag. 600. Prezzo L. 5).

 

 

Crediamo inutile di ricordare ai nostri lettori la narrazione compresa in questo volume, che va dal 15 marzo del 44 av. Cristo al 16 gennaio del 27 av. Cristo, abbracciando diciassette anni tra i più momentosi della storia di Roma. Da un lato un simile riassunto sarebbe estraneo ai fini della presente rivista; e dall’altro lato sarà ben più giovevole seguirla a dirittura nelle pagine smaglianti e veramente mirabili in molti punti, per splendore di stile e per attraenza di colorito, del nuovo volume del Ferrero. Il quale ha saputo fare qui una storia psicologica di uomini ed un quadro vivo del gioco complicato degli interessi contrastanti di classi politiche e sociali durante il turbine di una rivoluzione grandiosa.

 

 

Poiché quella i cui motivi e le cui vicende ci descrive il Ferrero fu una vera e grande rivoluzione sociale: la vecchia aristocrazia che avea ucciso Cesare credendo di distruggere con esso il demagogismo trionfante, si trova di fronte agli interessi che erano sorti e si erano rafforzati per la vittoria del demagogismo cesariano. La vittoria dei triumviri sovra Bruto, Cassio, Cicerone, ecc., è la vittoria dei veterani, dei nuovi arrivati contro la vecchia aristocrazia che ne rimane schiacciata per sempre; ma rappresenta altresì la dissoluzione dell’unica classe politica che rimanga ancora viva a Roma. Ottaviano divenuto, dopo la scomparsa di Lepido e il volontario suicidio politico di Antonio, il solo capo della democrazia imperante, si trova di fronte ad un terribile ostacolo: governare senza l’appoggio di una classe politica già adusata al potere. La vecchia è dispersa, la nuova è ancora troppo incoerente, composta com’è di mercanti arricchiti, di appaltatori, di veterani non ancora ben saldi nelle terre loro concesse, di liberti astuti ed intriganti. Il volume quarto ci dirà come Augusto abbia risoluto il difficile problema. Il terzo ci narra tutte le peripezie di questa terribile e strana e spesse volte enigmatica lotta sociale; e dalle pagine del Ferrero balzano fuori le figure di un Cicerone coraggioso ed amante della repubblica più di quanto ci dica la fama su di lui ora corrente; di un Antonio soldato impulsivo bensì, ma anche, almeno sino agli ultimi tempi, coraggioso e intelligente; di un Ottaviano fazioso, crudele e codardo dapprima negli anni incerti, principe temperato dopo la vittoria e restauratore di quello che poteva essere conservato dalle antiche forme repubblicane.

 

 

Ma non sono codesti i soli pregi – benché i più facilmente rilevati nelle rassegne critiche che dal libro del Ferrero si sono andate subito pubblicando – del volume; ed anzi forse su codeste nuove ricostruzioni storiche persistono dubbi fondati, spiegabili se si pensa al carattere frammentario e partigiano delle fonti. Pregio maggiore parmi stia nella rappresentazione degli stati d’animo delle classi colte, dell’opinione pubblica, come ora si direbbe, del tempo. In mancanza di giornali, il Ferrero si è valso mirabilmente degli scritti dei prosatori o dei poeti dell’epoca.

 

 

Il De Officiis di Cicerone, le Georgiche di Virgilio, il De re rustica di Varrone, le Odi di Orazio, le Lettere di Cicerone non sono più soltanto dei monumenti di arte; ma collocati nell’ambiente in cui nacquero, ricollegati agli avvenimenti in mezzo ai quali essi furono pubblicati, diventano dei documenti storici di importanza grandissima; anzi, come ebbe ad affermare il Taine tante volte, di importanza forse insuperabile da alcun altro documento storico.

 

 

Poiché al Ferrero il tentativo di collegare l’opera di poesia o di prosa alla storia politica è riuscito così bene, egli dovrebbe nei volumi seguenti spingersi più in là; e trarre partito per la storia politica di tutti gli altri documenti – giuridici, economici, tecnici – che cominciano ad abbondare nei primi secoli dell’impero, per aggiungere alla storia politica la storia delle istituzioni, delle idee, dell’ordinamento amministrativo, militare, politico, finanziario, delle industrie e dei commerci. Ad alcuni potrà sembrare che la storia abbia così a perdere della sua vivacità e delle sue attrattive. Io credo il contrario. Per uno scrittore così vario e così potente come il Ferrero, la storia delle istituzioni deve dar il modo di far rivivere il mondo romano non solo nelle sue vicende, che sono incerte, e nei suoi uomini, il cui carattere è oscuro, ma nelle sue idee, nella sua vita economica, sociale e politica sotto aspetti nuovi o non veduti dagli eruditi puri.

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