Recensione – Heinrich Dietzel. “Socialpolitik und Handelspolitik”

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 15/12/1902

Recensione – Heinrich Dietzel. “Socialpolitik und Handelspolitik”

«La Riforma Sociale», 15 dicembre 1902, pp. 1185-86

 

 

 

Dr. Heinrich Dietzel. “Socialpolitik und Handelspolitik” (Volkswirthschaftliche Zeitfragen, Vortrage und Abhandlungen herausgegeben von der Volkswirthschaftlichen Gesellschaft in Berlin. Heft 188-190. Verlag von Leonhard Simion, Berlin, S. W. Wilhelmstrasse, 121, 1902. Prezzo Marchi 2).

 

 

L’editore L. Simion di Berlino pubblica da parecchi anni una serie di questioni economiche del giorno, edite per iniziativa della Società Economica di Berlino, che costituisce al prezzo tenue di 6 marchi per ogni sei fascicoli una potente contribuzione alla diffusione delle conoscenze economiche. Noi abbiamo già pubblicato nel fascicolo di ottobre 1901 un largo resoconto di una delle pubblicazioni della Società Economica relativa al dazio sul grano (Kornzoll und Sozialreform del prof. Enrico Dietzel).

 

 

Ora lo stesso illustre professore dell’Università di Bonn pubblica un’altra breve monografia, che in 92 pagine è una splendida battaglia combattuta contro l’errore diffusissimo di considerare la protezione operaia e la protezione doganale come due cose indissolubilmente annesse. In Germania sono frequenti le meraviglie perché alcuni fautori del socialismo della cattedra siano avversari del protezionismo. Secondo le vedute dei fogli conservatori la protezione dei lavoratori e la protezione doganale discendono dai medesimi principii. Chi combatte l’una deve combattere l’altra, sotto pena di contraddizione gravissima. Purtroppo è facile di impressionare l’opinione pubblica dicendole: “in ambedue i casi si tratta di proteggere il lavoro nazionale; la riforma sociale provvede affinché il lavoro nazionale non sia schiacciato dalla strapotenza del capitale, il quale, senza l’intervento dello Stato gli detterebbe i suoi patti. Colla protezione doganale si difende del pari l’operaio contro gli sfruttatori stranieri, contro il capitale il quale è per sua natura senza re né patria. Protezione doganale e protezione operaia vanno quindi a braccetto sotto l’egida del “sistema nazionale dell’economia politica”. List e Bismark, che ne furono i grandi fautori, si danno la mano. Chi in qualità di riformatore sociale chiede allo Stato di non lasciare immolare i figli del popolo al Moloch della internazionale aurea, deve anche parteggiare per l’intervento dello Stato nella politica doganale, non può sacrificare al moderno vitello d’oro del libero scambio, il quale cerca di ingoiare una parte del lavoro nazionale”. È nell’interesse dei protezionisti di diffondere largamente queste idee e di chiamare in tal modo a sé tutte le brave persone le quali a niun prezzo si vorrebbero lasciare attruppare fra la cavalleria leggera dello straniero, fra i clienti della internazionale aurea. I capi protezionisti sarebbero dei ben cattivi politicanti se non si servissero di quest’arma.

 

 

D’altro canto i liberi scambisti non sanno pigliare il toro per le corna.

 

 

Essi dicono soltanto che fra la politica operaia e la politica doganale non vi è un legame necessario. Con queste osservazioni vacue non è possibile vincere alcune battaglie. La verita si è, secondo il Dietzel, che fra la politica sociale e la politica doganale esiste un legame necessario e tale che il libero scambio e la protezione degli operai sono fratelli e sorelle.

 

 

Non soltanto un libero scambista può ma deve essere fautore della protezione operaia, quando egli sappia valutare esattamente le conseguenze sociali e politiche del libero scambio. Una riforma doganale in senso manchesteriano sarebbe un’opera di riforma sociale. Che cosa si intende infatti per “riforma sociale”? In senso largo la riforma sociale comprende tutto ciò che rafforza la pace sociale; in senso più stretto è tutto ciò che rende più contente le classi inferiori, la grande massa degli operai manuali ed allontana così il momento della rivoluzione sociale.

 

 

Vi sono degli economisti i quali asseriscono che il libero scambio non porta alla pace sociale – nel qual caso solo l’A. riconosce che la sua tesi non sarebbe vera. Anzi il Wagner, ad esempio, ritiene che il libero scambio è contrario alla pace sociale: 1) perché aumenta il contrasto fra i poveri ed i ricchi, fra la città e la campagna. Lo spettro della rivoluzione sorge sull’orizzonte perché nel basso i plebei si ascrivono al partito della rivolta, e nell’alto si coalizzano gli ottimati per fondare la tirannia dell’oro; 2) perché l’economia dei popoli viene scossa ad ogni tratto da oscillazioni e da crisi e viene minacciata così la stabilità del mercato del lavoro; ed il salario viene ridotto dalla lotta dei popoli sul mercato mondiale.

 

 

A queste asserzioni del Wagner, il Dietzel si oppone con una logica chiarissima e con abbondanza di prove. Tutto lo scritto è indirizzato a provare che è vero l’opposto: che il protezionismo conduce a quei mali che il Wagner lamenta; ed invece il libero scambio rafforza la pace sociale.

 

 

“Dove i fautori della protezione doganale sono ancora una quantité negligeable come in Inghilterra, ivi la pace sociale è meglio fondata, perché manca la possibilità di ottenere vantaggi particolari a spese della società intiera per mezzo dei poteri pubblici, manca la possibilità di ottenere, col pretesto della protezione al lavoro nazionale, protezione pel lavoro proprio e di rimodellare la distribuzione delle ricchezze a proprio vantaggio. Dove vige il libero scambio è possibile sottrarsi alle influenze di una causa la quale in breve tempo e con grande intensità muta le circostanze a favore degli uni ed a danno degli altri. Un gran passo sulla via della pace sociale sarà fatto il giorno in cui un mutamento nella tariffa doganale non farà più qui il sole e là la pioggia; quando la distribuzione della ricchezza, la situazione della proprietà e dell’industria non potranno essere più disturbate dalla legge col diritto del più forte”.

 

 

Dimostrato così – con prove ed esempi che qui non si possono portare – che il libero scambio conduce alla pace sociale ed il protezionismo all’intento opposto, il Dietzel dimostrerà in un altro prossimo scritto che il libero scambio conduce a rendere più stabile il mercato del lavoro e più alto il salario. Così sarà compiuta la dimostrazione che il libero scambio mira allo stesso intento che si propongono i riformatori sociali.

 

 

Sarebbe bene che questi saggi splendidi del Dietzel trovassero un editore che ne pubblicasse una traduzione italiana. Essi sono una campagna per la verità, fatta in linguaggio chiarissimo e con logica diritta ed inflessibile, ben diversa dalle nebulose vaporosità di cui sogliono circondarsi nella maggioranza i professori tedeschi. Forse la chiarezza degli scritti del Dietzel dipende dal fatto che egli ha comuni con gli scrittori inglesi il culto dell’economia classica e l’aborrimento dai trascendentalismi della scienza socialisteggiante. Quello che è certo si è che questo breve scritto dell’insigne professore e lottatore di Bonn meriterebbe larga diffusione anche tra noi.

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