Recensione – Irving Fisher, The purchasing power of money. Its determination and relation to credit, interest and crises (New York, 1911)

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 01/07/1913

Recensione – Irving Fisher, The purchasing power of money. Its determination and relation to credit, interest and crises (New York, 1911)

«Minerva», 1 luglio 1913, pp. 519-520

 

 

 

Benché si tratti di un libro americano, giudico non inutile darne notizia ai lettori della Minerva. Trattasi invero di un libro dovuto alla penna di quegli che da moltissimi è reputato il principe degli economisti americani viventi. Viene dagli Stati Uniti, ossia dal paese che negli ultimissimi anni, in mezzo ad un silenzio strano degli uomini rappresentativi d’Europa, è divenuto il maggior produttore di libri attinenti alla scienza economica. In pochi anni Fisher ci ha dato tre libri capitali: The rate of interest (il saggio dell’interesse), The nature of capital and income (la natura del capitale e del reddito), e l’odierno The purchasing power of money.

 

 

Tre libri e tre strumenti di rinnovazione o di revisione del pensiero economico non solo, ma altresì di rinfrescata visione del mondo dei fatti che ci circonda. Accenno solo a quest’ultimo ordine di idee, come quello che più direttamente interessa il vasto mondo dei lettori della Minerva. L’America, nella sua fervida lotta per la conquista della ricchezza, non ha tempo per costruir dottrine destinate a rimanere negli spazi interstellari della scienza purissima; costruisce teorie che spieghino i fatti nuovi e risolvano i problemi urgenti. Dal principio del secolo il denaro diventa caro?

 

 

E Fisher scrive un libro stupendo, il quale riattacca il tasso dell’interesse e le sue variazioni reali alle forze profonde psicologiche le quali muovono l’uomo, e ne ricollegano le mutazioni apparenti al perenne mutevole flusso dei metalli preziosi ed il rialzo odierno ne esce illuminato di luce vivissima. Crescono nella complessa organizzazione dell’industria moderna le difficoltà di valutazione della ricchezza e del patrimonio degli individui, delle imprese, della nazione? E Fisher pubblica una analisi penetrante dei concetti di capitale e reddito, alla quale io credo dovremo rifarci in Italia quando vorremo trovare una base dottrinale salda per risolvere le interminabili questioni tra fisco e contribuenti e che per nove decimi esigono una risposta al quesito: che cosa è capitale e che cosa è reddito?

 

 

Mentre gli economisti di altri paesi si divertono a scrivere dissertazioni su temi che non interessano nessuno, che non rispondono ad alcun bisogno dello spirito e dell’economia presente, epperciò formano una casta spesso chiusa tra concorrenti e commissari di concorsi cattedratici, in America i maggiori economisti scrivono di teoria ed innovano sulle teorie vecchie quando sanno che queste teorie vecchie e nuove sono destinate ad illuminare la via faticosa degli uomini che lavorano e lottano.

 

 

L’ultima domanda a cui ha voluto rispondere Fisher è quella che oggi tutti si pongono in Italia, in Europa, negli Stati Uniti, nel Giappone, dovunque: Perché i prezzi aumentano, perché la vita diventa più cara? Tutti se la pongono questa irritante domanda. Eppure chi è riuscito a scrivervi attorno un libro che fosse, come questo del Fisher, terso come un blocco di cristallo, impeccabile nella logica della dimostrazione, minuzioso e scrupoloso nelle riprove statistiche? Si potrà non essere d’accordo in tutto col Fisher; se la Minerva non vi fosse disadatta, si potrebbero anche discutere con frutto alcune sue conclusioni. Ma non vi è dubbio che il suo libro è un capolavoro artistico.

 

 

Fisher è uno dei capi della scuola matematica dell’economia politica, scuola che ha reso così repellente al grande pubblico uno studio che verso il 1850 era forse il più popolare di tutti e che già s’era screditato a traverso alle deformazioni socialistiche dei marxisti ed alle susseguenti discorse sociologico-storiche dei Tedeschi. Chi ha riavuto la grande influenza dei Giambattista Say, degli Stuart Mill, dei Bastiat, dei Ferrara della prima metà dell’800? Sono troppo difficili a comprendersi, troppo sottili, troppo eleganti, troppo irti di formule gli economisti moderni; troppo disdegnosi del vile volgo avido di sapere, a cui essi rimproverano di volere della letteratura amena e non della scienza severa.

 

 

Paolo Leroy-Beaulieu è stato grandemente letto ed i suoi scritti hanno avuto una efficacia notevolissima sull’azione pratica negli ultimi trent’anni. Ma se i suoi articoli dell’Economiste Francais sono superbi e lo pongono alla testa di tutti gli economisti-pubblicisti contemporanei, i suoi libri risentono un po’ troppo dell’attualità quotidiana. La sua scienza pura non è up-to-date, egli ignora i risultati delle ricerche ultimissime. Ciò non significa nulla per i nove decimi dei suoi libri, che sono tutti di scienza applicata; ma toglie al restante decimo quel sapore di dottrina fresca, compiuta, moderna, che i lettori vogliono a buon diritto. Fisher ha compreso i bisogni di coloro che studiano la scienza economica sia per soddisfazione purissima dell’intelletto, sia per trovarvi una soluzione ai problemi del giorno.

 

 

Egli pone le equazioni pure dell’equilibrio economico; ma apre a tutti i veli del mistero nascosto nelle formule walrasiane e paretiane. Nessuno era riuscito ancora a mettere a portata delle masse studiose le bellezze della concezione recente dell’equilibrio economico. Forse gli economisti matematici ortodossi se ne sdegneranno, perché si tratta di una concezione a scartamento ridotto. Ma intanto questa concezione più modesta può essere assaporata da molti.

 

 

Tutto il libro di Fisher gira attorno ad una formula: M V + M’ V’ = P T. Non si spaventino i lettori. Non ne darò la dimostrazione, e non accennerò agli sviluppi, spesse volte originali, del Fisher. Guardino soltanto a quel P che c’è nella formula. Sono i prezzi, o meglio è il livello generale dei prezzi, del cui sollevamento ci lamentiamo tanto. E la formula vuol dire che i prezzi medi (P) moltiplicati per le quantità dei beni prodotti e circolanti (T) devono essere eguali alla quantità di moneta circolante (M) moltiplicata per la velocità della sua circolazione (V), più alla quantità di surrogati della moneta, voglio dire dei depositi bancari disponibili con cheques od assegni (M’) moltiplicata per la rispettiva velocità (V’). Che cosa vi è di più evidente di questa formula? Non è forse vero che noi non possiamo in un anno pagare maggior quantità di merce ai rispettivi prezzi (P x T) di quanta moneta in quell’anno riusciamo ad avere, sia a titolo di reddito di un terreno (moneta che entra nelle nostre tasche una volta all’anno) od a titolo di stipendio (moneta che entra 12 volte, ossia ha una velocità dodecupla della prima?).

 

 

La cosa è talmente evidente che altri disse essere un truismo, ossia una verità che guarda alla superficie e non entra nella realtà profonda delle cose. Fisher nega e ricava dalla formula che P, ossia i prezzi, non possono aumentare se T non diminuisce, ossia se non diminuisce la quantità delle merci prodotte, ovvero rimanendo T costante, se M non aumenta. E dimostra ancora che V, e M’ e V’ e T hanno una minore importanza di M, ossia delle variazioni della quantità di moneta. Ossia i prezzi aumenterebbero perché la produzione dell’oro cresce. Il che è una asserzione in apparenza banale. Ma non sono banali, anzi sono rarissime, le doti di chiara ed elegante dimostrazione, di ricca esemplificazione con cui l’A., attorno ad ognuno di quei P, T, M, V, ecc., eleva un edificio di idee e di principi mirabile.

 

 

Qui si vede a cosa possano servire le matematiche applicate all’economia. Lo si vedeva già in Cournot, Walras, Pareto, ma era una visione di bellezze riservata agli iniziati. Poi vennero gli imitatori che ci fecero ballare dinnanzi agli occhi serie infinite di notazioni algebriche, dietro a cui di casa non stava nessuna idea economica.

 

 

Erano segni cabalistici che ci facevano gli sberleffi e ci dicevano: Ah! voi non capite a che cosa serviamo? tanto peggio per voi, che siete degli ignoranti! Ora viene un economista vero, di razza, e fa capire a tutti che sono sempre le vecchie verità semplici e chiare del buon tempo antico, in cui scrivevano i Ricardo, i Say, gli Stuart Mill, i Ferrara; verità arricchite di nuovi corollari ed esposte in un linguaggio più rigoroso, più affascinante, più probante, più profetico (Fisher dalle sue formule applicate ricava previsioni che sono utilissime ai banchieri, industriali, commercianti) del linguaggio comune che usava un tempo. Muniti di questo linguaggio e della logica ordinaria alcuni uomini di genio ascesero alle vette più sublimi del pensiero umano. Il lavoro d’oggi sta nel perfezionare il retaggio di quei sommi e nel renderne partecipi il maggior numero dei viventi.

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