Recensione – La questione dell’Adriatico

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/09/1918

Recensione – La questione dell’Adriatico

«La Riforma Sociale», settembre-ottobre 1918, pp. 480-483

 

 

 

C. Maranelli e G. Salvemini, La questione dell’Adriatico, – Libreria della Voce Firenze, 1918. Un vol. di pagg. XV 294. Prezzo L. 6

 

 

Italia e Jugoslavia, a cura d’un gruppo di scrittori italiani e jugoslavi. – Libreria della Voce, 1918. Un vol. di pagg. 313. Prezzo L. 8

 

 

Il volume dei professori Maranelli e Salvemini è la prova di quanto valgano la forza di volontà messa al servizio di un’idea. Quando due anni or sono ebbi il piacere di leggere le bozze della prima stesura di questo volume, non furono moltissimi coloro che firmarono una petizione al governo italiano rivolta a sostenere le idee fondamentali che in esso sono svolte: limitazioni delle aspirazioni italiane ai territori i cui abitanti si sentono italiani ed a quegli altri i quali siano assolutamente necessari, secondo l’opinione ragionata di tecnici militari e navali, alla difesa dei confini di terra e della nostra situazione nell’Adriatico; inclusione nei futuri confini italiani del minimo numero possibile di slavi; accordi leali con i jugoslavi per la soluzione dei problemi complessi dei territori misti, inclusi nell’uno o nell’altro Stato confinante; Trieste italiana, con porto franco accessibile a parità di condizione ai popoli del retro terra, sì da assicurare a tedeschi ed a slavi ogni opportunità di traffico e di concorrenza in gara con i regnicoli. Il consenso in queste idee fondamentali era tanto più facile per gli economisti, i quali si erano sempre ribellati all’idea che l’Italia avesse iniziata la guerra per scopi di predominio economico e di lucro: che l’avevano anzi esaltata come un’impresa di sacrificio, priva di qualsiasi speranza di compensi materiali ed intenta solo a procacciare vantaggi spirituali alle venture generazioni (cfr. il mio articolo «Guerra ed Economia» in «La Riforma Sociale» del giugno 1915, scritto nei giorni della nostra dichiarazione di guerra, in cui precisamente si insisteva sui concetti del portofranco a Trieste, della parità di trattamento, delle convenzioni ferroviarie per il retro terra, ecc.). Ma il consenso dell’opinione pubblica italiana fu lento a venire; dei grandi giornali italiani solo il Corriere della Sera – e sarà suo imperituro titolo di vanto – fin dal luglio 1917 cominciava a bandire l’idea che l’Italia dovesse farsi iniziatrice e guida della politica delle nazionalità nella penisola balcanica; ma fu necessario il disastro di Caporetto, perché l’opinione pubblica si schierasse a favore delle idee sostenute dal giornale milanese e forzasse il governo nostro a farle sue.

 

 

Oggi, che la politica delle nazionalità ha avuto nel mondo delle idee causa vinta, che, dopo un periodo non lieto di imitazione letteraria delle idee imperialiste – pugno di ferro, bella guerra, conquiste coloniali anche in paesi civili, sterminio od esilio delle minoranze etniche forestiere – di impronta nettamente tedesca, siamo ritornati alle tradizioni nostre mazziniane e cavourriane, è doveroso ricordare la campagna del Salvemini sull’Unità, tenacemente condotta frammezzo a sprezzi e ad ingiurie, con una costanza la quale testimonia quanta virtù di penetrazione abbia un modesto giornale settimanale scritto da persone, le quali hanno un programma e vogliono attuarlo. Il libro di Maranelli e Salvemini sintetizza e conclude quella campagna. Ma non è soltanto una fonte storica. Continua ad essere un programma. Molti di coloro che si sono convertiti all’idea della politica delle nazionalità, non hanno però un’idea precisa dei problemi scottanti e difficili che dobbiamo ancora risolvere intorno alla Venezia Giulia, alla Liburnia, alla Dalmazia. Per tutti costoro il libro di M. e di S. può ancora essere guida informatrice utilissima. Fu asserito da critici che esso contiene errori storici, geografici e militari ed apprezzamenti infondati.

 

 

Può darsi. Io non sono uno studioso di cose dalmate ed adriatiche e debbo quindi stare a sentire. Ma so che il Salvemini è uno storico cauto, che conosce a fondo i metodi della critica storica, che della sua scrupolosità di indagatore ha dato prova in libri reputati. Sente vivamente i problemi politici moderni; è partigiano nel senso che difende con vivacità, dicasi anzi con violenza di linguaggio, le idee che reputa sane. Ma il suo tipo di ragionamento è quello dell’uomo di buon senso ed equilibrato. Solo l’incoltura indicibile dei pubblicisti e dei politicanti nostri ha potuto mettere il S. nella torma dei frenetici, a freddo, radicali e socialisti che deliziano il nostro paese. Il suo posto, invece, è tra i discendenti intellettuali dei radicali inglesi alla Cobden, alla Bright, imbevuti ad un tempo di idealità mazziniane nostre. Basti ricordare la sua posizione rispetto alla revisione del patto di Londra (nel capitolo ottavo, prima censurato ed all’ultimo momento lasciato passare in fondo al volume). Per certuni, affermare che il patto di Londra deve essere riveduto, equivale senz’altro ad una proposta di rinuncia da parte nostra, senza nessun corrispettivo. E si grida roca, come se si fosse traditori degli interessi italiani. Il Salvemini mette bene in luce che si tratta di un compromesso: che noi potremo dare, sovrattutto quel che ci è inutile, salvoché a colorire col tricolore un pezzo di più della carta geografica, e può esserci cagione di infiniti guai morali e materiali: ma dovremo chiedere in cambio parecchie cose: garanzie internazionali di libertà culturali e di uguaglianza giuridica per il nucleo italiano di Fiume e per gli italiani sparsi dalla Dalmazia centrale e meridionale, che il patto di Londra abbandona senza difesa agli ungheresi ed ai jugoslavi; garanzie internazionali contro la concorrenza sleale che Fiume, rimasta fuori dei confini, potrà con tariffe ferroviarie artificiose essere chiamata a fare da un governo straniero a Trieste italiana.

 

 

I problemi, prima di risolverli, bisogna impostarli bene e studiarli accuratamente. Questo parmi sia uno degli insegnamenti del volume del Salvemini e Maranelli. A poco serve sbraitare, quando non si sa nulla, neppure l’abici del problema. Si dicono sciocchezze e si fanno commettere spropositi al paese.

 

 

Questo è anche l’insegnamento dell’altro volume ricordato in testa della presente recensione. È una raccolta di monografie scritte da un gruppo di italiani e jugoslavi: di G. Salvemini sono riprodotti alcuni articoli sull’Unità: Costa Stojanovic contribuisce un discorso tenuto a Parigi in una riunione di parlamentari italiani e serbi, pure nel 1916: Ante Trumbic dà un discorso romano in commemorazione di due eroi croati, Zriuski e Frankopan, decapitati nel 1671 per aver voluto sottrarre la Croazia al dominio absburghese; Gino Borgatta discorre, con ampiezza di dati recenti, sui rapporti economico commerciali fra l’Italia e la Jugoslavia; Davide Levi Morenos dei problemi della pesca nell’Adriatico e della necessità di un accordo con gli abitanti della costa opposta; Antonio Boldacci delle ricchezze forestali della Bosnia Erzegovina e dell’ampio campo di impiego che si offre ivi al capitale italiano; Giuseppe Prezzolini dell’indole della emigrazione jugoslava negli Stati Uniti e della influenza che essa esercitò sui comitati di propaganda slava durante la guerra presente. Ma forse i saggi più caratteristici del volume sono quelli di critica storica e linguistica: Jovan Cvjc dà uno studio che si sente essere scritto da un tecnico, con temperamento scientifico, sulla etnografia della Macedonia.

 

 

Chi voglia farsi un’idea dell’intrico indicibile di lingue, di razze, di sentimenti che si ha in Macedonia legga questo studio. La conclusione più importante del quale è che la Macedonia non si può dire pienamente abitata né da serbi né da bulgari; che si tratta di un paese di passaggio, di cui i caratteri sono misti ed i cui abitanti possono ancora essere trasformati in serbi e in bulgari di sentimento a seconda dell’azione preponderante economica e culturale che sarà esercitata su di essi. V. Mihic ricostruisce il pensiero di Niccolò Tommaseo sulla Dalmazia ed A. Ghisleri quello di Mazzini sull’Istria Italiana e le Alpi Giulie, concludendo che le idee di amendue coincidono sostanzialmente con quelle degli odierni fautori della politica delle nazionalità. Uguale è la conclusione di Antonio Anzilotti nello studio “Austria e Slavia negli scrittori del nostro risorgimento”, che abbraccia ben 120 pagine ed è senza dubbio il contributo più nutrito offerto in questo volume alla conoscenza del problema dei rapporti fra l’Italia e la Slavia. È bene riprodurre i titoli dei capitoli in cui si divide il saggio dell’Anzilotti:

 

 

  • I. La tesi moderata e conservatrice: Cesare Balbo;
  • II. La tesi democratica: Giuseppe Mazzini;
  • III. La tesi politica realistica e il Conte di Cavour;
  • IV. Le nazionalità contro l’Austria: Cattaneo e Correnti;
  • V. La funzione della Dalmazia nell’amicizia italo slava: Nicolò Tommaseo;
  • VI. Voci italiane di riconciliazione coi croati;
  • VII. Il quarantotto Triestino: Pacifico Valussi;
  • VIII. Un programma concreto: ancora Pacifico Valussi;
  • IX. Per i nostri confini orientali: P. Antonini;
  • X. Contro la confederazione germanica; Sigismondo Bonfiglio;
  • XI. Il Combi e la Porta orientale d’Italia.

 

 

Si stringe il cuore nel leggere queste riesumazioni di brani di scrittori illustri e modesti del nostro risorgimento. Ahimè come siamo divenuti asini tra il 1870 ed il 1814! Si sono spregiati l’idealismo e la quarantotteria dei banditori delle guerre nazionali e siamo divenuti perciò incapaci a vedere i problemi veramente concreti e reali. Che figura fanno, per ricordare uno dei più dimenticati, la più parte dei nostri moderni segretari di camere di commercio di fronte al segretario della camera di commercio di Udine, Pacifico Valussi? “Da tutte le principali città della costa” – scriveva il Valussi nel Precursore del 3 dicembre 1848 – “partirebbero delle strade trasversali che fra i monti s’internerebbero fino ai punti più importanti del territorio ora ottomano, ma presto salvo, ciò nella Bosnia, nell’Erzegovina, nella Bulgaria, poi verso i fiumi delle Croazia e verso il Danubio, fino a mettere noi in più diretta comunicazione intellettuale e di commercio con cinque milioni di Rumeni, ove l’Italia deve cercare di riannodare a sé le file dell’elemento latino. Fra le popolazioni danubiane ed adriatiche si stabilirebbe una corrente continua di traffici reciprocamente vantaggiosi. Il mare Adriatico sarebbe popolato di navigli italiani ed illirici, ai quali la Dalmazia e l’Istria e le isole del Quarnaro aprirebbero i loro porti numerosi, ampi e sicuri”. Settant’anni dopo, non sono molti ancora gli italiani agli occhi dei quali la visione dei rapporti commerciali ed intellettuali da stringere per vie trasversali, con i paesi balcanici sia chiara; e pochissimi coloro i quali abbiano veduto come l’Italia non potrà assumere l’ufficio di intermediaria fra l’occidente ed il vicino oriente balcanico, ove non si metta a capo del movimento nazionalistico slavo. Ma oggi si fa carriera cominciando a vent’anni a scrivere sui giornali e seguitando a parlare ed a scrivere ininterrottamente, dicendo insolvenze agli avversari, senza mai essersi ammobiliato il cervello con forti studi preparatori. Allora per non parlare dei maggiori: Mazzini, Tommaseo, Cavour, Cattaneo, Balbo, anche i minori, come i Valussi, prima di pubblicare nel breve periodo della rinata libertà veneta, Fatti e parole ed Il precursore, si erano agguerriti nello studio severo della storia, dell’economia, della filosofia. Essi sono idealisti, ma impostano i problemi concreti con un realismo profondo e duraturo. Dopo gli studi del Ciasca e di altri, anche questi accenni dell’Anzilotti provano quanto ci sia ancora da fare per la storia delle idee durante il nostro risorgimento!

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