Recensione – Mario Alberti
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/06/1938

Recensione – Mario Alberti

«Rivista di storia economica», giugno 1938, pp. 178-180

 

 

 

Mario Alberti.- Scrittori italiani di economia monetaria: Romeo Bocchi. (la legge così detta di «Gresham» e gli aspetti psicologici del denaro). Estratto dalla Rassegna monetaria,trentacinquesimo, 1938, n. 1 – 2, in ottavo pp. 49 e 1 p. indici.

 

 

Di Romeo Bocchi e dell’opera sua Della giusta universal misura et suo typo. Tomo primo intitolato Anima della moneta per Antonio Pinelli, Venezia, 1621, quarto, pp. 6 s. n. e 92. – Tomo secondo intitolato Corpo della moneta per Giambattista Ciotti, Venezia, 1621, quarto, pp. 6, 186 (le notazioni sono quelle del Cossa) avevano a lungo discorso il Gobbi (in Economia politica negli scrittori italiani del secolo sedicesimo – diciassettesimo) e il Montanari (in Contributo alla storia della teoria del valore negli scrittori italiani ). Non se ne traeva l’impressione che egli fosse scrittore di gran rilievo; ma l’impressione difficilmente era controllabile per la rarità singolare dell’opera. Ottima perciò la fatica dell’Alberti, il quale ripubblica, in 18 pagine all’incirca di stampa moderna, alcuni lunghi brani dello scritto del Bocchi, che a lui parvero i più significativi. Bocchi scrive alla maniera dei giuristi del suo tempo, con terminologia di cui il lettore non sempre afferra il significato e con le consuete irritanti citazioni intercalari.

 

 

Fanno eccezioni, e perciò si leggono volentieri, talune chiare pagine nelle quali il Bocchi espone le cause di quella che egli chiama «distrattione della moneta» e vuol dire scomparsa di una o di parecchie specie di moneta o per esportazione all’estero o per fusione o per tesaurizzazione. La scomparsa è dovuta in ogni caso all’«alterata o sproportionata valutazione» dell’una moneta in confronto all’altra, la quale crea interesse nei debitori a pagare nella moneta legalmente sottovalutata in confronto alle altre, le quali perciò sono esportate fuse o tesaurizzate. Alla massima generale comunemente detta legge di Greshan e formulata col dire che la moneta cattiva caccia la buona il Bocchi aggiunge:

 

 

  • essere il rischio della cacciata dallo stato più accentuato per le monete basse che per quelle fini, anche se ambe siano sotto valutate. Non dice, almeno nei brani riportati dall’Alberti, il perché di tal fatto constatato Per esperienza; ma si può supporre che delle monete fini sottovalutate il popolo faccia tesoro laddove, non sapendo che farsi di quelle basse parimenti sottovalutate, per essere composte in gran parte di metallo vile, queste escano dal paese;

 

  • essere l’abbondanza di moneta, per causa di guerra guerreggiata, cagione ai paesi di floridezza. Nonostante egli dubiti dei vantaggi ultimi dell’abbondanza, ché la guerra fa altresì abbondare i paesi di «vitij ancora enormissimi», il Bocchi pur constata che al tempo delle guerre dei re cattolici Filippo Secondo e Terzo nei Paesi bassi della Germania «era quel paese in tanta abbondanza di moneta et vettovaglie, che molto più florido si può dire, che fosse in tempo di guerra, di quello che poi sia stato in tempo di somma quiete povero di negotij, et di moneta». Dove si può, guardando cogli occhi d’oggi, cedere un tal quale barlume di teorie sugli effetti eccitanti degli arrivi copiosi di nuovo oro.

 

 

Se queste osservazioni particolari siano sue; se altri, ad esempio Bodin, non abbia preceduto nella seconda il Bocchi è diverso discorso. L’Alberti indugiasi sovratutto nella questione di priorità rispetto alla cosidetta legge di Gresham che egli vorrebbe, parmi, chiamare legge di Bocchi. Il che è non buono esempio del vezzo nazionalistico antico ed ora ravvivato in ogni paese di rivendicare priorità e primati, vezzo fecondo di litigi inutili e, di vane contumelie tra paese e paese. A che pro rinvangare, a proposito di paternità dottrinarie, ladrerie e framassonerie a carico del povero Gresham, senza inquadrarle nella cornice compiuta dell’uomo e dei tempi?

 

 

Nel caso specifico, fu sempremai notissimo che la legge cosidetta di Gresham fu a lui attribuita non si sa da chi – il Mc Leod che si dice essere stato il primo a fare in proposito il suo nome esplicitamente afferma che quella legge «venne chiamata», non dunque da lui, legge di Gresham della valuta -; e l’inventore o risuscitatore medesimo della attribuzione ricordava che la massima era stata già da assai gran tempo dichiarata da Aristofane nelle «Rane». Ma il commediografo ateniese rifiuterebbe certamente l’onore dell’attribuzione, poiché, artista, egli intendeva a far rivivere artisticamente sulle scene la vita ed i detti del tempo suo. Cosa fatta capo ha. Sappiamo bene che né la legge della rendita né quella sulla distribuzione dei metalli preziosi tra i varii paesi del mondo sono di Ricardo; ma invano Anderson e West (e Rooke e Malthus avanzavano altresì pretese) per la prima o Hume per la seconda pretenderebbero dovuta riparazione. Ormai l’etichetta è passata in giudicato; e nel caso di Gresham, morto del resto gran tempo prima (1579) che Bocchi scrivesse, l’uso pressoché universale dell’aggettivo «cosidetto» dinanzi a «legge» toglie valore sostanziale alla attribuzione.

 

 

Si potrebbe mutare da Gresham a Bocchi l’etichetta solo se si riuscisse a dimostrare che prima del 1621 nessuno formulò meglio di Bocchi la cosidetta legge di Gresham. L’Alberti medesimo ne dubita, ché egli riproducendo, faccia a faccia a quella di Bocchi, la formula di Oresme (composizione innanzi al 1364, stampa 1511) non tace il compiacimento per la «elegante perfezione dello stile» del secondo: Oresme car, par adventure, les hommes portent plus voulentier leurs monnoies aux lieux ou il rescevent icelles plus valoir. Bocchi … l’una e poi l’altra verrà distratta e esportata; e conseguentemente causerà penuria di moneta. … essere mosso, chi commette tal’eccesso (della distrattione) dall’apparenza dell’utile che spera conseguire nel distrarre tale moneta, riducendola in altro luogo, o in altra specie di moneta o in altr’uso. Ho ristretto la citazione alle parole proprie alla cosidetta legge di Gresham, la quale si può riassumere col dire «avere i debitori convenienza a pagare nella moneta per essi relativamente meno costosa». Quindi se si vogliono mantenere contemporaneamente in circolazione due o più monete bisogna fare in modo che non esista divario fra l’una e l’altra moneta.

 

 

L’enunciazione del principio è più netta nell’Oresme che nel Bocchi, il quale complica il concetto semplice con affermazioni extravaganti sull’essere quell’utile «di apparenza», sull’essere l’operato dall’uomo un «eccesso» e sulla «penuria di moneta» che all’eccesso conseguirebbe. Dove non si vede, in che consista l’eccesso e perché l’utile sia apparente, e, se apparente capace di conseguire effetto; perché l’effetto debba essere logicamente la penuria di moneta, potendo darsi abbondanza anche di cattiva moneta.

 

 

L’Alberti, il quale gode meritamente dei fecondi ozi all’uopo necessari, aggiunga a quella di autore dell’odierno suggestivo saggio, altra benemerenza col farsi editore dello scritto di cui egli ha la ventura di possedere copia. Una edizione critica, la quale contenga la spiegazione del significato e la versione in lingua italiana moderna dei troppi termini e modi di dire e di pensare in fatto di moneta, di banca e dei negozi che il Bocchi ovviamente usa perché a’suoi tempi intesi da tutti, ma oggi sono a pressoché tutti incomprensibili, ci istruisca sul peso e titolo delle monete, alte e basse, reali, incorporee, immaginarie e suppositizie, citate dall’autore; e ci dia altresì per disteso in nota il contenuto delle diaboliche citazioni inserite nel testo dall’autore, – sarebbe un contributo di prim’ordine alla conoscenza delle teorie monetarie al principio del secolo diciottesimo.

 

 

La benemerenza crescerebbe assai se inoltre l’Alberti confrontasse il testo del Bocchi con quello dei molti monetaristi anteriori al 1621 e di cui fin d’allora il numero era così grande da indurre giureconsulti peritissimi a farsene raccoglitori in celebrate antologie: straniere quelle del Boyss del 1574 e del Budelius del 1591, piemontese quella del Thesauro del 1609. Il problema principe di tutti codesti trattati era quello stesso che affannava il Bocchi ed il Thesauro dava alla raccolta il titolo De monetarum augmento variatione et diminutione, quasi a segnalare subito la causa della fuga or di questa or di quella moneta, per cui il lamento era universale.

 

 

Purtroppo, i trattati contenuti nei volumi ora ricordati ed in altri sono scritti in un latino ancor più orripilante dell’italiano legalistico del Bocchi. Ma una buona storia delle dottrine monetarie fino al 1600, meglio dicasi sino al 1700, non si scrive senza erculea fatica. Perciò non fu ancora scritta; e dunque acquisterebbe grande e meritata fama chi la scrivesse.

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