Recensione – Moisei Iakovlevitch Ostrogorski, La Démocratie et les partis politiques

Tratto da:

Minerva

Data di pubblicazione: 01/02/1912

Recensione – Moisei Iakovlevitch Ostrogorski, La Démocratie et les partis politiques

«Minerva», 1 febbraio 1912, pp. 134-136

 

 

 

Ostrogorski? E chi è costui, che porta un nome così curioso? In Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti il suo nome è conosciuto come quello di uno dei maggiori scrittori politici dell’ultimo secolo, degno successore di Tocqueville, Taine, Bryce, Lecky. In Italia, forsanco perché la sua opera constata di due grossi volumi di 1500 pagine e valeva 20 lire, pochi l’avevano letto. L’A. si è deciso ora a pubblicare una seconda edizione, che in un volume compatto di 700 pagine contiene tutta la materia sostanziale della prima edizione, tolti solo gli sviluppi storici locali che al pubblico colto meno importano e con aggiunta di riflessioni sulle vicende dei partiti politici nell’ultimo decennio dal 1900 al 1910.

 

 

Fare un riassunto compiuto di quest’opera è impossibile in una breve recensione. Mi industrierò a spremerne il succo in poche linee. Gerarchia di classi, formazione naturale aristocratica della classe politica, governo attribuito alle notabilità, alle forze storicamente emergenti nella società, tutto ciò è scomparso all’avvento della democrazia. Il suffragio allargato e poi universale che aveva fatto esclamare nel 1832 al vecchio duca di Wellington: «how will the king’s government be carried on» (come potrà essere condotto il governo del re?) pose il problema della creazione di una nuova classe politica a cui affidare il governo della cosa pubblica. Il problema fu risoluto nei paesi anglo-sassoni con la trasformazione o meglio la creazione dei partiti politici.

 

 

Il governo democratico è un governo di partiti; non di partiti famigliari, di classe, di ceti ristretti, come nella vecchia Inghilterra del ‘700, ma di partiti aperti a tutti gli elettori, retti essi stessi democraticamente ed alternantisi al potere. Chi di noi non ha sentito parlare della mirabile organizzazione dei partiti inglesi, della loro opera assidua di propaganda per la conquista dell’opinione pubblica, delle loro energiche campagne elettorali, delle loro colossali processioni, dei loro meetings contraddittori? In Italia è universale la lagnanza che socialisti e cattolici abbiano, soli, saputo imitare i metodi di organizzazione dei partiti inglesi ed americani, mentre i liberali rimangono disgregati, atomici ed impotenti.

 

 

Ostrogorski fu attirato da questo spettacolo, unico al mondo, della organizzazione dei partiti politici anglo-sassoni. E spese vent’anni della vita a studiarlo.

 

 

Non lesse solo i programmi, gli opuscoli, i libri, non sentì solo le conferenze, e le concioni dei capi partito; ma visse della vita quotidiana dei workers (lavoratori) dei partiti; entrò nei caucus (comitati) direttivi, ne studiò sul vivo il funzionamento. Percorse le grandi città e le contee rurali dell’Inghilterra e di lì passò in America. Egli non è l’uomo di nessun partito, simile in ciò a Taine, che, dopo aver studiato per tutta la vita quale partito francese fosse il migliore, non s’era alla fine saputo risolvere. Egli è il notomizzatore del fenomeno «partito» in rapporto all’altro fenomeno «necessità di governare le democrazie».

 

 

Le sue conclusioni sono sconfortanti. In parte erano già note. Mosca in Italia con la sua Teorica dei governi e in particolare del governo parlamentare, Bryce per gli Stati Uniti (ed in Italia dobbiamo al Garlanda ed alla sua Nuova Democrazia americana[1] le prime esatte nozioni in argomento) avevano messo in luce quale triste realtà si nascondesse sotto ai luccicanti programmi dei partiti politici. Il merito di Ostrogorski fu di avere sistemata organicamente la materia, e di avere dimostrato che le degenerazioni del sistema dei partiti negli Stati Uniti non sono un fenomeno patologico temporaneo, bensì la logica conseguenza del sistema di governare a mezzo di partiti politici permanenti. Gli Stati Uniti sono, per così dire, il perfezionamento e la continuazione ideale nel tempo del sistema inglese dei due grandi partiti storici. Partito politico vuol dire caucus o comitato permanente. Comitato vuol dire organizzazione politica affidata a professionisti della politica, a workers, lavoratori stipendiati, che tengono salda insieme la macchina (machine) politica. Macchina elettorale e professionisti vuol dire sottomissione degli ideali del partito, dei bisogni degli elettori agli ideali e ai bisogni della classe dei lavoratori della politica.

 

 

Quanto più è salda l’organizzazione tanto meno è probabile che le voci degli elettori, che i bisogni veri dei cittadini riescano a farsi sentire. Il caucus, il comitato, uccide ogni indipendenza negli eletti, allontana dalla politica gli spiriti più nobili e generosi, fa deliberare le leggi più importanti non nelle solenni pubbliche assemblee ma nelle segrete conventicole dei dirigenti, fa scadere a poco a poco le qualità dei dirigenti stessi perché nei caucus le promozioni avvengono a favore di chi ha la più lunga anzianità, di chi sa meglio compiere il diuturno e sovente basso lavoro elettorale, di chi sottoscrive maggiori somme per la cassa del partito.

 

 

Il libro dell’Ostrogorski, sereno come il discorso di uno storico di Roma o di Bisanzio, è attraente come una pagina di vita vissuta. Noi vediamo, con dolore e con piacere insieme, che ai difetti della nostra classe politica disorganizzata si contrappongono difetti diversi, ma non meno gravi, della classe politica nei paesi di partito saldo e forte.

 

 

Come uscirne? L’Ostrogorski non ha una ricetta pronta. Ad una ad una egli critica le ricette altrui: l’allargamento del suffragio, lo scrutinio di lista, la rappresentanza degli interessi, la rappresentanza proporzionale; e per tutte dimostra come ben piccola ne sia la intrinseca attitudine a produrre il bene e ad evitare il male. Ai rimedi proposti dagli altri egli aggiunge uno suo: la sostituzione al sistema dei partiti permanenti e generici del sistema dei gruppi temporanei e specifici, costituiti volta volta per il raggiungimento di uno scopo; come le leghe per l’abolizione della schiavitù e per la liberazione dei Comuni dalle diverse Tammany Halls negli Stati Uniti, la lega per l’abolizione dei dazi sui cereali in Inghilterra.

 

 

Ma anche al suo rimedio come agli altri egli rimprovera di essere uno strumento meccanico, automatico, atto a secondare l’azione delle forze politiche preesistenti, non a crearle. Da sé il partito politico e le formulette rigeneranti sono più atte a produrre il male che il bene, poiché distruggono l’opinione pubblica vigile, addormentano le coscienze e le persuadono di avere adempiuto al proprio dovere quando hanno votato per la scheda manipolata dai comitati i quali, come in regime di divisione del lavoro in una fabbrica, si incaricano di tutto: approntare ed assortire idee, programmi, agitazioni, tutto, nulla lasciando all’attività autonoma, spontanea dell’elettore.

 

 

Abbasso la fedeltà al partito, esclama Ostrogorski, se non vogliamo cadere sotto la tirannia di comitati irresponsabili. La democrazia e le istituzioni parlamentari funzioneranno bene non dove e perché i partiti politici siano bene organizzati, ma dove la coltura politica sia diffusa, dove in un ambiente politico adatto sorgano i leaders naturali di classi politiche, indipendenti, forti, inspirate all’interesse generale.

 

 

Nessuna formula, nessuna ricetta può creare quel perfetto ordinamento politico che è il frutto soltanto di una rarissima combinazione di circostanze storiche, economiche, sociali, psicologiche, di una forte educazione dell’attività politica spontanea, di uno zelo ininterrotto per la cosa pubblica tra i non professionisti della politica.

 



[1] Oppure anche all’altro suo libro Eletto ed Elettori (Torino, Roux e C.). N. d. R.

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