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Minerva

Recensione – Salvatore Pugliese, Due secoli di vita agricola. Produzione e valore dei terreni, contratti agrari, salari e prezzi nel Vercellese nei secoli XVIII e XIX (Torino, 1908)

«Minerva», 30 maggio 1909, pp. 572-573

«Economic journal», giugno 1909, pp. 277-280

 

 

 

Rendendo conto, su queste colonne, del libro di Giuseppe Prato, su La vita economica in Piemonte a mezzo il secolo XVIII, segnalavo lietamente il rifiorire di seri studi di storia economica nel nostro paese. A brevissima distanza la letteratura economica italiana si è arricchita di un’altra opera, lungamente studiata, la quale fa grande onore alla serietà di ricerche con cui si intende oggi ad investigare la vita economica del passato. Anche stavolta l’indagine si riferisce al Piemonte, che diventa così senza dubbio la regione d’Italia le cui condizioni economiche dal 700 in poi siano meglio conosciute.

 

 

A differenza di quello del Prato, il quale era un quadro di tutto il Piemonte a mezzo il secolo XVIII, il volume del Pugliese abbraccia un più lungo periodo, dal 1700 al 1900, ma illustra una regione più ristretta: quella che suppergiù forma l’attuale circondario di Vercelli. Entro quei limiti, l’opera dell’A. è veramente esauriente. L’aspetto esterno del paese, la sua geografia e le sue condizioni territoriali, le vicende della popolazione, la divisione della proprietà, la produzione ed il prezzo dei terreni, i metodi di conduzione (enfiteusi, mezzadria, locazione, salariati fissi), le paghe di manovali fissi ed avventizi, le mercedi di donne, i cottimi e le mercedi degli artigiani, il bilancio attivo e passivo dei contadini, il prezzo dei cereali, i prezzi delle carni e del bestiame, del pollame, delle uova, della pescheria, dei latticini, dei grassi, del sale e dei coloniali, del vino, delle frutta e degli ortaggi, gli affitti delle case, i prezzi dei materiali da costruzione, dei mobili, degli attrezzi agricoli, ecc., ecc., tutti questi argomenti difficili sono illustrati con una ricchezza veramente ammirevole di dati sicuri, precisi, severamente vagliati, presentati con tutte quelle cautele e quelle limitazioni che si addicono agli scienziati seri.

 

 

Molti di coloro che manipolano dati di fatto, antichi e recenti, tratti dai polverosi archivi o dalle statistiche ufficiali nuovissime in materia economica, hanno un brutto vizio: di scegliere ad arte i dati e i fatti che ai ricercatori fanno più comodo, presentandoli sotto una luce spesso falsa e come una semplice riprova (nel maggior numero dei casi per nulla probante) di qualche teoria, vera o falsa non monta, che non ha bisogno di quei fatti per essere dimostrata vera, o che da cosiffatte storture non trae alcun giovamento. Il vizio, che è ancor diffusissimo tra gli economisti, va perdendosi tra gli statistici di professione, sottoposti, per virtù di insigni esempi di probità e severità scientifica, a una durissima e fortificante selezione.

 

 

Salvatore Pugliese ha applicato ai suoi dati storici il medesimo rigore di indagine di critica che è fortunatamente divenuto di moda tra gli statistici italiani che si occupano di dati recenti. Per scrivere questo volume, che è grosso solo tipograficamente, parco rispetto alla mole dei fatti raccolti e sistemati, egli ha vissuto per vent’anni tra gli archivi di Vercelli, ha fatto passare migliaia di filze e di documenti, trascritto, addizionato, convertito in monete, pesi e misure attuali un numero strabiliante di dati. Moltissimi ne ha scartati perché non sicuri o non significativi, ed ha conservato solo quelli che in modo indubbio avevano valore.

 

 

La scelta fu sempre fatta con criteri oggettivi, e non poteva essere fatta se non da chi, come egli, conoscesse a perfezione ogni villaggio, ogni frazione rurale e quasi ogni fondo del suo Vercellese. Molte cose interessantissime ci dice questo libro, che ci fa penetrare dentro nelle vicende di due secoli della vita dei proprietari, dei mezzadri, degli affittaioli, dei salariati fissi od avventizi di una delle plaghe risicole meglio coltivate del mondo. Non esiste in Italia alcun altro libro che dia, sia per un’ampia che per una limitata regione, serie così sicure di prezzi di salari, di affitti, dal 1700 in poi. A volerne citar qualcuna, si rimane imbarazzati nella scelta.

 

 

Allo studio della divisione della proprietà, ad es., il Pugliese apporta un contributo rilevante. Chi passa in ferrovia attraverso il Vercellese nel mese di maggio e vede quelle sterminate pianure ridotte a specchi d’acqua seminati a riso, in cui sono disseminate rare fattorie, è portato a ritenere che ivi domini esclusivamente il latifondo e che quello sia uno dei più caratteristici esempi di vittoria della grande sulla piccola proprietà a mano a mano che si accentua l’intensificarsi e l’industrializzarsi dell’agricoltura. Nulla di meno esatto. Il Pugliese ha paragonato la divisione della proprietà in 14 comuni comprendenti la quarta parte del territorio e rappresentativi delle diverse culture e condizioni del circondario, quale era a metà del 1700 e quale era nel 1905. La superficie censita crebbe da 66,369 a 70,942 giornate (1 giornata = 0.38 ettari), per l’appoderamento progressivo di più di metà dei pascoli e gerbidi comunali.

 

 

Su 1000 giornate censite di proprietà privata, la parte assorbita dalla proprietà grandissima, oltre 500 giornate, era del 260%. ed è ora del 174%.;ed i proprietari relativi sono diminuiti da 19 a 12. Fra 100 e 500 giornate (proprietà grande) il numero dei proprietari discende da 125 a 124 e la superficie dal 389 al 334 per mille. Fra 30 e 100 giornate (proprietà media) il numero dei proprietari cresce da 221 a 253 e la superficie dal 183 al 253 per mille. Fra 10 e 30 giornate (proprietà mediocre) il numero dei proprietari cresce da 358 a 475, e la superficie dal 92 al 111 per mille. Fra 5 e 10 giornate (proprietà piccola) il numero dei proprietari addirittura raddoppia, passando da 346 a 707, e la superficie del pari progredisce dal 37 al 70 per mille.

 

 

Fra 1 e 5 giornate (proprietà piccolissima) il numero dei proprietari passa da 909 a 2780 e la superficie dal 34 al 90%. del territorio totale. Per le proprietà minori di una giornata, ossia di 3800 metri quadrati (orti, giardini, piccoli appezzamenti annessi a case), il numero dei proprietari cresce da 703 a 3071 e la superficie dal 4 al 19 per mille.

 

 

Non è forse sintomatico che anche in una contrada dove la tecnica agricola è perfezionatissima, dove l’irrigazione non consente i frazionamenti eccessivi, la proprietà si sia divisa per modo da abbandonare il tipo delle troppo vaste proprietà, accentrandosi sempre più verso il tipo medio e moltiplicando i poderi minimi?

 

 

E i contadini come stavano una volta e come stanno ora? Nel 1701-905 il boaro guadagnava all’anno lire italiane attuali 318.90, spendeva per cose necessarie all’esistenza – pane, vestito, abitazione, illuminazione – L. 216.62; cosicché aveva un avanzo di L. 102.28 per acquistare derrate e servizi non assolutamente indispensabili. Nel 1901-905 lo stesso boaro guadagna L. 612.89, spende per le medesime cose indispensabili all’esistenza L. 363.75 ed ha un supero di L. 249.14. Il supero dei guadagni sul puramente necessario per vivere era del 47% due secoli or sono, ed è del 68% adesso. Tutto ciò è detto da me in breve, per la tirannia dello spazio; ma il Pugliese illustra queste cifre con una dovizia di osservazioni, di notizie, che maggiore non potrebbe desiderarsi. Il desiderio mio e di tutti coloro che leggeranno il volume è soltanto questo: che l’A. abbia a trovare imitatori in tutte le altre regioni d’Italia, cosicché un giorno alfine possa essere scritta la storia economica del nostro paese.

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