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La Riforma Sociale

Recensione – Schield Nicholson, War Finance

«La Riforma Sociale», luglio-agosto 1918, pp. 397-399

 

 

 

I. Schield Nicholson, War Finance – P.S. King and Son. Orchard House, Westminster London, 1917 (un volume di pagg. XXIV 480; prezzo 10 s. 6 d. net).

 

 

Il prof. Nicholson, l’insigne economista dell’Università di Edinburgh, dedica questo suo libro alla memoria dell’unico suo figlio Goffredo, luogotenente nel corpo degli aviatori inglesi, morto il 22 agosto 1917, nell’età di 23 anni, di ferite ricevute mentre il giorno prima volava sulle linee nemiche. La dolorosa dedica rende vieppiù caro al lettore questo volume in cui il N. raccoglie saggi ed articoli da lui pubblicati durante la guerra, per discutere scientificamente i problemi posti dalla guerra e recare il contributo della grande sua perizia nella dottrina e nella storia economica. Il volume è diviso in due parti: composta la prima di saggi che già avevano veduto la luce in riviste scientifiche, e la seconda di articoli pubblicati nel quotidiano Scotsman. Tra i primi rivediamo antiche conoscenze: il già celebre saggio sugli “aspetti statistici dell’inflazione”, letto il 19 giugno 1917 alla Società statistica di Londra, uno dei primi e pochi studi consacrato alla investigazione scientifica dei rapporti fra emissione (d’oro, di argento, di vaglia postali, di biglietti di cassa del tesoro, di assegni, di depositi) e variazioni nei prezzi, nei salari, nei profitti; quello sulla inflazione nella circolazione ed il rialzo dei prezzi, pubblicato sull’Economic Journal del dicembre 1917, in cui si chiariscono i significati del deprezzamento generico e del deprezzamento specifico della moneta e si legge una digressione importantissima sugli effetti delle due specie di deprezzamento della moneta sul commercio internazionale; i due studi storici, su un capitolo della vita di Giovanni Law, in cui il N., autore egli stesso di uno scritto sul celebre finanziere scozzese traeva partite dalla memoria presentata da Giuseppe Prato all’Accademia delle Scienza di Torino per discutere del problema dell’inflazionismo cartaceo, e sul commercio dopo guerre napoleoniche, in cui si utilizzano i dati e le notizie contenute nella grande opera di Tooke per fare un confronto tra le condizioni presenti e quelle di cento anni fà. Altri saggi si occupano del sistema del cambio aureo e delle sue applicazioni nell’India, del libro di Naumann sull’Europa centrale e di un’opera tedesca su Federico Libt, il grande precursore dell’idea imperiale tedesca. Gli articoli sullo Scotsman, brevi, chiari hanno per iscopo minare criticamente i problemi quotidiani della guerra. Il N. sa dire al lettore la parola della logica economica, ricordare precedenti storici, ammonire gli entusiasti ed i progettisti degli insuccessi di tentativi antichi analoghi ai moderni. Giova trascrivere le parole con cui l’A. espone le ragioni e lo spirito della sua collaborazione al grande giornale scozzese: “In un tempo in cui si udivano frequentemente lagnanze a causa della oppressione di una verace libertà di stampa, io ho apprezzato grandemente l’ospitalità senza vincoli di un giornale di prim’ordine. In compenso ho cercato di scrivere ispirandomi sempre al senso del dovere verso il Paese. Parecchi articoli furono riscritti cinque o sei volte per ottenere la combinazione più opportuna dell’imparzialità propria del giudice colla virtù di persuasione del pratico. Il mio principale intento fu di segnalare le conseguenze della politica adottata di fatto del governo. I pericoli pronosticati per la trascuranza di sperimentati principii economici si sono verificati anche troppo. La sola speranza di un vero cambiamento nella politica economica è riposta nella capacità di vedere gli errori del passato”. Sobrie parole, le quali scolpiscono il senso religioso del dovere con cui il N. adempie al compito di illuminare l’opinione pubblica del suo paese.

 

 

Il principale e più dannoso errore che il N. analizza e critica è quello dell’inflazionismo monetario. La più parte dei suoi saggi ed articoli sono dedicati a questo problema, che in Inghilterra come in Italia sta alla radice di tutti gli altri problemi economici e sociali della guerra. Anche qui amo citare dalla luminosa prefazione: “In verità, tutti i segni apparenti di forza finanziaria – l’aumento nel reddito nazionale, l’incremento nei salari e nei profitti, l’espansione delle spese pubbliche di ogni fatta -questi indici di prosperità, quando sieno correttamente interpretati, non sono indici di vigore e di forza, sibbene di debolezza.

 

 

Non è il colore acceso della salute, è vampa della febbre. Il vecchio nome per la vecchia malattia è inflazione. I suoi inizi, come in molte altre malattie, sono piacevoli, ma la fine, se non vi si pone freno in tempo, è l’anarchia industriale, come noi la vediamo in questi ultimi giorni in Russia. Una malattia non cessa di essere tale se la chiamiamo con altro nome … è più abile dire che essa è cagionata dalla spesa di denaro preso a prestito e che lo spendere i denari mutuati è il risultato necessario della guerra. Ma donde viene il denaro preso a prestito? Se non è vecchio denaro, deve essere denaro nuovo, fabbricato apposta per fronteggiare le spese della guerra. E così noi ritorniamo all’inflazione.

 

 

In altre parole un pubblico prestito può essere speso nelle più svariate specie di lavoro e di capitale soltanto dopo di essere polverizzato nelle differenti qualità, di circolazione: assegni per gli appaltatori, biglietti e monete d’argento per gli operai. Coloro che negano l’esistenza dell’inflazione devono spiegare in quale altro modo può ottenersi il denaro, ossia la potenza d’acquisto dello Stato. Se non si ottiene con le imposte, o con i risparmi ed economie effettive, o con la vendita di merci esportate o col reddito di investimenti esteri o con le altre risorse di pace, donde viene? … Un rialzo di prezzi realmente dovuto a scarsità, anche di cose necessarie, potrebbe essere tollerato come parte dei malanni della guerra. Un simigliante rialzo potrebbe essere benefico, se i salari non fossero accresciuti, perché renderebbe inevitabili economie generali. Quando il rialzo dei prezzi è universale o gli operai vedono (od affermano) che la fetta prima e più vistosa è appropriata dai venditori delle merci – siano fabbricanti o mercanti – essi gridano per ottenere la loro equa porzione. Quanto più forte è la lega operaia tanto più è rapido l’aumento nei salari. Solo dopo un lungo periodo di speranze deluse il rialzo si estende alle classi più deboli – più deboli economicamente – ai soldati ed ai marinai, ai vecchi pensionati e simili. Le vedove ed i fanciulli che vivono sulle assicurazioni messe insieme dagli sforzi diuturni dei padri e dei mariti soffrono perdite ulteriori per il ribasso nel valor capitale dei titoli in cui il patrimonio era stato investito. Il peggio si è che quella parte delle classi lavoratrici, la quale ottiene gli aumenti maggiori, è la più malcontenta. Essi chiedono sempre nuovi aumenti ben prima che le classi più deboli ottengano il più piccolo compenso. I prezzi crescenti dovuti all’inflazione monetaria si muovono in un circolo vizioso di malanni ognora più aspri: accresciute disuguaglianze sacrificio e accresciute disuguaglianze di incrementi non guadagnati. L’inflazione è una delle peggiori forme di imposizione indiretta. Questi sono i luoghi comuni della teoria economica confermati dalla storia finanziaria di ogni paese”.

 

 

Tutto il libro del N. è scritto in questo spirito. Egli ha il culto della verità ed ama veracemente il proprio paese. Non indulge alla rettorica, alle improvvisazioni, all’empirismo imperversante, più di prima, durante la guerra.

 

 

Se si aggiunge che egli, anche quando fa osservazioni fini ed originali, anche quando si inoltra in difficili indagini statistiche su terreno nuovo, non si dà l’aria di innovatore; se si osserva ancora che egli adopera un linguaggio piano ed una forma espositiva sobria e chiara, ho spiegato le ragioni per le quali il N. è un erede diretto dei classici inglesi della grande generazione della prima metà del secolo XIX. Come quelli, egli è lontanissimo dall’aridità ore che a torto si imputa loro. Egli vuole l’innalzamento delle masse; ma vuole che sia vera elevazione e non illusione od ignavia corruttrice. I rimedi dei cerretani non trovano grazia ai suoi occhi. C’è un articolo “Gluttony in War time” “la ghiottoneria in tempo di guerra” che meriterebbe di essere tradotto e largamente diffuso: “Non mancano gli argomenti; manca il coraggio morale in ogni insegnante, oratore e scrittore per dire al popolo che nelle odierne circostanze il mangiar troppo è un pericolo nazionale. I fautori della temperanza ricordino che l’eccesso nel bere è oggi solo mezzo il peccato di ghiottoneria e che appunto ora l’altra metà, l’eccesso nel mangiare, è più pericoloso. I propagandisti del risparmio di guerra dicano al popolo che il risparmio ora più necessario non è il risparmio del denaro, ma di cibo”. Verità ingrate, che è ufficio degli economisti di dire, quando i politici cercano in ogni modo di calmare, di acquetare, di palliare la dura realtà. Dir verità ingrate fu sempre ufficio degli economisti in pace ed in guerra. Perciò la loro missione, se non procaccia popolarità, è nobile e necessaria.

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