Recensione – Schipa, Il Regno di Napoli

Tratto da:

La Riforma Sociale

Data di pubblicazione: 01/06/1904

Recensione – Schipa, Il Regno di Napoli

«La Riforma Sociale», giugno 1904, pp. 494-496

 

 

 

Michelangelo Schipa, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone (Napoli, Luigi Pierro, editore, 1904. Un vol. di pagine XXXV-815. Prezzo L. 10).

 

 

Se uno volesse avere la prova della trasformazione che è avvenuta anche in Italia nel modo di narrare e concepire la storia non avrebbe che da leggere questo volume del quale ci occupiamo appunto perché, oltre alla storia politica e diplomatica, è fatta larghissima parte alla storia economica e sociale. Lo Schipa, uno dei più coscienziosi storici del mezzogiorno, ha ricevuto per il suo volume il premio quinquennale di lire quattromila dalla Regia Accademia delle scienze morali e politiche di Napoli; ma a questo ambitissimo premio i lettori aggiungeranno certo l’altro, non meno ambito, del compiacimento per l’istruzione ricavata da un libro dotto, ordinato, che mette in luce aspetti poco noti o male conosciuti della vita napoletana nella prima metà del secolo XVIII.

 

 

Delineiamone brevemente la struttura. La prima parte descrive l’azione del Governo, ed anzitutto del precedente Governo austriaco nel suo ordinamento politico, finanziario e giudiziario. Viene poi il Regno di Carlo di Borbone, di cui si tracciano le vicende, la venuta nel Regno, le relazioni esterne e la soggezione a Spagna nella prima parte dal 1734 al 1746; quindi il secondo periodo di governo indipendente da Spagna che va insino al 1759. Molte sono le cose che mette a posto lo Schipa in questa sua narrazione; la figura di Carlo di Borbone ne esce diminuita colla sua passione per la caccia e i divertimenti, colla sua sottomissione timorosa alla madre, colla debolezza dimostrata in tanti anni di suo governo. Ne esce diminuita anche la figura del Tanucci, poiché non a lui ma ad altri ministri spetta il merito di alcuni fra i migliori atti o meglio propositi del Governo del tempo.

 

 

La parte più interessante del libro per noi è però la seconda nella quale in successivi capitoli si tratta della società, dell’amministrazione, dell’economia e finanza, della giustizia, della struttura sociale, della gente civile del popolo e della cultura intellettuale. L’impressione che si ricava da questa lettura è che il Regno di Napoli fosse allora in condizione assai arretrata e che Carlo di Borbone assai poco abbia fatto per sollevarnelo. Citiamo alcuni fatti.

 

 

Dopo una Giunta del Commercio, il Re aveva con regio editto del 26 novembre 1739 istituito un “Supremo magistrato del commercio” allo scopo di proporre i provvedimenti per ravvivare le industrie, facilitare ogni traffico, liberarlo dagli ingombri della vecchia procedura, esercitare giurisdizione su tutte le controversie commerciali, accentrando e regolando l’azione dei vecchi e tardi Tribunali che esistevano. Ma nella sua azione riformatrice il nuovo Magistrato ebbe ad urtare fortissimi interessi esistenti, sicché nel 1746 le Piazze di Napoli (specie di amministrazione municipale formata in gran parte di nobili), richieste dal Re di un sussidio per la guerra in Lombardia, lo votarono, ma in cambio chiesero in grazia l’abolizione del Magistrato del commercio. E il Re debole, le contentò quasi del tutto.

 

 

Disordinatissimo era il bilancio dello Stato, tanto che, mentre sin dal 1736 a Venezia e dal 1717 in Piemonte si avevano dei bilanci modelli e completissimi, a Napoli il primo bilancio e “molto imperfetto”, dice l’A., lo si ebbe solo nel 1873. Ed in relazione a questo disordine, difettavano le entrate che nel 1748 non giungevano a tre milioni e mezzo di ducati al lordo e a due milioni e novecentomila al netto. Per rinsanguarle si volle bandire la formazione di un Catasto generale anche per togliere i metodi antichi di distribuire i balzelli in guisa da farli ricadere soltanto sulla minuta gente. Ma l’opera naufragò miseramente, ed alla partenza di Carlo quasi nessun effetto se ne era ritratto. Le disuguaglianze tributarie continuavano sicché, mentre le classi alte ebbero a pagare solamente pei redditi dei loro stabili o dei loro capitali, le classi umili pagarono il testatico pel padre di famiglia, la tassa delle industrie, ossia del lavoro manuale per le altre persone della casa, oltre alla tassa delle terre e dei capitali. Messe assai scarsa diede altresì l’altra grande riforma iniziata, quella del riscatto dei redditi dello Stato, che si erano venduti od arrendati a pessime condizioni per l’erario. Anche qui, dopo avere con grande apparato vinta la causa in giudizio contro gli arrendatari, il Governo di Carlo non seppe andare innanzi, e riscattò solo il dazio dei pesi e misure, l’arrendamento dei giuochi e quattro sui cinque arrendamenti del sale. Rimanevano altresì alla partenza di Carlo i vecchi errori e malanni monetari, coi ritagli, le falsificazioni e disordini nel cambio; poco frutto diedero i trattati di commercio, vani tentativi si fecero per coltivare le miniere di Calabria con operai fatti venire di Sassonia a spese dello Stato. Costosissime riuscirono le regie fabbriche di arazzi e porcellane, e pur furono le sole da cui si ottenne qualcosa, sebbene per uso soltanto della Corte.

 

 

Come nell’economia e nella finanza, altrettanto accadeva nelle altre parti della vita sociale napoletana, sicché non è ingiusto il giudizio che lo Schipa, concludendo, presenta dell’opera di Carlo: “Quando Carlo partì dal settentrione d’Italia, la compagine sociale da lui trovata rimaneva su per giù quale era stata, cogli stessi vizi e frodi in alto, con la stessa miseria, abiezione e brutalità in basso, più aggravata di tributi, più inceppata in ogni sorta di libertà. Venticinque anni sono ordinariamente assai poco nel cammino dei popoli, e il popolo del mezzogiorno d’Italia camminò assai poco sotto il trono del primo Borbone”. Giudizio severo, ma che non può non trovare consenzienti quanti hanno letto il bel libro dello Schipa ed hanno confrontato il quadro da lui esposto con i progressi che in quel torno di tempo si facevano in Piemonte sotto il Regno di Vittorio Amedeo e di Carlo Emanuele e con quelli maggiori che si preparavano in Lombardia e in Toscana.

 

 

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