Recensioni – dicembre 1937 (Riv. Stor. Eco.)
Tipologia : Paragrafi/Articoli
Data pubblicazione : 01/12/1937

Recensioni – dicembre 1937 (Riv. Stor. Eco.)

«Rivista di storia economica», dicembre 1937, pp. 372-373

 

 

 

Bibliography of the Collection of Books and Tracts on Commerce, Currency and Poor Law (1557 to 1763), formed by Joseph Massie (died 1784), transcribed from Lansdowne Manuscript mxlix with historical and Bibliografical Introduction by William A. Shaw. London, George Harding’s Bookshop Ltd. 1937. Un vol. in ottavo di pagg. quarantaduesime – 173. Prezzo 15 scellini.

 

 

The Economic Library of Jacob H. Hollander, Ph. D., professor of Political Economy in the Johns Hopkins University, compiled by Elsie A. G. Marsh. Privately printed, Baltimore. 1937. Un vol. in ottavo grande di pagg. undicesime – 324. s. i. p.

 

 

I due volumi contengono il più antico ed il più recente catalogo di biblioteche private messe insieme da economisti. Il professore Hollander, raccoglitore della più recente, rende così testimonianza di devota gratitudine al suo precursore: «da trent’anni in qua in parte mosso dalla fantasiosa ambizione di ”ricostruire” una grande collezione, ed in parte perché ci si può fidare di lui, sono sempre andato con ardore alla caccia dei libri citati nel catalogo di Massie».

 

 

Chi fosse codesto capostipite dei bibliografi e bibliofili economisti non si sa bene. Mercante in zucchero nelle Indie occidentali? Sembra di si, a vederlo infervorato nel discutere problemi zuccherieri e lamentarsi di sequestri di denaro per colpa di Francia. Pubblicista al servizio del governo? Forse, ma più nel suo desiderio che per effettivo incarico dei ministri del tempo. Il Shaw, curatore del catalogo, raccoglie in una preziosa introduzione tutte le notizie rintracciabili intorno al Massie ed elenca 23 scritti di lui, i quali vanno dal 1760 al 1765, con un’aggiunta di lettere inviate a giornali nel 1781 e ristampate, a quanto pare, subito, tre anni prima della morte accaduta nel 1784.

 

 

Di Massie sono ricordati ancor oggi tre opuscoli: – il primo scritto di lui (1750), che fu «on the governing causes of the natural rate of interest», ristampato dall’Hollander nei Reprints of Economic Tracts, al quale si attribuisce da taluno il vanto di aver preceduto Hume nel negare la correlazione fra quantità di moneta e saggio dell’interesse; – il secondo di Calculations of taxes for a family of each Rank (1756, seconda ed. 1761), seguito da una lettera polemica a Bourchier Cleeves «concerning his calculations of taxes» curioso saggio inteso a dimostrare che le imposte non assorbivano i due terzi del reddito, ma appena da uno a sette scellini circa per lira sterlina (dal 5 al 35 per cento), curioso come uno dei primi tentativi, che io mi conosca, compiuti per valutare il peso dell’imposta in funzione del variabile reddito dei contribuenti; – il terzo «a representation concerning the knowledge of Commerce as a National concern: pointing out the proper means of promoting such knowledge in this kingdom». Massie lo scrisse nella speranza, andata delusa, di essere impiegato dal governo a scrivere di storia e di teoria del commercio; ma il saggio è importante per la sua insistenza sulla necessità di far poggiare i ragionamenti teorici su una vasta base di notizie e di dati accuratamente raccolti e vagliati.

 

 

Come si vede, Massie è anche qualcosa come un precursore dell’economia induttiva, oggi ritornata in fiore. All’impresa dello scrivere sul commercio egli si era preparato raccogliendo gran numero di libri, opuscoli e fogli volanti, e compiacendosi nell’elencarli in un catalogo, giunto il 18 dicembre 1764 a 2.377 numeri. Che cosa sia accaduto ai libri di Massie, quando e da chi siano stati venduti, se in un blocco solo o se dispersi al vento di un’asta, non si sa. Si sa solo che il catalogo manoscritto dei libri Massie entrò a far parte della collezione del conte di Shelburne, poi marchese di Lansdowne e, all’epoca della vendita Lansdawne del 1806, passò col resto al British Museum. Il presente volume è la ristampa fedele del manoscritto Shelburne. Quando poté, il curatore sciolse le abbreviazioni, identificò gli anonimi, sostituì alle iniziali i nomi e cognomi per disteso. Dopo un primo elenco di libri senza data, la lista prosegue in ordine rigorosamente cronologico, dal 1557 al 1764; ma la consultazione è agevolata da un indice onomastico compilato dal Massie medesimo, con riferimento al numero d’ordine prefisso a ciascun titolo nel catalogo.

 

 

Lo stesso ordine cronologico ha voluto fosse seguito nella compilazione del catalogo della sua biblioteca il prof. Hollander. Quanto sia preziosa la collezione Hollander si può dedurre anche guardando solo alla distribuzione dei numeri di catalogo nel tempo: 1.566 vanno dal 1574 al 1750; 722 dal 1751 al 1797; 1.572 dal 1798 al 1936; in tutto 3.860 numeri; più per gli inizi della scienza che per l’epoca del suo fiorire. Non sono inclusi libri scritti dopo Marshall, salvoché quelli pubblicati dai colleghi della Johns Hopkins.

 

 

La biblioteca non si estende a tutti i campi dell’economia; e vuole sovratutto documentare il progresso della scienza. All’ordine cronologico è fatta eccezione, e neppur questa rigorosa, per i grandi nomi, per i quali si elencano tutte le opere di seguito al titolo del primo libro pubblicato dall’autore (Smith 1759, Malthus 1798, Ricardo 1809). Arricchisce il catalogo l’elenco dei ritratti, delle stampe e degli autografi di economisti o relativi ad economisti, con i quali l’Hollander adornò la sua collezione.

 

 

Un indice di nomi consente di rintracciare i titoli dei libri nel luogo ad essi cronologicamente assegnato. L’annuncio, che qui faccio, dei due cataloghi ha un duplice intento. Il primo di battere il chiodo sul concetto della dignità della bibliografia economica. Massie ed Hollander raccomandano il loro nome a scritti di marca; e basti citare per il secondo i due saggi su Ricardo. Se anche, tuttavia, la memoria di ogni altra cosa loro si perdesse e rimanessero i soli cataloghi, questi basterebbero a renderne il nome ricordato a lungo fra gli studiosi. Fra un secolo, fra due qualcuno certamente consulterà i cataloghi Massie ed Hollander per sapere se fu scritto un opuscolo e chi e quando lo scrisse. Quanta teoria è altrettanto sicura di sfidare l’oblio dei posteri? In secondo luogo desidero insistere sul vantaggio che ci sarebbe nel fare per l’Italia quel che Massie, Foxwell, Seligman ed Hollander fecero per l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Parte notabile delle collezioni ora ricordate si compone di fogli volanti, piccoli opuscoli, manifesti, editti e simili. Tutta roba che la mancanza di legatura, l’usura del tempo, l’ignoranza e l’incuria disperdono. Gli storici politici e gli eruditi apprezzano grandemente siffatto materiale, ma da punti di vista diversi dal nostro.

 

 

Può darsi che in Italia viva qualcuno, non sfornito di mezzi e di ozi, il quale non abbia desiderio o fretta di far carriera; o sia in cerca di una qualche occupazione per le horae subsecivae. Invece di riempirsi la casa di libri che non leggerà, si decida a far collezione di fogli volanti economici. Da qui a trent’anni stamperà un catalogo destinato a cose italiane, che farà per i secoli ricordato il suo nome con gratitudine e rispetto.

 

 

Naturalmente il suo catalogo dovrà essere stampato con la stessa dignità tipografica con la quale George A. Wheeler direttore della casa Harding volle pubblicato il catalogo Massie e, più suntuosamente, l’Hollander volle fosse stampato per privata circolazione il suo.

 

 

Nuova collana di economisti stranieri ed italiani, diretta da Giuseppe Bottai e Celestino Arena. Torino, Unione Tip. Ed. Torinese. Terzo vol. – Storia Economica, a cura di Gino Luzzatto, 1936. Un vol. in ottavo di pagine quarantottesime – 899, prezzo lire 90. Ottavo vol. – Mercato monetario, a cura di Giuseppe Ugo Papi, 1935. Un vol. in ottavo di pagg. quarantatresime – 815, prezzo lire 80. Undicesimo vol. – Lavoro, a cura di Celestino Arena, 1936. Un vol. in ottavo di pagg. sessantasettesime – 931, prezzo lire 90.

 

 

Anche il volume curato dal Luzzatto è, come gli altri della Nuova collana, un eccellente strumento di studio offerto agli italiani desiderosi di apprendere dalla parola di veri maestri il contenuto della scienza pura od applicata o della storia delle teorie e dei fatti. Poiché in questo volume, sia pure di fitte 900 pagine in ottavo grande, destinato alla storia dei fatti non si poteva far star tutto, il Luzzatto ha preferito si leggesse storia di indirizzi di economia operante e cioè di politica economica. Una sola eccezione: i tre saggi più significativi contenuti nella celebre raccolta di conferenze pubblicata nel 1893 da Karl Bucher, col titolo Die Entstehung der Volkswirtschaft. I saggi son quelli su L’origine dell’economia politica, su Lo stato economico primitivo e su L’economia dei popoli allo stato di natura; e furono scelti per il fervore di consensi e più di contrasti che essi seppero suscitare. Forse pochi credono oggi che la storia della organizzazione economica della società si sia svolta di fatto nelle tre successive fasi della economia domestica, della economia cittadina e di quella nazionale.

 

 

Come osserva nella sua efficace introduzione il Luzzatto, né l’economia domestica chiusa (suppergiù sinonimo di economia naturale o curtense) dominò sola nell’età antica ed in quella medievale; né l’economia cittadina sempre intese nei momenti di sua maggior fioritura a provvedere solo ai bisogni proprii e della campagna circostante; né l’economia nazionale può intendersi avulsa dall’influenza dei traffici internazionali; e l’una fase talvolta si sovrappose all’altra o la precedette, senza un ordine uniforme. Lo schema storico del Bucher è utile sovratutto come schema teorico; giova a fermare taluni tratti comuni degli avvenimenti ed a riconoscersi nel groviglio dei fatti. Se lo studioso ricorda che, nonostante ogni schema, i fatti, e certi fatti capitano una volta sola e più non si riproducono, i saggi del Bucher gli gioveranno assai ad orientarvisi.

 

 

Degli altri saggi, due, quelli di List e di Keynes, sono documenti di lotta. Con Il sistema nazionale dell’economia politica – di cui qui si omettono per ragione di spazio e senza danno, il primo libro, che era di storia approssimativa e l’ultimo (quinto) di politica contingente – Federico List pubblicò nel 1841 il gran manifesto del nazionalismo economico. Pochi hanno letto il Manifesto del partito comunista di Carlo Marx del 1848 – vedilo nel dodicesimo vol. della Collana, nella traduzione curata dal compianto Michels -; pochissimi il Manifesto di List.

 

 

Eppure le leghe doganali che unificarono la nazione germanica nella prima metà dell’800, o la cui idea preparò la unificazione italiana; il protezionismo bismarkiano dell’ultimo terzo del secolo passato; l’idea imperiale britannica di Chamberlain, culminante nel patto di Ottawa, il nazionalismo del dopo guerra e l’autarcismo odierno discendono tutti da questo gran libro, in cui la scienza economica ha ben poca parte e moltissima parte hanno invece l’aspirazione verso la indipendenza e la libertà politica dei popoli tedeschi, l’ammirazione ed insieme il senso di rivalità verso la Gran Bretagna, l’ansia di potenza e di ricchezza del germanesimo. Il List ama la libertà e vuole che i popoli mirino ad essa come alla loro meta finale; ma crede che, per giungere alla loro maggiore perfezione, essi debbano rassegnarsi al sacrificio temporaneo di rinunciare ad acquistare i prodotti industriali là dove si potrebbero ottenere al massimo buon mercato, pur di imparare, producendoli in casa, a svolgere tutte le loro forze produttive. Non chiediamo a List di indicarci le condizioni, di fina e rara attuazione, necessarie a svolgere così le forze produttive paesane; contentiamoci di leggere in lui l’apologia splendente di un programma ahimè! tanto difficile ad attuarsi senza degenerare nella bruta sopraffazione dell’interesse generale da parte di prepotenti interessi particolari.

 

 

Dubito che i due brevi saggi di J. M. Keynes su La fine del laissez faire e L’autarchia economica acquistino mai, al par di quelli di Marx e di List, valore storico di «Manifesto». Il Keynes ha l’ambizione di giudicare gli avvenimenti britannici da qualche gradino più in su o da qualche passo innanzi rispetto ai suoi contemporanei e specialmente rispetto agli inglesi appartenenti alle classi dirigenti ed insegnanti; epperciò lo vedemmo nel 1926 fautore dell’intervento dello stato nelle cose economiche e delle imprese semi – pubbliche e nel 1933 paladino di un certo grado di isolamento economico degli stati; così come oggi è contrario al ritorno all’oro e favorevole alla moneta regolata.

 

 

Spirito fino, bel ragionatore, scrittore magnifico, il Keynes detesta quel che è opinione accettata pacifica tradizionale. Poiché l’intervento dello stato nelle faccende economiche e la moneta regolata stanno diventando ogni giorno più opinione comunemente accettata da tutti, prevedo che vedremo ben presto Keynes sostenere la tesi del ritorno all’oro, dell’abolizione dei controlli sui movimenti di capitali, di merci e di uomini e dell’iniziativa privata contro le imprese pubbliche. Quando lo farà, la sua erudizione fina e peregrina, il suo ragionamento sottile e sorprendente staranno tanto lontani dalle piatte apologie del liberismo un tempo correnti, come oggi i suoi saggi regolamentaristici e autarcistici sono lontanissimi dall’indotto analfabetismo di cui dan purtroppo prova i pubblicisti quotidiani in materia. I lettori della Collana sono sicuri di trovare nelle pagine del Keynes la esposizione più ingegnosa e raffinata che immaginar si possa di quella qualunque tesi egli, con pieno provvisorio convincimento, sostenga in un dato momento.

 

 

Jacopo Mazzei contribuisce al volume uno «schema di una storia della politica economica internazionale nel pensiero dei secoli diciassettesimo, diciottesimo e diciannovesimo»; schema, perché non è, per l’autore, costruzione compiuta, ma quasi progetto di una costruzione; e schema di storia di politica economica internazionale, perché ristretta, nei limiti del possibile, a studiare le idee dei mercantilisti, dei fisiocrati e degli economisti (Smith, Ricardo e seguaci) in materia di commercio internazionale ad esclusione della politica economica interna. Lo schema è eccellente dal punto di vista didattico; ché le diverse correnti di pensiero sono discusse sistematicamente, ogni tesi o sistema, anche con avvedimenti esteriori di numeri e lettere dell’alfabeto – nei suoi concetti e subconcetti, elencando le condizioni e le conseguenze di ogni concetto; e confrontando queste con le analoghe condizioni e conseguenze delle tesi opposte. Il metodo è forse faticoso per lo studente; ma lo obbliga a riflettere ed a rendersi ragione di quel che legge.

 

 

Siccome non faccio molta stima della storia imparziale non muovo appunto al Mazzei se il suo schema dà una impressione, austeramente contenuta, di simpatia per il neo – mercantilismo oggi di moda. Il suo schema è diverso da quello che avrebbe potuto scrivere un liberista alla Cobden od alla Bastiat, od anche, per salir più alto, alla Cavour (in De la question relative a la legislation anglaise sur le commerce des cereales) e probabilmente diverso da quello che redigerebbero economisti, come Viner o Ropke o Bresciani (cito solo nomi di studiosi che hanno fatto le loro prove nello scrivere storie di politica economica) ai quali si sarebbe imbarazzato ad attribuire una etichetta, fuor di quella di economisti senza aggettivi. Il pezzo forte del volume, dal punto di vista storico, è la traduzione in quasi 400 pagine di notevole parte (4 capitoli su 8 della prima parte, 2 su 2 della seconda, 1 su 4 della terza e le intiere quarta e quinta parte) dell’opera fondamentale su Il mercantilismo dello svedese Eli F. Heckscher.

 

 

Nessuno il quale voglia sapere che cosa realmente sia stato il mercantilismo, come sistema di politica economica dei grandi stati unitari europei fra il cinque e il settecento può esimersi dal leggere la grande opera dello Heckscher. La quale, pur essendo ricamata intorno all’idea che del mercantilismo divulgò Adamo Smith, – mercantilismo concepito uguale a metodo per crescere la massa d’oro e d’argento attraverso al protezionismo doganale – la integra dimostrando che l’arricchimento in oro e in argento a sua volta era un mero strumento per crescere la potenza economica del paese e per eccitare, coll’aumento dei prezzi, l’incremento della produzione e degli affari.

 

 

L’Heckscher è uno storico serio, epperciò non crea contrapposti fantastici, come quelli nei quali si compiace il romanziere Sombart, fra l’attivismo e l’idealismo del pensiero mercantilistico e il passivismo e il materialismo del pensiero economistico. Non direi che egli giunga alla precisione serrata di interpretazione che è caratteristica del saggio di Viner sui mercantilisti inglesi; ma dico che il suo è libro di rara dottrina ed è guida sicura nello studio della politica economica quale dominò incontrastata in Europa tra il ‘500 e l”800; di cui i fisiocrati, Adamo Smith e Ricardo distrussero definitivamente le fondamenta dottrinali economiche; ma ciononostante, per la scarsissima influenza del fattore economico razionale nella storia, continuò, con poche e non durevoli eccezioni, ad informare la legislazione degli stati moderni e probabilmente informerà quella del domani.

 

 

Gli altri due volumi della Collana sono dedicati l’uno al lavoro e l’altro al mercato monetario. Essi contengono assai minore trattato storico – e ciò mi induce a restringermi a breve cenno -; ma non per questo la materia di essi è meno notabile. L’ottavo volume, curato da G. U. Papi è dedicato al mercato monetario. Monografie memorande lo compongono, come quelle di Knut Wicksell su l’«interesse bancario come regolatore dei prezzi delle merci», di Ludwig Mises su «la stabilizzazione del potere d’acquisto della moneta e la politica della congiuntura», di E. W. Kemmerer su «gli alti prezzi e la deflazione», di A. A. Young su «la struttura e i metodi del sistema della riserva federale», di T. E. Gregory su «il primo anno del Gold standard», di D. H. Robertson su «la moneta», di R. A. Lehfeldt su «l’oro, i prezzi ed il Witwatersrand», di F. Hayek su «le vicende della valuta aurea», di J. Fisher su «la teoria della grande depressione basata sui debiti e sulla deflazione». Il prof. Papi dà al volume uno studio, appositamente compilato con precisa informazione, intorno a «la politica della Banca dei regolamenti internazionali».

 

 

Di Paul Einzig, non di quello che oggi, parmi, si è mutato in pseudo novelliere economico – dico «pseudo» per non denigrare coloro i quali, come Miss Martineau, scrissero romanzetti ingenui di propaganda delle verità economiche – ma di quel che un tempo seriamente scriveva di cose monetarie, sono pubblicate due istruttive monografie su «i movimenti internazionali dell’oro» e su «la Banca dei regolamenti internazionali». Marco Fanno dettò quella che egli chiama «introduzione» al volume ed a primo aspetto sembra una mera esposizione del contenuto di esso. In realtà il Fanno, prendendo le mosse dagli scritti ripubblicati nel volume, ricostruisce ed analizza da maestro i problemi fondamentali in quelli trattati.

 

 

Perciò il lettore, prima di leggere, mediti a lungo sulle pagine dell’introduzione; e poi legga il testo. Se, nonostante i magnifici strumenti di studio offerti in questo volume della collana, seguiteranno in Italia a dirsi ed a scriversi, come del resto in ogni paese del mondo, su banche e moneta più spropositi che parole, la colpa non sarà di Bottai e di Arena, che meglio di quel che fecero non potevano fare per rendere la Collana indispensabile a chi, prima di parlare e scrivere, voglia sapere che cosa veramente siano moneta, oro, interessi, deflazione, inflazione e simili.

 

 

Si può, del pari, sperare che quanti discorrono di problemi del lavoro, abbiano la pazienza di meditare sul volume che intorno ai problemi del lavoro egregiamente raccolse ed illustrò Arena? Si ritrovano vecchie conoscenze: l’opera di T. N. Carver su «la distribuzione della ricchezza» del 1904; quella ancor più remota di W. S. Jevons su «lo stato in relazione al lavoro» del 1882; il capitolo su «le leghe operaie» scritta da Marshall primamente nel 1879 e riveduta ogni volta per le successive edizioni di The Economics of Industry; l’appendice alla «storia del trade – unionismo» (1894) dei coniugi Webb già pubblicata, insieme con la parte teorica detta «la democrazia industriale», nei volumi dal sesto all’ottavo della quinta serie della Biblioteca dell’economista; – ma l’appendice del 1920 non aveva potuto trovar luogo nella «Biblioteca», epperciò integra magnificamente quelle due opere classiche -; due brevi scritti di George Sorel, (del 1905 e del 1918) senza importanza per la teoria economica, ma psicologicamente e politicamente suggestivi. Vecchie conoscenze; ma conoscenze che le nuove generazioni debbono fare o rinnovare, anche se poi si vorranno abbeverare a fonti più moderne; di cui nel volume sono offerti quattro saggi: Forza o legge economica? di Eugenio von Bohn – Bawerk (1914) – La teoria dei salari di J. R. Hicks (1932); Il monopolio del lavoro di F. Zeuthen; e Le leggi del salario di H. L. Moore; scritti tutti, chi per un verso e chi per l’altro, degni di studio meditato da chi sia chiamato, come sono ogni giorno gli addetti ai sindacati e loro federazioni, a risolvere problemi di contratti collettivi di lavoro, di regolamenti di salari, di disoccupazione.

 

 

Carteggio di Pietro ed Alessandro Verri dall’1 gennaio 1776 al 31 marzo 1777, a cura di Alessandro Giulini e Giovanni Seregni, Ottavo vol.. Milano, A. Milesi e figli, 1934. Un vol. in ottavo di pagg. 299. Prezzo L. 33.

 

 

Adorno di un bel ritratto del padre Gabriele, di un indice onomastico diligentissimo, di notizie sui personaggi ricordati nel carteggio, di richiami interni, vien fuori questo ottavo volume del carteggio tra i due fratelli Verri. Morto uno dei due primi curatori, il sen. Emanuele Greppi, il conte Alessandro Giulini si assicurò la collaborazione del prof. Giovanni Seregni, al quale a partire da questo volume è affidata la redazione delle note.

 

 

Nel volume sono ricordati nomi, famosi od ignoti, di economisti e di finanzieri: Gian Rinaldo Carli, Cesare Beccaria, il marchese Carpani, il conte Antonio Greppi, Louis Sebastien Mercier, Don Filippo Muttoni Visconti; ma in sostanza l’interesse alla scienza economica non vien fuori nelle lettere di questo periodo. I due fratelli si occupano di politica, di fisica, di numismatica, di costumi e di avvenimenti locali. Qua e là, affiora il ricorda di uomini, il cui commercio spirituale li aveva un tempo interessati.

 

 

L’animosità verso antichi amici è sempre viva; contro il Carli e contro il Beccaria sono numerose le frecciate, «Di lui» – scrive Alessandro di Cesare Beccaria il 31 luglio del 1776 – «non si parla più: è stato un momento brillante succeduto da un gran vuoto; transivit et ecce non erat». Pietro lamenta (9 ottobre 1776) i tempi andati, in cui gli amici dell’Accademia dei Pugni crearono il «Caffè»: «nelle reclute che vanno entrando nella società stiamo malissimo; non v’è un solo che mostri ingegno e scorgo una insensibile sguaiataggine per base dei caratteri comuni; passeranno dei secoli prima che si raduna una nuova compagnia come l’Accademia dei Pugni». Nonostante le quali lodi agli amici della giovinezza egli non sa tenersi dall’inserire nella stessa lettera una delle solite malignità contro il più famoso dei superstiti di quel cenacolo: «In Beccaria non troveresti più niente che ecceda i limiti volgari; io mi meraviglio come abbia potuto cucire insieme il libro Dei delitti e delle pene, di cui le idee erano più quelle dei suoi amici che non le sue» – A tanti anni di distanza i Verri sentono ancora pungente la invidia della fama mondiale conquistata da Beccaria con quel libretto, fama tanto maggiore di quella locale ed ancor oggi meramente italiana ad essi toccata. Non avevano torto in tutto; ché l’economista Pietro Verri si eleva ben più alto dello scialbo insignificante Beccaria, al quale pure era stata data una delle prime cattedre economiche sorte in Italia.

 

 

Nei suoi otto (in realtà nove, essendo il primo diviso in due parti) volumi, il carteggio dei due fratelli Verri è un documento prezioso, oltreché per la storia politica e per quella della cultura in generale, anche per la storia delle teorie e dei fatti economici. Così, invece che pochissimi, fossero molti i carteggi ed i diarii italiani di economisti veri o falsi, ortodossi ed eretici, liberali e socialisti. Quanto più viva ed efficace storia di fatti e di idee si potrebbe scrivere!

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