Recensioni – Giugno 1942 (Riv. Stor. Eco)

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/06/1942

Recensioni – Giugno 1942 (Riv. Stor. Eco)

«Rivista di storia economica», giugno 1942, pp. 91-93

 

 

 

Carlo Ruini, La politica agraria britannica, Ramo editoriale agricoltori, Roma, 1941. Un vol. in 8°di p. 228. Prezzo L. 15

 

 

Silvio Bacchi Andreoli, La politica agraria inglese (1930-1939), Ed. R. Università di Trieste, Trieste,1941. Un vol. in 8°di pp. 142. S. i. p.

 

 

Sono due libri di giovani e sono usciti a distanza di pochi mesi. Il primo è la tesi con la quale il Ruini, vincitore d’una borsa di perfezionamento, ha ottenuto nel 1939 il grado di master of commerce nell’ Università di Birmingham sopra un tema che i docenti gli avevano assegnato per avere il giudizio di uno straniero; constatando poi che egli non aveva «misconosciuta la verità delle cose». Pur facendo rilievi sui «punti neri» dell’agricoltura britannica d’oggi, il Ruini li esamina con obbiettività scientifica, giovandosi, oltreché di una larga bibliografia, d’inchieste personali presso economisti ed aziende.

 

 

Ritenendo che chi vuol rendersi conto dei problemi dell’attuale struttura agraria non può trascurarne la struttura storica, il Ruini se ne occupa in una prima parte del libro; e risalendo fino alle «chiusure» spiega come l’Inghilterra sia giunta all’epoca dell’high farming (studiato con tanta vivezza da Cattaneo e Lavergne) diventando, con la Lombardia e la Fiandra, una delle «tre regioni del l’agricoltura»; e come si siano poi determinate quelle trasformazioni e crisi, alla fine del secolo scorso, che vennero esaminate dall’ Einaudi nella sua tesi di laurea.

 

 

Riallacciandosi alla tradizione italiana in questi studi, il Ruini continua con i problemi agricoli della passata guerra e del successivo dopoguerra; passa in rassegna nel secondo punto del libro la più recente politica di interventi da parte dello stato. Intervento d’ordine vario e complesso; che il Ruini considera anche per ciò che concerne la fase della produzione; e tratta – oltreché delle bonifiche e dei drenaggi di antica tradizione in Granbrettagna – della legislazione nel riguardo dei fattori dell’azienda agricola, toccando tra l’altro i problemi dei rapporti tra proprietari e fittaioli; ragioni per cui fallirono i tentativi di creare piccoli poderi (small holdings); il trattamento e le condizioni di vita dei lavoratoli rurali ecc.

 

 

Il Ruini analizza poi, nel loro profilo di organizzazione di mercato e di regolazione dei prezzi, gli interventi dello stato nei più importanti gruppi di prodotti agrari. Dopo averne illustrato i congegni, conclude nel senso che: a) quelli pel frumento hanno raggiunto con un’organizzazione poco pesante, il loro scopo che era di non far diminuire la produzione preesistente e di combinarla con l’importazione dall’estero, per non far salire troppo i prezzi e per tener conto dei rapporti di scambio coi dominii; b) la assai costosa politica di sussidio per la bietola da zucchero non è riuscita a produrre che un quarto del fabbisogno nazionale; c) i provvedimenti per i piani di organizzazione dei mercati (marketing schemes) che avevano sollevato tante aspettative, sono stati applicati solo a qualche genere (luppolo da birra, suini da bacon, patate pel consumo umano, latte) ed hanno dato luogo ad inconvenienti ed a modificazioni, che erano in corso al momento in cui scoppiò la guerra.

 

 

Il Ruini, che rinvia ad un altro studio la comparazione e la tipologia delle moderne politiche agrarie, giudica l’inglese un’economia regolata che si spinge abbastanza avanti nelle forme e nei gradi di intervento, ma senza coordinamento unitario e senza indirizzo programmatico.

 

 

Né tale politica cerca di modificare quelli che Pantaleoni chiamava gli «assi strutturali» della produzione; anzi ha intenti piuttosto conservativi, e mira ad impedire ulteriori diminuzioni, più che ad accrescere l’importanza dell’agricoltura nel quadro dell’economia britannica.

 

 

Nella terza parte che è di «prospettive e conclusioni» il Ruini constata che l’agricoltura inglese non è più «il salvadanaro» di cui parlava Smith; e che l’Inghilterra, pei suoi interessi commerciali e per vincoli coi dominii, non si avvierà nei tentativi di un’anarchia alimentare, accontentandoti, come dice De Maria, di un’autarchia di «approvvigionamento». Le sarebbe però possibile una politica agraria, se non più intensiva, meglio coordinata, che cercasse non solo di impedire ulteriori regressi, ma di sviluppare l’agricoltura, e ciò specialmente per la zootecnica, ed i «cibi verdi». Particolare cura merita il fenomeno della degradazione del terreno arato a pascolo estensivo, che i provvedimenti presi finora non sono riusciti ad arrestare, e che fanno sì che in un paese denso di popolazione e di capitali il fattore produttivo che vi e più raro, la terra, sia insufficientemente utilizzato. Gli stessi inglesi riconoscono che i valori della ruralità sono indeboliti, e ciò ha riflessi non solo economici, ma eticopolitici.

 

 

Il libro del Bacchi Andreoli ha un’impostazione diversa dall’altro, in quanto vuole studiare la politica agraria in un determinato e più recente periodo (dal 1930 al 1939), ed è condotto soprattutto sulla documentatone delle leggi, dei rapporti e delle statistiche pubblicate al riguardo.

 

 

Accenna rapidamente, in un primo capitolo all’ evoluzione mondiale che, con l’industrializzazione di altri paesi e col superamento della divisione internazionale del lavoro, influisce sullo stato attuale della economia inglese. La politica agraria dell’Inghilterra, sorta con carattere di emergenza, sarebbe però, secondo il Bacchi, diretta non solo ad impedire diminuzioni ma ad accrescere I’autosufficienza alimentare del paese. Gli ostacoli non sono solo nelle condizioni del suolo che il Bacchi tende a considerare poco favorevoli all’agricoltura (mentre il Ruini le ritiene abbastanza buone, specialmente dal punto di vista dell’acqua,e collaudate da grandi risultati del passato). Gli ostacoli sono anche nell’alto grado di industrializzazione e nella mancanza di mano d’opera, nonché nella necessità delle esportazioni e del ravvicinamento coi paesi dell’impero. L’indice della produzione agraria lorda sarebbe lievemente aumentato dal 1925 al 1931; e poi più sensibilmente dal 1931 al 1937. Per la produzione agricola netta, e cioè la produzione meno le materie prime agricole importate, non è possibile una valutazione esatta; ma e da ritenersi che sia diminuita.

 

 

La politica agraria inglese si svolgerebbe secondo tre grandi linee: a) organizzazione volontaria dei produttori; b) concessione di sussidi; c) controllo delle importazioni. Pei sussidi, quelli per lo zucchero non hanno dato grandi effetti; mentre quelli granari hanno dato in complesso soddisfacente risultato, anche se non tutti gli scopi che si proponevano vennero raggiunti.

 

 

Dopo aver esaminato in generale le condizioni ed i sussidi per l’industria dell’allevamento, il Bacchi studia l’organizzazione volontaria degli agricoltori (volontaria nel senso che per applicare ad un settore il piano di organizzazione del mercato occorre l’assenso della maggioranza dei produttori; dopo di che il consiglio [board] agisce con forme coattive). Il Bacchi giudica buoni i risultati per il luppolo, sebbene con disuguaglianze di vantaggi tra i produttori; non ritiene possibile per il breve tempo di applicazione, dar un giudizio sugli effetti della regolamentazione delle patate; e mostra il fallimento dei primi sistemi adottati pel bacon (salvo per l’Irlanda); e per il latte.

 

 

Mentre il Ruini si attiene ai dati principali ed al coordinamento dei vari rami nel quadro economico generale, il Bacchi dà notizie più particolareggiate dei singoli provvedimenti. E conduce nell’ultimo capitolo un dettagliato esame delle misure doganali protettive e degli accordi di Ottavia. Così i due libri si vengono ad integrare, essendo quello del Bacchi lo studio più specifico di un momento della politica agraria inglese, di cui il Ruini traccia il quadro complessivo.

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