Recensioni – Marzo 1940 (Riv. Stor. Eco.)

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Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/03/1940

Recensioni – Marzo 1940 (Riv. Stor. Eco.)

«Rivista di storia economica», V, n. 1, marzo 1940, pp. 52-54, 59-61 e 63-66

 

 

 

I. H. Clapham: “An Economic History of Modern Britain. Machines and National Rivalries” (1887 – 1914), with an Epilogue (1914 – 1929). Cambridge University Press, Bentley House, 211 Euston Road, London, N. W. I. 1938. Un vol. in ottavo, XlV – 577 pp. Prezzo 25s. net.

 

 

Quando il Clapham pubblicò nel 1926 il primo volume della sua storia economica moderna della Gran Bretagna (“La prima età ferroviaria 1820-1850; il secondo volume fu consacrato all’”Età del libero scambio e dell’acciaio 1850-1886”) sperava di poter condurre la narrazione sino al 1914, con un’appendice per il decennio 1914-924. La speranza si è ora avverata ed al di là, poiché l’appendice conduce la narrazione sino al 1929, ossia all’inizio di quella “grande depressione” dalla quale potrà acconciamente iniziarsi un nuovo futuro volume, il quale fra qualche decennio studi alla dovuta lontananza i fatti contemporanei. Per ora l’epilogo intorno al tempo dal 1914 al 1929 tiene un luogo modesto nel volume: 44 pagine finali, contro alle 507 della storia propriamente detta per il tempo dal 1887 al 1914.

 

 

Questo è stato caratterizzato, come dice il titolo stesso del volume, dal crescere delle rivalità nazionali. La situazione dominante dell’Inghilterra già scrollata dopo il 1870, venne messa a sempre più dura prova nel trentennio precedente alla grande guerra. In epigrafe al volume, l’A. fra le altre ricorda due sentenze: l’una è dell’”Economist” in data 8 marzo del 1851: “La superiorità degli Stati Uniti sull’Inghilterra è in definitiva così certa come il prossimo eclisse”; l’altra è in una lettera, datata intorno al 1900, di un industriale tedesco al generale von Stein: “Se noi avremo ancora cent’anni di pace, noi riusciremo ad ammazzare l’Inghilterra”.

 

 

Nessuno può prevedere in quali relazioni di potenza economica si troveranno Stati Uniti, Inghilterra e Germania alla fine della guerra presente. Se ci limitiamo a guardare, come è compito degli studiosi di storia, ai fatti passati, si può constatare che le profezie del 1850 e del 1900 non avevano avuto fino a ieri riscontro adeguato nella realtà. Meraviglioso il progresso economico sia degli Stati Uniti come della Germania; ma assai incerto l’avvenire nell’uno e nell’altro paese. Negli Stati Uniti si poneva nel 1914 angoscioso il problema del “New Frontier”. Dopo due secoli di conquiste rapide di una popolazione crescente che muoveva all’assalto e allo sfruttamento di sempre nuove terre, nuove miniere e nuove risorse naturali gli americani dovevano per la prima volta affrontare una situazione nuova: non più terre deserte da appoderare, ma terre esaurite da ricostruire; non più avventure nell’ignoto della natura, ma lavoro serio e faticoso per riuscire a continuare ad innalzare gli uomini nel territorio non più estensibile, entro confini fissi e noti. Gli americani, riusciranno nella prova; ma, frattanto, il tempo dal 1929 al 1939 può essere detto dello smarrimento morale ed intellettuale di fronte al nuovissimo compito. Un problema somigliante angustia la Germania contemporanea. Per ben due volte, nel 1914 e nel 1939, la classe dirigente tedesca, persuasa che al popolo tedesco non è bastevole la terra tedesca, tentò di allargarne i confini, in omaggio alla teoria della Mitteleuropa o dell’impero medio europeo nel 1914 ed a quella del Lebensraum, o dello spazio vitale, nel 1938. Indizio, comunque volgano le cose, del prevalere dell’idea che solo un rivolgimento profondo, sia nell’organizzazione politico-sociale della Germania all’interno, sia nei rapporti del nuovo organismo con gli stati confinanti, possa condurre a nuova grandezza la patria tedesca. Non così in Inghilterra. Qui nulla muta nel mondo delle idee ed in quello dei fatti. Parlando di Asquith, primo ministro nel 1914, Filippo Snowden poté dire: “circa quel tempo, egli diede una definizione del liberalismo, la quale poteva essere considerata un eccellente compendio della sostanza del socialismo moderno”; ed il Clapham si compiace, come storico, che l’anno 1914 sia stato così comodo tanto per finire come per cominciare un nuovo capitolo della sua narrazione. Cominciava bene il tempo dell’epilogo (1914-1929), perché fu necessario, sotto pena di vita o di morte, applicare nuove invenzioni ed adattarsi a situazioni mutate; ma quel che si dovette far di nuovo e rapidamente, stava maturando già prima, e nuove vigorose piante nacquero da semi che già stavano germogliando sotto terra.

 

 

Nessuna rivoluzione parve, prima o dopo, necessaria; né alle classi che nei libri sono definite dominanti o dirigenti né a quelle che son dette soggette o governate. L’impressione più viva che la lettura del libro lascia è quella della continuità, del lento tenace sviluppo. Nei trent’anni studiati in questo terzo volume (1887-1914), l’Inghilterra perde la supremazia; ma, dopo una breve sosta, che la Germania imperiale scambiò per sintomo di scoraggiamento e di iniziale disfacimento dell’impero, la nazione si riprende, ed all’appello supremo, entra nel 1914 in guerra nella pienezza delle sue risorse industriali e commerciali. La continuità, sia pure congiunta ad una certa lentezza e frammentarietà, caratteristica del progresso economico britannico, è studiata dal Clapham in nutriti capitoli sull’agricoltura, sulle varie industrie, decadenti e progressive, sul processo di trasformazione delle imprese individuali in società a responsabilità limitata e per azioni e di tendenza verso consorzi ed accordi, sulla organizzione commerciale, sui mezzi di trasporto, sulla crescente attività industriale dello stato, sulle condizioni di vita dei ceti operai.

 

 

Mai queste condizioni erano state migliori che nel 1914; né era mai accaduto, come alla vigilia della grande guerra, che da sei ad otto milioni di uomini, quasi tutti operai, liberamente associati in leghe di resistenza, in società di mutuo soccorso, in ordini dai nomi antiquati (Oddfellows, Foresters, True Ivorites, St. David’s Unity) si sentissero legati dal possesso e dal maneggio di centinaia di milioni di lire sterline, cumulati col lento risparmio di decenni, alla terra britannica e persuasi dai legami materiali e spirituali a difenderla contro l’assalto nemico. Il Clapham nega, come tutti gli storici seri, che l’interesse dei capitalisti e dei banchieri sia stato una delle cause determinanti della guerra del 1914-918; ma l’organizzazione economica aveva nel 1914 raggiunto un siffatto grado di perfezione e di complicazione, la vita quotidiana di tutti, proprietari, industriali ed operai, dipendeva così strettamente e così direttamente dalla persistenza del commercio internazionale, che tutti furono subito persuasi della necessità di combattere per salvare un meccanismo che un istante di smarrimento bastava a lasciar distruggere. Il Clapham, che vuole essere un mero storico dell’economia, non si azzarda a dire che gli inglesi del 1914 fossero migliori di quelli d’un tempo; ma lo studio, condotto con piena padronanza delle fonti e con critica severa, degli aspetti economici della storia antebellica, lo conduce alla conclusione essere lo stato della popolazione negli anni prima del 1914 superiore a quello di ogni altra epoca a lui nota. Gli uomini di allora sapevano ciò, anche se lottavano per il meglio; e furono perciò pronti a difendere unanimi la terra e le istituzioni, le quali avevano dato ad essi un privilegio cosi grande.

 

 

T. E. Gregory: “The Westminster Bank through a Century” (Oxford University Press) Humphrey Milford, Amen House, Warwich Square, London E. C. 4. 1936. Due vol. in ottavo, primo, XII – 396 pp., secondo, VIII – 355 pp. S. i. p.

 

 

Il prof. Gregory, il quale nella compilazione è stato aiutato da Annetta Henderson, ha aggiunto, con questi due volumi, magnificamente stampati ed illustrati da riproduzione di vedute antiche, di ritratti, di mappe, in nero e colorate, una benemerenza grande a quelle che si era già acquistato con le edizioni da lui curate della “Storia dei prezzi” di Tooke e dei principali documenti relativi alle banche e alla circolazione in Inghilterra dal 1832 al 1928.

 

 

La prima fondazione della grande istituzione bancaria, una delle maggiori del mondo, che oggi va sotto il nome di “Westminster Bank”, risale al 1833. In principio di quell’anno il signor W. R. Douglas, della casa Douglas, Anderson and Co., mercanti scozzesi, residente in Londra, pose al suo procuratore legale, signor Roy, il quesito: è possibile fondare a Londra una banca per azioni sul tipo scozzese? Il Roy dovette spiegare al Douglas che lo statuto (Charter) di riconoscimento della Banca d’Inghilterra vietava a più di sei persone di associarsi come banchieri nel raggio di 65 miglia dalla metropoli. Il Douglas, ostinato come ogni buon scozzese, non si persuase; radunò un comitato di amici e con essi lesse e meditò parola per parola lo statuto istitutivo della Banca d’Inghilterra, concludendo che il privilegio del quale dal 1708 in poi la Banca godeva proibiva bensì la creazione di banche di emissione, ma non di banche di deposito. Nella City i più risero, altri opinarono che Douglas ed i suoi amici fossero cattivi soggetti, decisi ad impadronirsi della roba altrui. Imperterriti i “Nobiluomini e gentiluomini interessati alla fondazione di una banca di depositi per azioni” inviarono due petizioni alla Camera dei comuni, chiedendo fosse abolito il privilegio della Banca d’Inghilterra di emettere od accettare cambiali o biglietti pagabili a vista o in un termine minore di sei mesi. Nonostante l’ostacolo di una cattiva stampa – i “Times” pubblicarono il 21 agosto 1833 un articolo assai maligno di critica – in agosto i promotori chiedono il versamento del primo cinque per cento sulle azioni della banca, a cui frattanto era stato dato il nome di The London and Westminster Bank. Il 9 ottobre erano sottoscritte 14.325 azioni da L. 100 l’una; ma i versamenti furono assai più lenti a venire. Il Gregory dalle lettere e dai documenti conservati negli archivi della banca, da memorie e giornali contemporanei, da libri ed opuscoli dimenticati, dalle relazioni e dagli interrogatori dei comitati parlamentari di inchiesta, ricostruisce passo a passo i primi anni incerti di vita della banca, descrivendo l’ambiente commerciale e bancario, le discussioni teoriche e parlamentari, in mezzo a cui il nuovo tipo di banca sorgeva ad infrangere il monopolio secolare della Banca d’Inghilterra e ad ampliare l’opera delle numerose banche private e case commerciali che sole formavano il mercato monetario londinese nel primo terzo dell’ottocento. La grossa difficoltà la quale doveva essere sormontata era: anche se la nuova banca non fosse stata considerata illegale, essa non avrebbe potuto operare ed obbligarsi in nome proprio se non avesse prima ottenuta la “carta di incorporazione”, noi diremmo il riconoscimento legale. Unica via d’uscita era la presentazione di un disegno di legge (bill) al parlamento, il quale solo aveva l’autorità di creare una nuova persona giuridica. Poiché il governo non si decise a presentare a nome proprio il bill, i promotori chiesero il 21 febbraio 1834 alla Camera dei comuni il permesso di presentare un disegno di legge il quale autorizzasse la banca a citare ed essere citata in giudizio a nome del suo segretario. Alla seconda lettura, il 7 maggio 1834, lord Althorp a nome del governo si dichiara recisamente ostile. Perché promuovere, come vorrebbe il bill, concorrenza nello sconto di cambiali e nella raccolta di depositi? Senza vantaggio per il pubblico, si sarebbe grandemente danneggiata la Banca d’Inghilterra. Alla terza lettura, interloquì, deliziando gli ascoltatori, William Cobbet. Il grande agitatore, convinto che di tutti i flagelli i quali affliggono l’umanità, la banca, i banchieri e tutta la cartaccia bancaria sono il peggiore, dichiarò come egli si sentiva spinto a negare il voto alla fondazione della nuova banca. Subito però aggiungeva che, poiché la nuova banca avrebbe pur fatto danno all’antica, – ripensandoci, evidentemente Cobbet sperava si sarebbero distrutte a vicenda – reputava meglio astenersi dal voto. Nonostante l’opposizione del governo e di Cobbet il bill ottenne alla terza lettura 137 voti favorevoli contro 76 negativi; diminuiti in confronto dei 143 si e 35 no della seconda lettura, ma promettenti. Lo stesso giorno, 28 maggio 1834, il conte Grey, primo lord della tesoreria, presentava alla Camera dei lordi una petizione della Banca d’Inghilterra contro il disegno di legge; e dichiarava che l’approvazione avrebbe avuto il preciso significato di un mancamento di parola verso la Banca d’Inghilterra. Al governo si associò, producendo grande impressione, il Duca di Wellington. Si rimase d’accordo che i lordi avrebbero sentito in proposito il parere di alcuni giudici. Ma il 20 giugno costoro rifiutarono di dare un parere, che ritennero esorbitasse dalla loro competenza. Nell’incertezza, il bill rimase arenato ai Lordi nelle secche del passaggio alla terza lettura.

 

 

Col nuovo ministero capeggiato da Sir Robert Peel i promotori riprendono nel 1835 il tentativo di ottenere l’approvazione del bill; ma invano. Solo nel 1844 è promulgato l’atto regolatore delle banche per azioni in Inghilterra, il quale riconobbe alle compagnie composte di più di sei persone entro il raggio di 65 miglia da Londra il diritto di agire e di essere chiamate in giudizio. La causa era vinta, e la nuova banca poteva iniziare definitivamente la sua carriera progressiva. Il prof. Gregory la narra in modo vivo rigoroso ed attraente. Attrattiva non ultima della narrazione sono i ritratti parlanti di coloro che diressero le sorti della banca di Westminster o di quelle che con esse in prosieguo di tempo si fusero. Ci passano sotto gli occhi i nomi di banchieri, celebri tutti nel mondo degli affari ed alcuni in quello della scienza: Vincent Stuckey (1771-1845), lord Overstone (1796-1883), l’originale del Mr. Dombey di “Dombey and Son” di Dickens, mescolanza di apparente durezza quasi disumana e di patriottismo filantropico, promotore, attraverso Mac Culloch, dei buoni studi economici e scrittore valoroso di cose bancarie egli stesso; sir David Salomons (1797-1873) direttore per 30 anni della Banca; James William Gilbart (1797-1863) amministratore generale anch’egli per un trentennio ed autore di libri che fecero testo per mezzo secolo in materia bancaria e che oggi si leggono con frutto; Walter Bagehot (1826-1877), banchiere, direttore dell’”Economist”, scrittore affascinante di saggi economici, letterari e storici, ricordato sovratutto per il capolavoro descrittivo intitolato “Lombard Street”; Walter Leaf (1852-1927) presidente dal 1918 al 1927 della Banca, scrittore anch’egli di un libretto “Banking” che ebbe grande diffusione. Questi sono soltanto alcuni degli uomini di prim’ordine – quale altra banca vanta pleiade compagna di dirigenti degni di altrettanta fama nel campo della scienza? – i quali condussero la piccola banca originaria, fondatasi nel 1834 con un capitale sottoscritto e versato di 182.000 e con depositi di 180.000 lire sterline e giunta, attraverso la fusione nel 1908 con la London and County Bank (1837-1908), nel 1909 con la London County and Westminster Bank (1909 – 1917), nel 1917 con la Parr’s Bank (1865-1917) a disporre alla fine del 1935 di Lire st. 9.320.000 di capitale, 9.320.000 di riserve, 320.979.000 di depositi, 1.697.000 di depositi di società sussidiarie, 22.460.000 di accettazioni. Ascesa prudente continuata e grandiosa. Il libro del Gregory narra quest’ascesa facendo rivivere gli uomini che ne furono i fattori e parlare le lettere, i rendiconti, i bilanci i quali ne rendono testimonianza. Perché la Banca d’Italia, i banchi di Napoli e di Sicilia, che, a quel che si sa, conservano gelosi archivi, gelosamente e dannosamente tenuti segreti, e le banche ordinarie, le quali pur qualcosa dovrebbero possedere, non fanno scrivere le loro storie da qualcuno che sappia tenere la penna in mano? Qualche buon esempio è stato dato da Casse di risparmio, da istituti di assicurazione, da enti di diritto pubblico (Monte dei paschi, Istituto di S. Paolo); ma non sempre i cronisti seppero scrivere storia; e non sempre gli economisti seppero sfruttare i documenti umani, dai quali soli si possono ricavare le ragioni della grandezza o della decadenza delle banche come di ogni altra istituzione umana. Rimane, non imitata sinora, la “Caduta del credito mobiliare” di Pantaleoni. È un capolavoro. Non si domandano ai giovani economisti dieci capolavori rivali della “Caduta”.

 

 

Basterebbero dieci narrazioni serie, materiate di documenti ben presentati, vive dell’umanità che purtroppo è tenuta lontana dai rapporti burocratici.

 

 

Come i due volumi affascinanti del Gregory ci dicono il perché del lento sano crescere delle grandi istituzioni bancarie inglesi, qualche buon volume nostro dovrebbe dirci le ragioni degli insuccessi che hanno di tanto in tanto rallentata l’ascesa della banca del nostro paese e dei successi che fanno o facevano il mondo bancario italiano vario e ricco di feconde ammaestratrici esperienze.

 

 

“Britain in Depression”, A record of British Industries since 1929. Sir Isaac Pitman and Sons, London, 1935; ottavo, VIII – 473 pp. Prezzo 10s.6d.net.

 

 

“Britain in Recovery”, Sir Isaac Pitman and Sons, London, 1938, ottavo, XVI – 474 pp. Prezzo 15s. net.

 

 

Ambi i volumi sono dovuti all’iniziativa del comitato per le scienze economiche e statistiche (Sez. F.) della “British Association for the Advancement of Science”; la quale già durante la guerra del 1914-18 aveva, a mezzo di un suo comitato di studio, pubblicato parecchi volumi intorno ai mutamenti industriali e finanziari provocati dallo stato di guerra. Quei volumi, scarsamente apprezzati in quel tempo, quando tutti, vivendone le vicende, credevano di conoscerle abbastanza bene, sono oggi divenuti strumento indispensabile di studio per tutti coloro che si interessano dei problemi della guerra passata e di quella attuale. Perciò fu deciso di rinnovare l’indagine per il tempo corso dal 1929 al 1937, allo scopo di offrire allo storico dell’avvenire un insieme di fatti coscienziosamente raccolti e vagliati da chi, vivendo in mezzo alle due fasi del ciclo economico, è in grado di scegliere e di esporre i fatti notabili meglio di quanto fra dieci o vent’anni si potrà fare combinando il sussidio, sempre manchevole, della memoria con quello di documenti e statistiche non facili a raccogliere e ad apprezzare.

 

 

Al lavoro di ricerca presiedette il prof. J. Harry Jones, coadiuvato dai professori H. M. Hallsworth, J. C. Smith e G. C. Allen e dai signori R. F. Harrod, A. Radford e dai segretari P. Ford e G. D. A. Mac Dougall. Ma i collaboratori furono assai più numerosi. L’introduzione, per ambi i volumi, fu dettata dal prof. Jones; contributi di carattere generale furono forniti per il primo volume (1929-34) dallo Smith e dal Walker sulla circolazione e sulle banche, e dal Richardson sulle relazioni fra capitale e lavoro; per il secondo volume (1935-37), il Mac Dougall scrisse uno sguardo generale per tutto il ciclo dal 1929 al 1937, il Robinson descrisse gli effetti della crisi e della ripresa sulla occupazione e sulla disoccupazione, il Dennison gli effetti della ripresa sulle varie regioni, il Richardson continuò l’indagine sui rapporti fra capitale e lavoro, e contribuì un saggio sulle tariffe doganali, quelle preferenziali e le altre forme di protezione, mentre il prof. Hall narrò le vicende dei cambi esteri dal 1932 ai 1937. Ma il grosso dei due volumi è dato dalle indagini particolari sulle varie industrie: Agricoltura, in generale e cereali (Orwin), il latte, il bestiame e la carne (Ashby e Jones); i trasporti ferroviari (Hallsworth), i trasporti per strade (Fenelon), l’industria automobilistica (Duval), la navigazione (Isserlis), i cantieri navali (Hallsworth), la siderurgia (Mac Callum), la industria meccanica (Allen), i metalli non ferrosi (Eastham), l’industria edilizia (Bossom e Bellman), l’industria cotoniera (Daniels, Campion, Hughes, Saunders), l’industria laniera (Shimmin), la maglieria (Wells), i semi oleosi (Allen), la vetreria (Reedman), la ceramica (Thomas) e il commercio al minuto (Ford).

 

 

I due volumi hanno sovratutto valore di riferimento; ché i collaboratori vollero raccogliere fatti e conservare il ricordo di notizie facili ad essere obliterate; astenendosi il più possibile dagli apprezzamenti. Poiché nel 1938 la ripresa era finita, e si avvertivano i segni della fase discendente di un nuovo ciclo, l’indagine può dirsi significativa e compiuta in se stessa. Il Jones ne segnala alcune caratteristiche: depressione accentuata, come accade per lo più in tutte le crisi, nelle industrie pesanti del carbone, della siderurgia e della meccanica, nei cantieri navali e nel cotone. Soffersero, sebbene in grado minore, anche i trasporti, gli altri tessili, l’edilizia, l’automobilistica. Non si ebbe alcuna riduzione di lavoro nei trasporti per strada ordinaria, nell’industria elettrica e nel commercio al minuto. In questi due ultimi gruppi anzi l’occupazione crebbe. La ripresa cominciò nell’industria edilizia, elettrica ed automobilistica. La ripresa nelle costruzioni edilizie fu fattore importantissimo nella ripresa generale e fu dovuta a parecchie cause, fra cui notabili il ribasso nel saggio dell’interesse e quindi del costo del capitale necessario ad acquistar la casa, ed il ribasso nei costi di costruzione di case fabbricate a serie. Ma due altre circostanze meritano di essere ricordate. Quella che fu chiamata la “grande depressione” fu un’epoca felice per gli operai. L’indice dei salari cade da 100 nel 1925-929 a circa 94 nel 1934; ma l’indice del costo della vita ribassa da 100 a 79. Il margine disponibile per consumi di ordine superiore cresce; e, grazie all’energia ed abilità del grandioso movimento britannico dell’ultimo ventennio a prò delle mutue costruttrici di case, è in parte notevole destinato a migliorare la domanda di case per le classi operaio-medie. Si avvera ancora una volta l’antica esperienza delle crisi risanatrici feconde di nuovi progressi economici e sociali. Alla ripresa edilizia concorse altresì un altro fatto in parte connesso col precedente; e cioè la tendenza centrifuga della popolazione delle grandi città. Le famiglie si spostano dal centro delle mostruose agglomerazioni urbane verso le campagne circostanti. Le industrie nuove (automobilismo) invece di andare verso le città, prediligono la campagna, specie nel sud dell’Inghilterra. Mentre talune regioni carbonifere e tessili decadono, è meravigliosa la fioritura, agevolata dall’estensione e dalla unificazione della produzione e della distribuzione della energia elettrica, dell’industria e del commercio in altre regioni, principalmente meridionali.

 

 

I due volumi lasciano nel lettore l’impressione che non è ancora vicino l’avvento di quella “decadenza dell’Inghilterra” a cui Ledru-Rollin intitolava nel 1850 due suoi volumi di lugubri profezie, infelici come tutte le somiglianti esercitazioni letterarie.

 

 

“Report on the British Press”. – A survey of its current operations and problems with special reference to national newspapers and their part in public affairs. By the Press Group P E P, Published by P E P, Queen Anne’s Gate 16, London, S. W. I., Un vol. in ottavo, X – 332 pp. Prezzo 10s. 6d. net.

 

 

P E P è l’abbreviazione della denominazione “Political and Economic Planning” di un gruppo, non affiliato ad alcun partito, di un centinaio di industriali, commercianti, funzionari governativi e locali, giornalisti, dottori, professori universitari ecc. i quali consacrano una parte del tempo per essi disponibile allo studio dei fatti relativi a problemi importanti britannici allo scopo di contribuire all’avanzamento economico e sociale del loro paese. Il gruppo, oltre ad un centinaio di fogli volanti periodici, ha pubblicato parecchi rapporti speciali sui “servizi di pubblica sanità”, sui “servizi sociali”, sulla “produzione di energia elettrica”, sull’”industria del carbone”, sulle “case”, sull’”accesso all’” e sul “ritiro dall’industria” e sul “commercio internazionale”. Tutti codesti rapporti, mentre espongono sovratutto lo stato di fatto esistente nella Gran Bretagna, offrono altresì rimedi atti a migliorarlo. Non proposte recise; ma suggerimenti di ulteriore studio ed approfondimento.

 

 

Il metodo è tipicamente inglese; ché lassù è riconosciuto da tutti esservi dal dire al fare di mezzo il mare, ed un mare pieno di rapporti, controrapporti, testimonianze, discussioni e rinvii. Il rapporto, annunciato qui sopra, contiene anch’esso taluni suggerimenti di riforme degne di studio; ma il grosso delle pagine è consacrato all’esame dei fatti relativi alla stampa quotidiana e settimanale britannica, e principalmente a quella avente carattere nazionale. Tre anni di lavoro, 81 sedute e molta elaborazione di dati, di interviste, di informazioni fecero d’uopo per produrre il volume. Ne risultò una miniera di informazioni preziose e di discussioni illuminanti sui compiti, l’organizzazione, le virtù ed i difetti dei giornali britannici. Poiché a questa rivista sono estranei i problemi dell’avvenire, noterò taluni tra i fatti più interessanti.

 

 

Il giornale è una delle maggiori industrie manufatturiere britanniche: nel 1937 si pubblicavano 1.577 giornali e 3.119 riviste e periodici; nel 1934 ogni gruppo di 100 famiglie acquistava ogni giorno 95 giornali del mattino e 57 giornali e mezzo della sera ed ogni settimana 130 domenicali. Il valore netto della produzione giornalistica era aumentato da 31,3 milioni di lire sterline nel 1930 a 37,5 nel 1935; sicché l’industria era la dodicesima per importanza nel Regno Unito e sopravanzava l’industria dei cantieri navali e quella siderurgica. La circolazione dei quotidiani era cresciuta fra il 1930 ed il 1936 da 17,61 a 19,05 milioni di copie; e quella dei dodici settimanali nazionali della domenica da 13,96 a 14,44 milioni di copie. Il giornale è tra i più importanti datori di lavoro britannici, noverando 80.000 dipendenti diretti, altre a 120.000 propagandisti e rivenditori. Il valore del prodotto netto medio per ogni dipendente è assai alto; 478 lire sterline nel 1935; ed alta la proporzione (26 per cento) del personale direttivo ed amministrativo. Tipica, per l’importanza delle spese generali, la struttura finanziaria del giornale. Il lancio, sino a che l’impresa cominci a dare un profitto, è costosissimo. Si afferma che il lancio del “Daily Herald”, giornale che ha sovratutto un pubblico di operai, sia costato 2 milioni di lire sterline. Altra caratteristica essenziale è il rapporto fra il provento della vendita e quello della pubblicità. Ogni copia di giornale, messa in mano del lettore, costa in media 1 penny e mezzo (al cambio di 80 lire, circa 50 centesimi di lira italiana); e venduta ad 1 penny l’una, frutta, detratte le provvigioni ai rivenditori, due terzi di penny (circa 22 centesimi).

 

 

L’enorme perdita deve essere coperta dalla pubblicità. Il prezzo medio di questa varia da 0,75 – 1 penny per pollice – colonna ogni 1.000 lettori per i giornali popolari a 3 pence per i “Times” ed è buon indice della capacità di acquisto del lettore medio. Perciò i giornali lottano per crescere la circolazione, in funzione della quale varia il provento della pubblicità. Ancora nel 1854 la circolazione totale di tutti i giornali della Gran Bretagna si limitava a 122.000.000 copie all’anno. Oggi un solo quotidiano, che abbia una circolazione di 2.000.000 di copie al giorno, vende 600 milioni di copie all’anno. I “Times” toccarono primi alte cifre, con 50.000 copie nel 1854; dopo veniva il “Morning Advertiser” con 8.000 copie.

 

 

L’abolizione nel 1855 del bollo su ogni copia consentì l’uso delle macchine rotative. I “Times” continuarono a vendersi per un bel po’ a 3 pence la copia; ma altri giornali avevano già ridotto il prezzo ad 1 penny. Avanti al 1900 taluni giornali toccarono circolazioni di 1 milione di copie. Col volgere del secolo, le spese di lancio e di impianto del giornale erano divenute così gigantesche che i più dei giornali non poterono sopravvivere autonomi. Degli otto quotidiani allora esistenti, solo i “Times”, il “Daily Mail”, e il “Daily Express” si sono conservati autonomi; e degli otto giornali della sera di Londra cinque sono morti. La gran maggioranza dei giornali oggi è distribuita fra 11 gruppi principali, di cui alcuni pubblicano solo giornali, altri solo periodici ed alcuni amendue. Un quotidiano tipico di Londra novera 3.000 dipendenti stabili oltre ai corrispondenti locali ed ai propagandisti straordinari. L’8 per cento del personale appartiene alla redazione, il 3 per cento alla pubblicità, il 35,40 alla stampa, spedizione e distribuzione ed il 40 per cento alla propaganda. Dei 2.000 dipendenti di un giornale tipico della sera, il 7 per cento appartiene alla redazione, il 4 per cento alla pubblicità, il 30 per cento alla stampa e spedizione ed il 50 per cento alla rivendita. Mancano, nei giornali della sera, i propagandisti (canvassers); ma, provvedendo i giornali direttamente alla rivendita, che nei giornali del mattino è affidata ad imprese autonome, cresce la proporzione del personale addetto alla rivendita.

 

 

Il livello delle remunerazioni appare elevato: i direttori ed amministratori superano probabilmente la cifra alla quale comincia l’imposta complementare sul reddito (surtax) e cioè le 2.000 lire sterline; i giornalisti londinesi, dopo tre anni, guadagnano un minima di 9 sterline la settimana; quelli provinciali da L. 4 7s. 6d. a L. 5 15s. seconda l’importanza della città. I maggiori corrispondenti all’estero hanno stipendi da 800 a 1.000 sterline l’anno. I salari degli addetti alla composizione a stampa superavano nel 1935 le 5 lire sterline la settimana e possono giungere a Londra per i compositori a 12 lire sterline. Ma i propagandisti (canvassers) disorganizzati e non specializzati guadagnano appena 3 lire sterline la settimana; e pure bassi sono i guadagni degli addetti alle rivendite. Le unioni artigiane fra compositori ed altri tecnici sono potenti ed esclusiviste. I proprietari dei giornali vengono a patti, pur di non sospendere la tiratura del giornale.

 

 

Problema assai discusso è quello dell’influenza della pubblicità sul contenuto del giornale. Tutto sommato, pare abbia carattere indiretto, non potendosi parlare di giornali infeudati alle case che acquistano molto spazio di pubblicità. I giornali più influenti possono esporre liberamente il loro pensiero, ad esempio, intorno a nuove emissioni di azioni o di obbligazioni, senza timore che la ditta criticata pensi a ridurre o cessare l’acquisto di spazio per la pubblicità. L’industria del giornale è, per l’indole sua medesima, esercitata in mercato chiuso. La concorrenza dei giornali esteri è quasi nulla, e l’esportazione all’estero dei giornali inglesi ha scarsa importanza. Solo l’”Economist” e le edizioni settimanali dei “Times” e del “Manchester Guardian” spediscono all’estero una proporzione abbastanza alta delle copie stampate.

 

 

Col crescere della tendenza a riunire in potenti consorzi la proprietà di parecchi giornali è stato posto il problema del modo di impedire il passaggio della proprietà di alcuni organi considerati nazionali in mano di persone non desiderabili. Quando i “Times” furono ricomprati, alla morte di Lord Northcliffe, dal maggiore Astor e dal signor John Walter, discendente dei fondatori, il trapasso delle azioni ordinarie fu subordinato al consenso di un Consiglio di fiduciari (trustees) composto del Giudice capo (Lord Chief Justice) d’Inghilterra, del Guardiano del Collegio di “All Souls” di Oxford, del presidente della “Royal Society” (la principale accademia britannica), del presidente dell’Istituto dei ragionieri e del Governatore della Banca d’Inghilterra. Essi debbono giudicare se il trapasso sia tale da conservare le migliori tradizioni e la indipendenza politica del giornale e da eliminare le questioni di ambizione e di profitto personali. Analoghe norme governano il trapasso delle azioni e della direzione dell’”Economist”.

 

 

Il volume offrirebbe, a chi volesse seguitare, larga messe di dati suggestivi e di riflessioni gravi. Qui basti aver dato un saggio del suo contenuto.

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