Tratto da:

Rivista di storia economica

Recensioni – Marzo 1941 (Riv. Stor. Eco.)

«Rivista di storia economica», VI, n. 1, marzo 1941, pp. 71-76

 

 

 

Luigi Firpo, “Bibliografia degli scritti di Tommaso Campanella”. Pubblicazione Promossa dalla Reale Accademia delle Scienze di Torino nel terzo centenario della morte di T. Campanella. Torino, 1940. Un vol. in ottavo di VIII – 235 pp. Prezzo L. 50.

 

 

Questa è invero la migliore delle commemorazioni che potesse essere compiuta nella ricorrenza del terzo centenario della morte del grande filosofo calabrese. Sebbene si tratti di pubblicazione posta fuori del campo proprio della rivista, la additiamo a modello di quel che siffatte fatiche meritorie dovrebbero sempre essere e di quel che talvolta riescono a diventare, quando siano condotte da chi conosce a fondo ed ama lo scrittore studiato ed adopera pazienza indicibile e’ finezza di intuito, nell’andare alla cerca di fonti sparse, nel vagliarne le attendibilità, nel ricostruire su accenni non sempre precisi e spesso contrastanti il quadro dell’opera letteraria che si vuole illustrare. L’opera del Firpo potrà essere in avvenire integrata da nuovi ritrovamenti di manoscritto o di esemplari ignoti di opere stampate del Campanella; ma per lunghi anni rimarrà per gli studiosi strumento indispensabile di lavoro.

 

 

L’a. – dopo una introduzione nella quale dà conto della ragione del suo lavoro, e ringrazia il prof. Gioele Solari, il quale avviò lui, come tanti altri, alla ricerca filosofica condotta con rigore di metodo (pp. 3-19), una bibliografia “minima” ossia ridotta all’essenziale (pp. 20-21) ed una cronologia della vita e delle opere del C. utile ad orientare il lettore intorno alla datazione dei singoli scritti (pp. 22-30), – descrive le opere campanelliane distintamente in sei gruppi: opere pubblicate vivente l’autore (24 numeri, pp. 31-126); opere postume (25 numeri, pp. 127-165); opere manoscritte (3 numeri, pp. 166-169); opere perdute (48 numeri, pp. 170-197); lettere superstiti (124 numeri, pp. 198-236); e lettere perdute (68 numeri, pp. 237-248). Per ogni numero, il F. fornisce una sommaria esposizione della genesi dell’opera, della sua redazione e della sua fortuna, un elenco dei manoscritti ed un elenco delle edizioni, Due indici, alfabetico degli scritti elencati nel volume e topografico dei manoscritti superstiti, chiudono il volume. Il Campanella, il quale scrisse moltissimo e sui più vari argomenti, dedicò ai problemi economici e sociali, astrazion fatta dal trattato intitolato Oeconomica il quale riguarda il governo della famiglia, due opere: delle quali una è la notissima Città del sole, e l’altra è lo scritto d’occasione variamente intitolato “Consultatio ad tollendam famem” (nell’indice, ma non nel testo) o “Consultationes pro tributis regni augendis” od ancora “De exigendis tributis” (nell’indice) e descritto nel testo come “Arbitrii tre sopra l’aumento delle entrate nel regno di Napoli”. Della “Città del sole” si possiede ora la buona edizione del Paladino (Napoli, 1920); ma se ne attende una migliore del Bobbio. Degli “Arbitrii” si ha una buona edizione nel volume secondo dell’opera dell’Amabile su “T. Campanella ne’ castelli di Napoli, in Roma e in Parigi”. Ambi gli scritti attendono l’economista, il quale sappia illustrarli in rapporto al pensiero del Campanella, alle condizioni economiche e sociali del tempo in genere ed a quelle particolari del regno di Napoli. I tre arbitrii in apparenza non si discostano dai consueti memoriali rivolti ai principi per proporre aumenti di entrate pubbliche. Il C. era persuaso che “con gli espedienti da lui suggeriti [nel 1608] le finanze del regno otterranno un beneficio di 100.000 scudi e non gli potrà più essere rimproverato di aver fatto spendere [per la repressione della congiura contro la Spagna, nella quale egli s’era coinvolto, e per i processi che ne seguirono] molte migliaia di ducati”.

 

 

Ma il Campanella non può essere messo nel mazzo dei soliti memorialisti; e lo studio attento dei pochi suoi scritti aventi qualche attinenza con l’economica potrebbe probabilmente essere ancora fruttuoso.

 

 

“The kress Library of Business and Economics.. Catalogue covering Material published through 1776 with data upon cognate items in other Harvard Libraries”. Baker Library, Harvard Graduate School of Business Administration, Soldiers Field, Boston, Mass., 1940. Un vol. in quarto di pp. X – 414, a due colonne. s. i. p.

 

 

Il volume, che qui si annuncia, è cosa stupenda; destinata a prender posto accanto ai grandi e pochi strumenti bibliografici esistenti nel campo della scienza economica. Il signor Arthur H. Cole, bibliotecario della Kress Library ne descrive la genesi in una succinta prefazione. In primo luogo, qualcuno riuscì a persuadere il signor Claude W. Kress, capo, se non erro, di una grande impresa commerciale americana, che le ricerche storiche avevano importanza per lo studio dei problemi economici e a donare alla scuola che noi un tempo dicevamo di commercio (Business School) dell’Università di Harvard i fondi necessari ad acquistare parecchie migliaia di volumi ed opuscoli relativi alla storia dell’economia e del commercio. Ad un certo punto si seppe che il professore H. S. Foxwell, fellow di St. John’s College in Cambridge (Inghilterra), il quale aveva già venduto tant’anni addietro la sua prima famosa collezione di cose economiche alla Goldsmiths Company, che l’aveva depositata presso l’Università di Londra, vendeva la seconda collezione, costituita in altri trent’anni di laboriosi acquisti. Erano trentamila tra volumi ed opuscoli.

 

 

La Kress Library, grazie, evidentemente, a nuova elargizione del munifico fondatore, l’acquistò in blocco e la trasportò negli Stati Uniti. Costrutto l’edificio, i curatori della biblioteca ora ne arricchiscono i particolari d’adornamento. Il signor Kress ha fornito altri mezzi per acquistare alcune migliaia di numeri non inclusi nella collezione Foxwell.

 

 

Il dott. H. B. Vanderblue ha donato una collezione che Cole dice “insuperata” di scritti di Adamo Smith. Le biblioteche di Harvard e di Boston hanno trasferito alla Kress Library molti numeri che erano di minor interesse per esse, mentre giovano a compiere il fondo anteriore al 1850 della Kress.

 

 

Così si formano in quel paese le grandi biblioteche pubbliche specializzate spendendo e donando somme, la quali tradotte in lire italiane suppongono, dopo le unità, almeno le mezze dozzine di zeri. Con le migliaia e le decine di migliaia di lire non si mette insieme più nulla. Nello stesso modo l’altra celebre raccolta americana, quella Seligman, poté essere messa a disposizione degli studiosi in un edificio della Columbia University in New York. Dove andrà a finire la biblioteca di Hollander, del cui catalogo ho dato in queste pagine l’annuncio? Purtroppo, son tutti mancati ai vivi i tre grandi raccoglitori anglosassoni, Foxwell, Seligman ed Hollander; né si sa chi possa e voglia, dinanzi al costo crescente dei libri, prenderne il posto, a vantaggio degli studi.

 

 

A dare incremento a questi, i curatori della Kress Library hanno pubblicato, il presente catalogo. Una biblioteca serve in ragione del numero di coloro i quali ne fanno uso. Ma non è comodo fare un viaggio apposta sino a Boston nell’incertezza di trovare le fonti, che si desidera studiare. Qua e là, anche in Italia, si possono consultare gli schedari del British, Museum di Londra, della Library of Congress di Washington, della Bibliotheque Nationale di Parigi, sì da intraprendere a ragion veduta un viaggio di studio. Ma trattasi di grandi biblioteche nazionali, nelle quali lo specialista non sempre trova quel che cerca. Per le biblioteche specializzate, come la Kress, un catalogo a stampa giova anche sotto un altro aspetto: a far conoscere ai ricercatori l’esistenza di libri ed opuscoli che riguardano un dato argomento e che si possono forse trovare in qualche parte d’Europa anche senza traversare l’Atlantico. Il catalogo comprende 7279 numeri, ossia indicazioni di opere singole (volumi, opuscoli, fogli volanti) tutti compresi tra il 1481 ed il 1776.

 

 

L’anno 1776, nel quale venne alla luce la “Ricchezza delle Nazioni” di Adamo Smith, segna davvero per noi la fine di un’era bibliografica. La cifra di 7279 numeri può non dir niente ai profani. Qualche iniziato alle difficoltà ed al costo di trovare roba anteriore al 1776, il quale in quarant’anni di lavoro, non sa se sia riuscito a mettere insieme neppure un decimo di quella cifra, ha ragione di rimanere allibito.

 

 

Astrazion fatta da cotali invidie collezionistiche, il volume tutto composto, salvo le quattro pagine di prefazione, di meri titoli di libri coll’indicazione del nome dell’autore, dello stampatore od editore, della data e del luogo di stampa, del formato e della paginatura, con qualche raro appunto dovuto alla rarissima erudizione con cui Foxwell annotava talvolta sui fogli di risguardo i libri acquistati, è od almeno fu per me, di amena ed istruttiva lettura.

 

 

Voltiamo carta ed apriamo il volume all’anno 1720. Libri ed opuscoli sono elencati infatti anno per anno, dai ventitré incunabuli, di cui 16 stampati in Italia, all’ultima cosa uscita nel 1776. Ecco 224 numeri per quel solo anno. La chiave dell’inconsueta abbondanza di pubblicazioni ci è subito data da un foglio volante, qui contenuto in copia fotostatica, dal titolo: “A Southsea ballad, or, Merry remarkes upon Exchange alley bubbles. To a new tune, call’d, The grand elixir, or The Philosopher’s stone discovered”.

 

 

Era l’anno della grande mania borsistica rovesciatasi sull’Europa, la quale a Londra, nel vicolo della borsa, infieriva sulle azioni della Compagnia dei mari del Sud. Ed il poeta popolare componeva perciò “La ballata dei mari del Sud ed allegre varianti sulle bubbole del vicolo della borsa. Su un’aria nuova, detta il grande elisir o la scoperta della pietra filosofale [per arricchire]” (n. 3131). Ma il difensore della Compagnia mandava in giro calcoli per dimostrare che essa era in grado di pagare un dividendo del 38 per cento per 12 anni, calcolo adatto, anche ai cervelli più semplici: “An argument proving that the Southsea company are able to make a dividend of 38 per cent for 12 years. Fitted to meanest capacities (n. 313). I poeti satirici non stanno in ozio ed allestiscono farse per mettere in guardia la polizia dagli speculatori pronti a fallire: “The broken stock-jobbers: or, Work for the bailliffs. A new farce. As it may lately acted in Exchange-alley” (3158). Intorno alla proposta di convertire I titoli di debito pubblico in azioni della compagnia dei mari del sud, si moltiplicano gli opuscoli (tracts), Archibald Hutcheson interviene nella disputa, con parecchi che si direbbero articoli ed ora sarebbero stampati in riviste e giornali ma allora venivano alla luce come tracts volanti. Il catalogo novera dieci sue cose per quel solo anno. Voltiamo in italiano il titolo di uno di essi: “Alcuni calcoli intorno alle proposte presentate alla Camera dei comuni dalla Compagnia del mare del sud e dalla Banca d’Inghilterra; calcoli intesi a dimostrare la perdita che i nuovi sottoscrittori subirebbero ai prezzi ricordati nelle proposte ed il guadagno che sarebbe ottenuto dai proprietari delle vecchie azioni del mare del sud”.

 

 

Foxwell annota sul foglio di guardia dell’opuscolo in foglio di 13 pagine e 2 tavole: “La accesa disputa fra le due compagnie [quella del mare del sud e la Banca d’Inghilterra] travolse il pubblico in una febbre speculativa e diede origine all’orgia borsistica. Hutcheson aveva avvertito il paese fin dal principio contro i pericoli del progetto; ma le sue furono parole buttate al vento” (n. 3224). Sorte comune agli economisti di tutti i tempi e paesi! Anche Daniel Defoe, l’autore di “Robinson Crusoè”, di “Moll Flanders” e di altri romanzi tutti degni di esser letti da economisti, entra in campo con un opuscolo in ottavo, di 76 pagine, di cui il titolo chiarisce l’intento critico: “The chimera: or the French way of paying national debt, laid open. Being un impartial account of the proceedings in France for raising a paper credit, and settling the Mississippi stock”: Una chimera, o messa a punto del metodo francese di rimborsare il debito pubblico, esposizione imparziale dei sistemi tenuti in Francia per mettere in giro biglietti di credito e mettere a posto le azioni del Mississippi (n. 3190).

 

 

La mania della speculazione erasi invero, grazie al Law, estesa alla Francia, con le contemporanee frenetiche speculazioni sulle azioni della Compagnia del Mississippi. Se sui 224 numeri del 1720, ben 66 sono in inglese (quasi tutti stampati a Londra), altri nove numeri sono scritti in francese, due in tedesco e dieci in olandese. Fra questi il più interessante è il n. 3217, dal titolo interminabile, che comincia: “Het groote tafereel der dwaasheid, vertoonende de opkamst, voortgang en ondergang der actie, bubbel en windnegotie, in Vrankryk, Engeland, en de Nederlanden, gepleegt in den jaare MDCCXX ecc. ecc.” è una raccolta di componimenti in prosa ed in verso con 85 stampe, carte e piani. La vidi un giorno, presso un noto libraio antiquario di Parigi; ma il prezzo di richiesta superava le mille lire italiane, sicché restai col desiderio.

 

 

Non ho calcolato le proporzioni fra i numeri in lingua inglese e quelli in altre lingue. Sebbene non siano scarsi quelli in francese, in italiano, in tedesco ed in spagnolo, la grandissima maggioranza, forse fra il settanta e l’ottanta per cento, è di numeri inglesi. Del che una spiegazione è indubbiamente la comodità di gran lunga maggiore per un raccoglitore inglese, come il Foxwell ed ora i suoi seguitatori americani, di raccogliere libri ed opuscoli del proprio paese. Ma un’altra spiegazione non può essere dimenticata: ed è il fervore polemico che si osserva nell’Inghilterra dei secoli diciassettesimo e diciottesimo quando si voleva prima conquistare la libertà di stampa e si volle dopo trarne partito per discutere i problemi che più interessavano l’opinione pubblica, allo scopo di influire sulle deliberazioni della Camera dei comuni, la quale si incamminava appunto allora a diventare l’unica fonte del potere politico. In Francia, in Germania, in Italia ed in Spagna si poteva stampare solo ciò che era consentito dalla censura; e se in Francia si riusciva non di rado ad introdurre stampati forestieri e ad attribuire false date di luogo situato all’estero a pubblicazioni locali, non così negli altri paesi. Il contributo notevole fornito dall’Olanda alla trattazione dei problemi del giorno è frutto ugualmente della libertà di stampa che ivi si godeva.

 

 

La “Ricchezza delle nazioni” non vien dunque fuori a caso nell’Inghilterra del 1776. Essa è il frutto di due secoli di vivaci discussioni, durante le quali i problemi interessanti la collettività venivano affrontati e discussi e risoluti da una folla di pubblicisti; di cui gli uni erano, sì, meri gazzettieri e libellisti, ma altri erano uomini di stato, parlamentari, studiosi, mercanti, proprietari. Ognuno di essi difendeva un’idea particolare, non di rado un interesse proprio. Ma le idee particolari si fondevano all’idea generale; l’interesse particolare doveva essere temperato per il contrasto con altri interessi; sinché, riassumendo l’opera di tanti suoi predecessori, venne l’uomo di genio, il quale compié la sintesi del secolare dibattito. Il libro di Adamo Smith “An Inquiry into the nature and causes of the Wealth of Nations” porta qui il n. 7261 ed è posseduto dalla Kress Library in un esemplare di eccezione. La “Ricchezza delle nazioni” è rarissima a trovarsi, come qui accade, nei cartoni originali della prima edizione, e in tale stato è quotata, a seconda della freschezza, dalle 40 alle 80 lire sterline.

 

 

Il prezioso volume compilato dal Cole si chiude con un indice alfabetico su tre colonne in 52 pagine.

 

 

Benedetto Croce, “Il carattere della filosofia moderna”. Laterza, Bari, 1941; VIII – 280 pp. lire 30.

 

 

Aldo Mautino, “La formazione della filosofia politica di Benedetto Croce”. Einaudi, Torino, 154 pp. Lire 15.

 

 

Si annunciano questi due volumi, seppure la loro materia sia lontana da quella propria della rivista (quello del Croce raccoglie le sue più recenti indagini teoriche sui due argomenti, poesia e storia, i quali hanno occupato la parte maggiore della sua vita di studioso; e quello del Mautino è un fine ricamo attraverso il quale, scrisse all’a., ancora vivente, il Croce medesimo, “studiando la formazione dei miei concetti sull’economia e sulla politica, lei ha determinato tutti i miei successivi approcci, e le linee incerte e provvisorie segnate via via in modo più certo e definitivo, e le lacune dapprima lasciate e poi riempite…..Leggendo il suo lavoro, mi è parso di ricordare me a me stesso, anche in talune mie vicende mentali che avevo dimenticato o alle quali non avevo badato. E ne ho tratto la conferma del mio detto che, come la nostra vita morale non è se non la continua correzione di noi stessi, così la vita del pensiero “), perché in non poche pagine essi si ricollegano ai problemi fondamentali della scienza economica e principalmente a quello dei rapporti fra scienza economica e filosofia, fra il “principio” liberale e l’”ordinamento liberistico”, tra i “fini” della vita ed i “mezzi” per conseguirli, dei quali in questo stesso quaderno si occupano Benedetto Croce e lo scrivente. Poiché i vari aspetti di un problema difficilmente si possono discutere a fondo in una nota di rivista, così addito a coloro che se ne interessano questi due volumi l’uno all’altro legati dall’amore col quale il giovanissimo critico meditò, rivivendole, le opere del pensatore.

Torna su