Recensioni

Tratto da:

Rivista di storia economica

Data di pubblicazione: 01/12/1938

Recensioni

«Rivista di storia economica», III, n. 4, dicembre 1938, pp. 358 ss.

 

 

 

Alfred Doren, Storia economica dell’Italia nel medio evo (Wirtschaftsgeschichte Italiens in Mittelalter). Traduzione di G. Luzzatto, con un cenno necrologico dell’autore a cura di A. Sapori. In “Collana di studi di storia economica”. Prima serie, secondo vol. Cedam, Padova, 1937. Un vol. in 8° di pp. XVI – 669. Prezzo Lire 60.

 

 

Egregiamente tradotta dal Luzzatto, preceduta da una commossa biografia del Sapori, la quale fa rivivere l’uomo e lo scienziato e fornisce l’elenco compiuto delle opere e degli scritti minori, corredata di una ampia bibliografia sulle materie trattate nel volume e di un indice analitico delle cose e dei nomi, la storia del Doren è destinata a restare fondamentale. Più approfondita per il tempo dal dodicesimo al quindicesimo secolo che non per il primo medio – evo, per lo sviluppo dell’industria e del commercio nelle città che per quello dell’agricoltura e della vita rurale, l’opera del Doren eccelle nella ricostruzione delle origini della società cosidetta capitalistica, dei compiti delle corporazioni, del fiorire della vita italiana attraverso il commercio internazionale. Il Doren si trovò dinnanzi alla difficoltà medesima che affaticò sempre coloro i quali vollero tentare una sintesi della storia italiana: la diversità degli istituti e delle condizioni in un paese così diversificato come l’Italia. Merito grande del Doren è di avere, pur mettendo in rilievo i tratti comuni, chiarito la difficoltà di generalizzazioni insapori. Nel bel capitolo sulla politica economica, pur definendo mercantilistica la politica dei piccoli stati italiani del tardo medio-evo, egli non si spinge a dirla informata al concetto della unificazione statale; ma piuttosto a quello di affermare il predominio della città maggiore su quelle minori e sulle campagne. Ricco è il capitolo sulle finanze pubbliche, fondato, oltreché su ricerche sue dirette, su quelle, nuove e antiche, del Besta, del Cessi, del Luzzatto per Venezia, di Sievieking e di Tucci per Genova, di Canestrini e di Barbadoro per Firenze, di Bianchini per Napoli e la Sicilia, di Banchi e di Zdekauer per Siena. L’opera, compiuta dal Doren poco prima di morire, lascia il rimpianto che egli non abbia potuto tradurre in atto i disegni che rivolgeva in mente di altre ricerche feconde nel campo della storia economica italiana.

 

 

Florences Edler, Glossary of Mediaeval Terms of Business. Italian Series 1200-1600. The Mediaeval Academy of America, Cambridge, Mass. U.S.A. 1934. In ottavo di pp. ventesime – 430. Doll. 6. Id., The Van der Molen, Commission Merchants of Antwerp: Trade with Italy, 1538-44. The Univ. of Chicago Press. Chicago, 1938. In ottavo di pp. 69. Id., Eclaircissements à propos des considérations de R. Davidsohn sur la productivité de l’argent au moyen age (dal Vieterljahrschrift für Sozial und Wirtschaftsgeschichte), 1927, di pp. 6. Id., Cost accounting in the Sixteenth Century (da «The accounting Review»), 1927, di pp. 12.

 

 

Il professore Gras presentando il “glossario” della dott. Florence Edler nota che l’occasione del compilarlo fu il deposito da parte del munifico acquirente signor H. Gordon Selfridge nella Baker Library dell’università di Harvard di un’importante raccolta di registri e libri di commercio della famiglia fiorentina dei Medici. La interpretazione non sempre agevole dei termini adoperati in quei libri indusse a confrontare testi stampati e manoscritti, dizionari generali e particolari (fra cui la compilatrice ricorda sovratutto quello del Rezasco), a ricorrere all’aiuto di studiosi italiani, ed il nome di Armando Sapori è ricordato con riconoscenza speciale, e forestieri: il signor Brun della “Biblioteca nazionale” di Parigi ed il dr. Allen Evans, l’editore di Pegolotti. L’Accademia Medioevale americana, la Scuola di commercio di Harvard, il Consiglio americano delle società scientifiche hanno variamente contribuito all’intrapresa.

 

 

Il frutto è un glossario dei termini usati nel commercio, nell’industria e nella banca, ed in generale negli affari (business) in Italia dal 1200 al 1600. I termini definiti si possono dividere in quattro principali classi: 1) parole usate in generale in materia di contabilità, banca, cambi, compre e vendite per contanti, per baratto od a credito, assicurazione, trasporto, magazzino, dazi e diritti doganali, società commerciali; 2) parole usate dagli artigiani e nelle operazioni commerciali ed industriali; 3) pesi e misure; 4) merci. Furono omessi i termini relativi alla monetazione, per i quali è in preparazione un glossario separato a cura del dott. Allan Evans.

 

 

Nel glossario si dà la definizione di ogni termine; non cioè la traduzione con una parola precisa, ma una descrizione spiegativa del significato esatto di esso. Ad esempio (ma io ritraduco la definizione dall’inglese): Danno e interesse; interesse dovuto a causa di “danno emergente” e di “lucro cessante” (il concetto fondamentale essendo quello dell’indennità dovuta in conseguenza di un prestito, concetto usato dai canonisti per giustificare il pagamento di un interesse).

 

 

Alla definizione segue nell’originale italiano la citazione di qualcuno dei testi nei quali il termine è usato:

 

 

(a) E nel caso se ne (un traffico sanza consentimento del compagno) facesse danno e interesse detto danno e interesse che per ciò facesse, debbia pagare danno e interesse quello compagno ch’avesse impreso quello traffico sanza consentimento e volontà dell’altro compagno. Pratese in Avignon 1367: Bensa, Franc. di Marco, p. 286 (E l’elenco delle abbreviazioni in testa al volume rinvia al noto volume del prof. Enrico Bensa su Francesco di Marco di Prato, “Notizie e documenti sulla mercatura italiana del quattordicesimo secolo”, Milano 1928); (b) In tucte et ciaschedune liti, quistioni et controversie dove fusse contestata la lite o no, dove data fusse per li consoli sententia, o comandamento facto o dichiaragione facta apparisse per la corte per qualunque cagione apparisse, et lo vinto al vincitore sia tenuto et debia rifare et ristituire tucte et ciaschune spese legiptimamente però facte et dampni et interesse al modo et buono uso mercadantile…. Lucca, 1376: Stat. Corte merc., p. 103 (il riferimento qui è ad uno degli statuti italiani meglio editi ed al quale la compilatrice dichiara di dovere assai: “Lo statuto della Corte dei mercanti in Lucca del 1376”, curato da A. Mancini, U. Dorini ed E. Lazzareschi, Firenze, 1927). Ho voluto recare l’esempio di una voce, per mettere sott’occhio il metodo tenuto dall’a. ed i servizi notevolissimi che il glossario è chiamato a rendere agli studiosi. Né i dizionari della Crusca o del Tommaseo, né quello del linguaggio amministrativo del Rezasco possono, nel campo specifico del linguaggio degli affari, rivaleggiare con questo dell’Edler.

 

 

Che a compilarlo sia stata una straniera è cagione nel tempo stesso di rammarico e di orgoglio. Probabilmente, gli studiosi italiani competenti riscontreranno nel glossario qualche inesattezza e qualche omissione. Vorrei che, in ogni caso, le critiche fossero fatte con carità cristiana. Ricordo che anni fa la Edler mandò in giro in Italia un campione provvisorio della sua fatica, con preghiera di suggerimenti e di aiuto. Se non ho capito male, rispose all’appello soltanto il Sapori, il quale è perciò giustamente ringraziato. Perché nessun altro volle collaborare a un’opera la quale può essere perfezionata solo grazie alla cooperazione di tutti?

 

 

Al glossario propriamente detto (pp. 18-316) seguono (pp. 317-331) liste di termini raggruppati per soggetto: monete fiorentine usate nei conti medicei, misure lineari, di volume per aridi, per liquidi, pesi, specie di associazioni mercantili, ausiliari commerciali, termini relativi a guadagni, ad interessi, ricevute, quitanze, riconoscimenti, vendite a credito, strumenti di credito, magazzini di mercanzie, trasporti e oneri di spedizioni, dazi, dogane, tasse su merci, stadi nella manifattura dei panni lana e di seterie, classi di lavoratori in lana. Le liste giovano a ricordare termini relativi ad un soggetto, di cui si trova poi la spiegazione nel glossario. Il volume si chiude con nove appendici relative a termini ed usanze quali si riscontrano nei documenti medicei del quindicesimo e sedicesimo secolo (pp. 355-426).

 

 

Il vantaggio che agli studi può venire dal glossario della Edler è messo in luce da una delle belle note, tutte interessantissime, ricordate sopra. Capitò al Davidsohn di affermare che nella Firenze del quattordicesimo secolo i fondi affidati in deposito ai banchieri non erano solo produttivi di interesse, ma davano al depositante diritto di partecipare ai benefici della banca. L’equivoco probabilmente nacque da ciò che nei documenti medievali per lo più i compilatori scansano ad arte di discorrere di “interesse”, proibito dalla legge canonica del tempo, adoperando in quella vece la parola “guadagno”. Solo il giro della frase mostra se si tratti di “interesse” fisso su capitale assunto a prestito, ovvero di “partecipazione al profitto dell’impresa”. Nel documento adoperato dal Davidsohn, il compilatore Rosso degli Strozzi quando intende parlare di interesse scrive: “e debbo avere per guadagno infino a kalende gennaio 13…. a ragione d’otto per cento”. Invece quando discorre della sua quota di utili o di perdite nell’azienda, la terminologia adoperata è la seguente: “e debbo avere in kalende gennaio 13…. i quali mi toccho in parte di guadagno (o della perdita) che facemmo da kalende gennaio 13…. infino a kalende gennaio 13….”. E nel glossario l’a. aveva tradotto la parola “guadagno” nelle due maniere: 1) profitto od avanzo e 2) interesse; dando di ognuno dei due significati appropriato esempio.

 

 

All’autrice, al direttore delle ricerche condotte intorno ai manoscritti medicei prof. Gras, ed a tutti i suoi collaboratori lode amplissima per l’opera già compiuta ed incoraggiamento vivo a proseguirla a vantaggio degli studi.

 

 

Fausto Nicolini, L’Europa durante la guerra di successione di Spagna, con particolare riguardo alla città e regno di Napoli“. Primo vol. R. Deputazione napoletana di storia patria, Napoli, 1937. In ottavo di pp. 550. L. 60.

 

 

L’opera, pubblicata sotto gli auspicii, il che vuol dire a spese, del Banco di Napoli, perciò grandemente benemerito dei buoni studi storici, poteva essere scritta solo da quel dotto uomo e scrupoloso erudito che è Fausto Nicolini. Per ora si tratta di una cronaca quotidiana degli accadimenti di Napoli e di fuori Napoli dal 13 maggio 1700 al 28 febbraio 1701. Seguiranno altri volumi sino al 1714; e tutti lavorati nella stessa maniera, sulle relazioni che gli ambasciatori, i residenti ed i consoli veneti inviavano al Senato da Napoli massimamente, e dalle altre corti europee, esclusa quella ottomana. Il Nicolini non riproduce letteralmente le relazioni, sempre verbose, assai volte infarcite di particolari oziosi e di ripetizioni, dei residenti; ma le riassume trascegliendo i fatti più significativi. C’è un po’ di arbitrio nel metodo; ma come l’arbitrio di un sapiente allieva la fatica del lettore e dello studioso! Al solito – il solito, s’intende, proprio del Nicolini – abbiamo una ricchezza di note e di indici da sbalordire: note sulle fonti e sugli autori delle relazioni; indice dei nomi e delle cose, indice analitico dei dispacci distinti per stati e per relatori. Poiché il testo è invece strettamente cronologico e cronachistico, il lettore può maneggiare il volume sotto quanti rispetti gli piaccia meglio. L’economista alla voce “Spagna” vede riferimenti a: commercio con l’Inghilterra, debiti interni, debiti verso l’Olanda, verso Vittorio Amedeo Secondo di Savoia (il quale riesce a contrattare il

 

matrimonio della figlia col nuovo re di Spagna con non altra dote fuori dei suoi “pretesi” crediti verso la corte di Madrid), donativi straordinari, esportazione della lana, finanze, erario, fiscalismo (quello francese, ben più aspro dello spagnuolo), galeoni carichi d’oro e d’altre merci provenienti dall’America spagnuola, marina mercantile, mercanti anglo-olandesi, tributi sugli ecclesiastici. Se egli guarda alla voce “Napoli città” vede riferimenti a mercati, negozianti, prezzi, rincaro della vita, sapone; se a “Napoli regno” ad: adoa, arrendamenti (appalti) dell’olio, contrabbando in genere e dell’olio, esportazione, fisco, gabelle della farina e del tabacco, imposta sulle finestre, incameramento delle rendite dei forestieri, marina mercantile, monete, proprietari di oliveti. Quanti bei spunti in questi indici! e come essi invogliano a ritornare sul diario con curiosità, soventi non soddisfatta con uguale frutto di istruzione dalla lettura delle gazzette del tempo nostro!

 

 

La Cassa di risparmio in Bologna nei suoi primi cento anni. Note riassuntive degli atti. Stabilimenti tipografici riuniti, Bologna, 1937. In quarto di pp. none – 483. S. i. p.

 

 

Altra delle pubblicazioni le quali in anni recenti si sono susseguite a celebrare il centenario della fondazione avvenuta nel secolo scorso delle casse di risparmio italiane. L’on. Masetti attuale presidente richiama il manifesto dettato nel 1837 dal conte Marchetti, il quale si chiudeva affermando “l’incontrastabile verità che l’uomo amante dell’economia si tiene lontano dal vizio e val quasi a dire è laborioso, vigilante e fedele”. Codesti virtuosi uomini dettero incremento ai risparmi così.

 

 

Gli avvenimenti politici esercitarono un contraccolpo grosso solo in principio: dal 1847 al 1848 il credito dei depositanti diminuisce quasi del 30 per cento. In seguito né l’annessione al regno d’Italia, né la guerra del 1866, né la caduta della destra si riflettono sull’andamento dei depositi; una lieve flessione dal 1849 al 1896 nel più forte della depressione agricola, un’altra lievissima dal 1913 al 1914 all’inizio della guerra mondiale; una piccola discesa nel numero dei depositanti dal 1931 al 1932 nel più duro momento della crisi ultima, ecco tutto. L’ascesa è altrimenti continua. A valutarla esattamente, occorrerebbe, impresa sempre dubbia, ricalcolare i valori secondo un unico metro monetario. Al saggio legale della nuova lira, i 564,7 milioni di lire del 1937 si ridurrebbero a 91,1 milioni delle stesse lire dell’anteguerra e l’aumento risulterebbe del 34 per cento in confronto alla consistenza della fine del 1913; aumento in 24 anni notevole, se pure minore di quello dell’87 per cento che si ebbe nel diciassettennio dal 1896 al 1913, che forse fu il tempo del più rapido avanzamento economico verificatosi dopo l’unificazione. Ma nell’ultimo periodo si sostenne l’urto della guerra mondiale, si passò attraverso una gravissima crisi sociale, e si condusse una grande impresa coloniale. Se, nonostante le due prove, il popolo minuto e medio ancora risparmia, vuol dire che la nazione aveva fatto le ossa e gli uomini avevano imparato davvero ad essere, come auspicava il manifesto del 1837, laboriosi, vigilanti e fedeli.

 

 

Il magnifico volume, redatto a guisa di cronaca minutissima, è adorno di belle fotografie, di diagrammi e tabelle statistiche; e contiene notizie, oltreché sulla storia della Cassa, su le iniziative e le opere le quali dalla Cassa furono aiutate e promosse.

 

 

Nuova collana di economisti stranieri ed italiani diretta da Giuseppe Bottai e Celestino Arena. Quarto vol. “Economia pura” a cura di Gustavo Del Vecchio. U.T.E.T., Torino, 1937, In ottavo di pp. trentunesime – 837. L. 85.

 

 

Non si capisce perché il curatore abbia voluto, nella sobria introduzione, sminuire il valore della scelta da lui fatta tra le tante opere le quali gli si offerivano scusandosi di aver dovuto contemperare e nel presente volume in parecchi casi anteporre le ragioni di natura editoriale e pratica a quelle scientifiche. Non si antepone invero niente quando si riconosce l’inutilità di ritradurre i Cournot, i Walras ed i Jevons che erano già stati stampati nella precedente “Biblioteca dell’economista”, o di ristampare opere italiane di Pantaleoni, di Pareto e di Barone le quali corrono in edizioni divulgate tra gli studiosi. Il vero problema è: qualcuna delle 800 pagine in che si contiene il presente volume fu destinata ad opere estranee all’economica pura o di secondario interesse? A me par di no. Quando un volume contiene tre opere fondamentali celebratissime, come Il metodo nella scienza economica di Carlo Menger, la Psichica economica di F. Y. Edgeworth e L’economia matematica di V. Pareto ed attorno ad esse si raccolgono scritti di prim’ordine come: Nuovi metodi di misura dell’utilità marginale di R. Frisch, La legge del valore secondo la dottrina dell’utilità limite di D. Berardi, La «Teoria dell’economia politica» di Jevons di A.A. Young, i saggi su “La produttività crescente e l’impresa rappresentativa” di P. Sraffa, D. H. Robertson e G. F. Shove, «Il concetto di equilibrio nella teoria economica» di H. Mayer e la «Teoria dell’utilità marginale» di P. N. Rosenstein-Rodan, io dico che la scelta non ha ubbidito affatto ad esigenze editoriali e pratiche, ma si è inspirata esclusivamente a criteri scientifici. Compito facile per il curatore sarebbe stato fabbricare un volume di 5.000 pagine, non quello affidatogli di ridurre le possibili 5.000 a bene scelte 800 pagine. Avanti chi, entro quei limiti, ha qualche suggerimento di sostituzione in meglio! Se ci mettiamo in vena di sofisticare, ad ognuno di noi viene in mente un qualche scritto che ci sarebbe piaciuto di veder figurare nel volume. Ma se ci poniamo il successivo quesito: al luogo di quale scritto accolto collocheremmo quello da noi preferito? dobbiamo onestamente concludere che Del Vecchio ha messo insieme un bello e solido strumento di lavoro scientifico, ed augurare che i giovani e, perché no?, gli anziani sappiano su queste pagine meditare.

 

 

Gaetan Pirou, Les nouveaux courants de la théorie économique aux Etats Unis. Les Editions Domat – Montchrestien, Paris, 1937. In ottavo: Terzo fasc., De l’économie statique à l’économie dynamique, pp. 275-3, Fr. 60. – Quarto fasc., De l’économie spontanée à l’économie dirigée, pp. 162. Fr. 45.

 

 

Sono i fascicoli terzo e quarto di un corso di lezioni tenute alla “Scuola pratica di alti studi” intorno alle nuove correnti della teoria economica negli Stati Uniti. Nel primo fascicolo l’a. aveva discorso delle teorie del Veblen, del Clark junior e del Moore; il secondo aveva per iscopo di mostrare come e perché l’istituzionalismo moderno si oppose al razionalismo classico e faceva capo sovratutto alla persona ed all’opera di John R. Commons. Il fascicolo terzo descrive il passaggio dall’economia statica a quella dinamica; ed il suo contenuto è imperniato perciò sulle opere di W. C. Mitchell. Il quarto fascicolo, più breve di mole, esamina le dottrine di politica economica che furono da uomini politici e pubblicisti svolte sulla base delle teorie che avevano formato oggetto di indagine scientifica nei fascicoli precedenti.

 

 

La contesa antica fra deduttivisti e induttivisti, fra razionalisti e sperimentalisti, fra astrattisti e storicisti è risorta negli Stati Uniti ed ha per campione, tanto per far due nomi Knight e Mitchell; od ancora gli economisti matematici walrasiani e gli econometristi i quali vorrebbero dalla trattazione analitica delle serie statistiche, oramai abbondantissime, ricavar leggi empiriche dei prezzi. Le lezioni, informatissime, del Pirou ci consentono di seguire in tutti i suoi flussi e riflussi e nelle correnti contrastanti e molteplici, il rifiorire americano dell’antica contesa. In conclusione, egli non ritiene che le due schiere avversarie siano così lontane come esse immaginano. I neo-classici, della scuola austriaca o di quella di Losanna, avevano costituito schemi astratti e generalissimi, sia per rappresentarci la sezione, fotografata in un attimo, supposto fermo o in equilibrio, del mondo economico, sia per descriverci il mondo medesimo nel suo moto o disquilibrio continuo. Erano schemi magnifici, ma troppo generici per non lasciare nell’animo del lettore un senso di insoddisfazione. Il quale venne crescendo a mano a mano i minori adepti sottilizzarono e sofisticarono e complicarono gli schemi con ipotesi arbitrarie, riducendosi a moltiplicare, con noia inenarrabile dei lettori, meri esercizi scolastici. La rivolta era inevitabile. Istituzionalisti, empiristi, statistici, econometrico – statistici negarono valore alle teorie astratte e si gettarono sui fatti: sulle istituzioni, sull’ambiente, sulle leggi coattive, sulle serie statistiche. Invocarono la concretezza, chiesero la formulazione di leggi atte a raffigurare la realtà concreta. Taluno aggiunse: leggi atte a raffigurare le tendenze prossime. Qui fu la prima disfatta. Quando, per soddisfare alla domanda del pubblico ansioso di conoscere il futuro, si impiantarono uffici di previsione economica, le estrapolazioni delle curve tendenti verso l’alto guidarono bene, sinché il ciclo volse verso l’alto. Quando il vento, nel 1929, voltò, fu un gran rovinio d’uffici di previsione e con essi di empiristi economici. Le curve empiriche dei prezzi costruite per il tempo dal 1920 al 1930 valgono esattamente a raffigurare i fatti accaduti tra il 1920 ed il 1930, non un attimo più in là. La storia non si ripete. Codesti economisti scrivevano libri di storiografia, non di economica. Furono utilissimi, per attrarre l’attenzione degli economisti alla realtà ed indurli ad applicare i loro strumenti logici alla interpretazione di questa. Il Pirou sente l’anelito oggi universale verso la sintesi dei due metodi. Costruir leggi economiche è affare di ragionamento. Ma la mente raziocinante può ragionar bene partendo da premesse insulse o irrilevanti. Perché i risultati siano rilevanti, occorre che il ragionatore tragga prima le premesse dalla realtà e saggi poscia le conclusioni alla cote della realtà. I fatti, la storia, le istituzioni, i dati statistici devono prima offrire al ragionatore gli spunti, i suggerimenti, le premesse per il ragionamento; e poscia il mezzo per verificare se, ragionando, e ragionando bene, egli non abbia sbandato nel vano, nel futile, nello scolastico. Perché, per tenerci a cose italiane, scritti pienamente soddisfacenti come “Caduta del Credito mobiliare” (in “Studi storici di economia”, Bologna, 1938) di Pantaleoni, le “Relazioni fra commercio internazionale, cambi esteri e circolazione monetaria in Italia nel quarantennio 1871 – 913 di Jannaccone (in “Prezzi e Mercati”, Torino, 1936), e “Le vicende del marco tedesco” (in “Annali di Economia”, Milano, 193 ) di Bresciani – Turroni sono così rari? Chissà perché domeneddio ha fabbricato tanto poche teste ben fatte?

 

 

Leon Walras, Abrégé des éléments d’économie politique pure. Précédé d’un avertissement et révisé par le soins de Gaston Leduc. Paris, R. Pichon et R. Durand – Auzias, 20, rue Soufflot (et Lausanne, F. Rouge et C.ie), 1938. Un vol. in ottavo di pp, 4 s. n. – 399, s. i. p. Quando i signori Pichon e Durand – Auzias, i quali avevano recentemente ripubblicato gli Etudes d’économie politique appliquée” e gli Etudes d’économie sociale del Walras, si sono trovati dinnanzi al quesito, posto dal prof. Leduc, dell’università di Caen, il quale aveva curato l’edizione di quegli scritti, della scelta fra la ristampa pura e semplice degli Eléments d’économie politique pure ou théorie de la richesse sociale, con i quali l’a. aveva inteso presentare compiuta l’opera sua scientifica e la pubblicazione in prima edizione di un inedito Abrégé di quei medesimi Eléments, non esitarono. Scelsero l’inedito, che il Walras medesimo in un Avantpropos così presentava al pubblico: «Il presente riassunto è stato ottenuto molto semplicemente con qualche taglio operato nel corpo degli Eléments d’économie politique pure e con la sostituzione delle dimostrazioni esclusivamente geometriche contenute nella prima appendice di quest’opera (gli Eléments) a quelle analitiche del testo…. Il riassunto è divenuto così un corso elementare d’economia pura razionale, il quale non richiede, in fatto di cognizioni matematiche, che la geometria, l’algebra e le prime nozioni di geometria analitica a due dimensioni ed è suscettibile di essere seguito non solo nelle università, ma in tutti gli stabilimenti d’istruzione secondaria: collegi, scuole professionali industriali e commerciali».

 

 

Il Walras, come già il Cournot, era grandemente preoccupato dalle difficoltà che la diffusione del suo libro maggiore incontrava a causa delle cognizioni matematiche di cui la sua lettura supponeva il possesso.

 

 

Come già il Cournot aveva tentato, con scarso successo, di tradurre l’opera sua famosa in una nuova redatta in lingua ordinaria e poi di riassumerla ancora in terza redazione, così il Walras volle compiere negli ultimi tempi la fatica, più che di un riassunto, di una versione del suo libro capitale, dal linguaggio analitico a quello più semplice geometrico. Spinto alla teoria pura da ideali di riforma sociale, antico redattore di giornali d’avanguardia, il Walras ubbidiva alla preoccupazione, spesso non sentita dagli economisti puri, di far giungere i risultati delle sue indagini scientifiche anche agli uomini della vita pratica. Che l’apparato analitico delle sue dimostrazioni non fosse inteso dagli economisti teorici era per lui motivo di rammarico; ma più gli doleva che le verità da lui scoperte non fossero apprezzate da chi poteva farne applicazione a problemi concreti.

 

 

Di qui lo sforzo inteso a semplificare l’esposizione delle sue teorie. Costretto a rinunciare a qualche dimostrazione più complessa fornita negli Eléments, egli si consola pensando che la sua trattazione è ancora, ad ogni modo, «ben più esatta e più completa» delle trattazioni correnti. Direi che l’esigenza di essere compresi da tutti coloro i quali posseggono soltanto i primi rudimenti della logica è propria degli economisti veramente grandi. Essi sentono che il loro compito non è quello di compiere esercizi astratti in logica pura. L’economica è, sotto tale rispetto, un ben povero surrogato delle scienze matematiche propriamente dette. Walras, tutta la vita, ha discusso di imposte, di regimi fondiari, di sistemi monetari. L’economia pura era, per lui, una introduzione allo studio di fatti concreti. L’ultima fatica da lui compiuta per gittare un ponte fra la teoria pura e le applicazioni pratiche è la nuova redazione dei “principii” sulla base di raffigurazioni diagrammatiche, prima relegate in appendice. Egli riscrive perciò nuovamente i “principii” che per ben quattro volte aveva già rifatto e perfezionato; e stavolta li riscrive rifacendo il cammino a ritroso. Al luogo del metodo e del simbolismo analitico Walras si adatta ad usare il meno perfetto metodo geometrico di esposizione, pur di farsi comprendere da maggior numero di lettori. Rinuncia a chiarire taluni punti, riserva la discussione, ad esempio, dei surrogati ad un grado superiore di trattazione, pur di far presa su taluno a cui altrimenti le sue parole non sarebbero giunte. Di averci fatto conoscere un Walras veramente grande, perché desideroso di essere capito anche dagli umili, dobbiamo essere grati al curatore prof. Leduc ed ai benemeriti editori.

 

 

Enrico Barone, Le opere economiche, Terzo vol. “Principii di economia finanziaria”. Zanichelli, Bologna, 1937. In ottavo di pp. XI – 553. Prosegue, a cura dell’Istituto di politica economica e finanziaria dell’università di Roma, il che vuol dire di Alberto de’ Stefani, la pubblicazione amorosa di scritti dei grandi economisti italiani della passata generazione. Ai due volumi, già qui annunciati (cfr. il quaderno del dicembre 1936) delle opere di Barone ed al primo di Pantaleoni (“Studi storici di economia”) si aggiunge ora il terzo di Barone. Esso, ci spiega la curatrice Adriana Piperno, riproduce il testo del corso tenuto nel 1911-12 presso l’Istituto superiore di studi commerciali ed amministrativi di Roma. In esso era incluso il testo dei tre saggi pubblicati nel “Giornale degli economisti” del 1912 ed intitolati “I redditi e la pressione tributaria”, “Teoria generale dell’imposta” e “La traslazione dell’imposta”. Al corso del 1911-12 furono aggiunte: 1) i grafici riprodotti dall’atlantino del Giornale; 2) le note matematiche dello stesso giornale che l’a. non aveva incluso nel testo per gli studenti; e 3) in appendice due capitoli su la guerra e la finanza e su le nostre finanze e la guerra tratti dall’ultimo corso di dispense. Abbiamo, con queste poche aggiunte dell’appendice, un testo del Barone quale egli l’aveva voluto in un dato momento della sua vita. Nel volume dei “Principii di economia politica”, essendosi voluto tener conto delle edizioni precedenti a quella delle dispense dei corsi 1920-21 e 1922-23 messa a base della stampa, era nata una certa complicazione di virgolette, asterischi e parentesi quadre che non agevolava la lettura del libro. Bisogna confessare che talvolta gli autori si adoperano del loro meglio a preparar dispiaceri ai curatori postumi, col tanto correggere e tagliare e rifare, per ragioni non sempre comprensibili.

 

 

Tutto sommato parmi che le regole seguenti siano le migliori: a) non mettere le mani negli scritti così come furono lasciati dall’autore; epperciò non rifare “il” trattato a cui l’a. aspirava, se egli non riuscì a compilarlo. Nessuno oggi usa un trattato di trenta o cinquanta o cento anni fa a scopi di scuola o di cultura generica; ed i pochi o molti, i quali leggono gli scritti dei classici, amano leggerli tali quali uscirono dalla penna dell’a.; b) riprodurre una edizione, per lo più l’ultima, ma talora la prima; quella e non parecchie insieme; c) se occorre e se la diversità è notevole, riprodurre la prima e l’ultima separatamente l’una dall’altra; d) fatta la scelta, il testo segua fedelmente ed esclusivamente l’edizione preferita, cacciando in nota o in appendice tutte le varianti. Nel caso presente, la curatrice ha seguito per i principii di scienza finanziaria la regola d; per i principii di economia politica l’ha alquanto complicata reintroducendo, con le dovute segnalazioni, nel testo i brani che erano dall’a. stati tolti nella edizione messa a base della ristampa. Probabilmente, se la Piperno si fosse attenuta alla regola d, il numero delle varianti in calce di pagina sarebbe cresciuto assai. Non me ne sarei doluto; ma comprendo come il fastidio del guardar ad ogni tratto a piè di pagina sia parso alla curatrice il male maggiore da evitare. Comunque, il punto essenziale è che si sia evitato lo scoglio principale a, che è la tentazione, a cui soggiacque la curatrice delle “Lezioni” di Ferrara, di ricostruire il trattato che Ferrara non scrisse mai; togliendoci così il piacere massimo, che sarebbe stato di leggere Ferrara in ordine sparso, nei suoi tentativi successivi di toccare una meta, la quale gli sfuggiva. Chiudo in fretta, perché sento di rendermi colpevole, sofisticando e querelandomi, di grave ingiustizia verso codeste curatrici benemeritissime per la fatica durata nel ridonarci scritti capitali per la costruzione della scienza economica, rimasti inediti o divenuti quasi introvabili!

 

 

Paul Harsin, L’université de Liege: 1817-1935. Introduction et annexes du “Liber memorialis” 1867-1935. Primo. Duculot, Gembloux, 1936. In ottavo di pp. 191, S. i. p.

 

 

Il chiaro storico ed illustratore dei fatti e delle dottrine monetarie, l’editore di Law e di Dutot ha compiuto qui opera filiale di rievocatore delle vicende dell’insegnamento superiore e particolarmente dell’università liegese dal 1817 al 1935. Rilevo i nomi degli economisti, i quali professarono a Liegi: Emilio de Laveleye, pubblicista, letterato, storico delle economie primitive inaugurò la serie nel 1864, insegnando sino al 1892. Dopo di lui la cattedra (nella facoltà guridica) fu occupata da Ch. Dejace (1886-1892), da E. Mahaim (1892-1935) ed ora è tenuta da L. Dechesne (1935). Ma il Laveleye, il Mahaim ed il Dechesne insegnavano anche economia industriale, politica e sociale nella facoltà tecnica o scuola di ingegneria; e nella facoltà giuridica sorgevano cattedre specializzate per la preparazione ai dottorati in scienze politiche sociali ed amministrative: economia politica (corsi speciali): Ed. Van Der Smissen dal 1893 al 1926 ed L. Dechesne dal 1926; storia economica: G. Kurth dal 1893 al 1896 ed Ed. Crahay (a cui è affidata la sociologia) dal 1896; statistica: E. Mahaim dal 1893 al 1923 ed A. Julin dal 1924 al 1935; scienza delle finanze: Ed. Van der Smissen dal 1893 al 1926 ed F. Casters dal 1926. L’istituzione della scuola speciale di commercio annessa alla facoltà giuridica, ma con autonomia crescente, moltiplica gli insegnamenti. Quello di economia politica generale, affidato, finché vissero, al Dejace ed al Mahaim, dal 1935 è impartito dall’Harsin, il quale dal 1928 era titolare, nella facoltà di filosofia e lettere, del corso fondamentale di “istituzioni dei tempi moderni”. Corsi speciali sono dettati da Van der Smissen (1906-26) e Dechesne (1926). L’economia e la legislazione coloniali, insegnate prima (1900-1923) dal Mahaim, sono ora dettate dal Dellicour (1924). Dejace (1906-1926) ed ora Dechesne danno lezioni sulla storia contemporanea del commercio e dell’industria; Mahaim (1906 – 1923) e Julin (1924 – 35) di statistica e statistica commerciale (Dechesne, 1926). La finanza pubblica ebbe a insegnante Van der Smissen (1906 – 26) ed ora Costers (1926); e quella privata (circolazione e credito) L. Moreau dal 1926.

 

 

Nel Belgio il dottorato legale è diverso da quello scientifico; epperciò se i dottori in legge con diploma legale oscillano dal 1869 al 1934 fra un minimo di 16 ed un massimo di 67, quelli con diploma scientifico da 1884 al 1934 vanno da 1 a 6 all’anno; e negli anni dopo il 1930 stanno fra 1 e 3. Il dottorato in scienze politiche sembra ora puramente scientifico: tra il 1885 ed il 1895 si licenziano da 2 ad 8 dottori all’anno; nessuno tra il 1896 ed il 1923; 1 nel 1924 ed 1 nel 1928. Ancor più rari i nuovi dottori in scienze sociali: 1 nel 1898, 1 nel 1906, 2 nel 1926 ed 1 nel 1934. Se, dappertutto, si potessero abolire, trasformandoli in “licenze”, i dottorati legali o professionali, e ridurre ad un minimo i dottorati scientifici, un gran passo sarebbe fatto a prò della serietà degli studi. Il volume, preciso, documentato, ricco di dati statistici, si legge con vivo interesse.

 

 

David Supino, Arti grafiche Pacini Mariotti, Pisa, (1937), in ottavo di pp. 47. s. i. p.

 

 

Due commemorazioni, del rettore D’Achiardi e del prof. Mossa, il curriculum vitae (1850-1937) dell’insigne commercialista e sovratutto la bibliografia in 181 numeri dei suoi scritti raccomandano questa sobria pubblicazione all’attenzione degli economisti. Ripetutamente il Supino si occupò di fatti rilevanti per la economia, scrivendo del diritto di sconto, delle borse, della disciplina dei prezzi, dei titoli di stato e titoli azionari e della speculazione sulle differenze.

 

 

F. R. COWELL, Brief Guide to Government Publications. H. M. Stationary Office, London, 1938, ottavo, pp. 44. Prezzo 3 d. Id., Guide to current Official Statistics of the United Kingdom. Sedicesimo vol., 1937. H. M. Stationery Office, London, 1938. In ottavo di pp. 406. Prezzo 1 scellino (1 sc. 5 d. franco di porto).

 

 

Nell’opuscolo del Cowell si richiama l’attenzione sulla importanza e sulla varietà delle pubblicazioni, che, in numero di 5.000 a 6.000, escono ogni anno dalle officine di stampa del governo inglese. Per le pubblicazioni relative ai problemi economici e sociali deve essere consultato il volume che ogni anno vien fuori col titolo “Guide to Current Official Statistics” ed è edito, come tutti gli altri, dall’H. M. Stationery Office (Adastral House, Kingsway, London W. C. 2). Nessun rapporto o inchiesta o pubblicazione ufficiale può oggi far a meno di statistiche, sicché nella “Guide” si trova l’indicazione di tutto ciò che può interessare l’economista, con dati precisi sul contenuto, la mole, il prezzo ecc. Allo storico dell’economia interessano particolarmente, nota il Cowell, i rapporti intorno alla crisi sociale ed economica della rivoluzione industriale del principio del diciannovesimo secolo. Nell’opuscolo utilissimo qui annunciato sono indicati i cataloghi esistenti ed i modi di procacciarseli.

 

 

Giuseppe Frisella-Vella, La funzione economico sociale della proprietà. Studio editoriale moderno, Catania, 1938. In ottavo di pp. 95 su due colonne. L. 6.

 

 

La proprietà fondiaria, il lavoro, l’impresa, sono guardati nelle loro trasformazioni storiche. Il punto critico sembra in ogni capitolo fissato dalla rivoluzione francese, la quale avrebbe messo in rilievo l’individualismo, il diritto assoluto di proprietà, l’impresa libera in concorrenza. Il successivo svolgimento pare sorto dalla reazione dei proletari, dei quali la libertà politica deluse le speranze. La tesi, a cui l’a. dà contributo di sue osservazioni, è in contrasto con altre, pure correnti. I cattolici da tempo accusano i principii della rivoluzione di condurre logicamente e necessariamente, non dunque per antitesi, al comunismo; e trovano oggi consenso e perfezionamento nelle correnti corporativistiche italiane e socialnazionalistiche tedesche. Il problema merita di essere studiato con rigore di metodo storico. Barker (in “La concezione romana dell’impero”) vede anch’egli la rivoluzione francese sboccare nell’annientamento dell’individuo; e fa risalire invece al non – conformismo puritano l’asserzione di un limite all’onnipotenza dello stato.

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