Replica ai collaborazionisti

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 17/09/1922

Replica ai collaborazionisti

«Corriere della Sera», 17 settembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 846-850

 

 

 

I socialisti collaborazionisti si sono arrabbiati perché ci ostiniamo a non parlare soltanto male della borghesia. Finché noi diciamo che tra i borghesi ed i capitalisti ci sono non pochi e diciamo pure, se ciò fa ad essi piacere, molti pessimi borghesi ed ingordi capitalisti, i quali assaltano il pubblico erario con domande di protezioni doganali o di sussidi e premi alla marina mercantile o di prestiti di favore o di ordinazioni a prezzo superiore a quelli di mercato, i socialisti collaborazionisti fanno i ciechi ed i sordi. Essi vorrebbero avere o dar da bere ai proprii seguaci di avere il privilegio delle campagne per la moralità, per la parsimonia, per la ricostruzione e dalle nostre campagne traggono argomento a due sole specie di conclusioni: l’una è che, se persino il «Corriere» è «costretto» a criticare qualche atto della borghesia, questa deve proprio essere intimamente marcia e spacciata; e l’altra è che nel nostro campo noi siamo una voce clamante nel deserto, che invano noi tentiamo di risuscitare la coscienza liberale nella borghesia, che questa, tutta affaccendata nelle proprie faccende, non si «occupa minimamente degli interessi generali e per quattro soldi è disposta a vendere tutte le teorie del liberalismo classico e tradizionale». Ed i più sguaiati non si peritano di aggiungere che il nostro è un liberalismo per la vetrina, inteso a tener buona la pubblica opinione, mentre dietro le quinte i pescicani si spartiscono il bottino.

 

 

Questa brava ed onesta e cortese qualità di critici si allarma soltanto quando noi non parliamo male, in ogni occasione, dei fascisti e facciamo qualche non sfavorevole giudizio sulle loro azioni. Vorrebbero che noi non ci accorgessimo che Corgini e Rocca hanno esposto un programma finanziario ragionevole e non li lodassimo per quel che di buono essi hanno scritto. Perché costoro sono fascisti, non dovrebbero essere capaci di studiare e di accorgersi che le antiche dottrine liberali potevano essere una fonte a cui anche un giovane partito aveva interesse ad abbeverarsi. Similmente dovrebbe essere vietato ai liberali di compiacersi che le loro dottrine conservino ancora tanta potenza d’attrazione da imporsi ai partiti d’azione. Ce ne compiacciamo invece, nel modo stesso e per la stessa ragione per cui vivamente ci dispiace che altri fascisti in altre occasioni o in altri luoghi, rubino il mestiere ai socialisti, imponendosi ai prefetti ed al governo perché siano concessi subitamente e disordinatamente lavori pubblici, costringendo industriali e proprietari di terre ad impiegare disoccupati quando non ne hanno la convenienza o ad accettare cosidetti imponibili di mano d’opera, il che in massima vuol dire fare il massimo sforzo per ottenere il minimo risultato. Bisogna che i collaborazionisti se ne persuadano: quel che ci dispiace in essi è proprio ciò di cui essi più si vantano: il persistente ed insopprimibile spirito socialista; il medesimo spirito che vivamente ci dispiace e che noi denunciamo, dovunque ci accade di incontrarlo, nei borghesi e nei fascisti. Quei borghesi, i quali chiedono protezioni per le industrie e sussidi per i cantieri navali, sono socialisti; quei fascisti i quali nel ferrarese o nel senese impongono lavori pubblici od imponibili di mano d’opera, sono anch’essi intimamente socialisti; epperciò ci dispiacciono e consideriamo come esiziali queste loro azioni. Ma c’è questa differenza fondamentale tra i borghesi ed i socialisti da una parte ed i collaborazionisti dall’altra: che i primi fanno del socialismo contro natura, accidentalmente, ed in ogni modo tradendo lo spirito della loro dottrina; di guisa che, a buon diritto, noi li possiamo proclamare, in quanto così operano, transfughi della borghesia e del liberismo. Borghese e liberale e fascista è solo colui che è figlio delle proprie opere, che non mette le mani nella tasca degli altri, servendosi dello stato e fabbricando leggi di spogliazione. Un protezionista è, per definizione, socialista. Crede nello stato e non in se stesso; è ingenuamente o fintamente persuaso che il legislatore debba venire in aiuto della sua incapacità. Chi pensa ed opera così ha un bell’essere a capo di un’azienda industriale e possedere milioni. Quegli è, nel fondo del suo cuore, un socialista purissimo; né più né meno di quei borghesi socialisti i quali arzigogolano sofismi per mettere d’accordo la loro ostentata fede socialista con il possesso di ricchezze e l’uso di belle cose, di case montate con lusso, di servitori numerosi.

 

 

Ma i collaborazionisti sono la quintessenza del socialismo; assai più socialisti dei massimalisti e dei comunisti. Costoro progettano e pensano sciocchezze enormi, le quali appunto per la loro enormità indignano l’opinione comune e si rendono inattuabili. Nel fondo della loro anima, essi tengono più alla enormità ed alla inattuabilità dei loro postulati che non al socialismo ed al comunismo; perché essi desiderano sovratutto di avere un nemico da combattere, una testa di turco da vilipendere. Chiamati ad attuare il loro ideale, se ne spaventerebbero, ovvero si demolirebbero subito da sé. I collaborazionisti sono la specie più astuta e pericolosa del socialismo; quella che si insinua nelle fessure dell’edificio sociale ed a poco a poco lo avvelena e lo strozza. Essi agiscono nello stato ed attraverso allo stato; tentano di impadronirsi dei congegni elettorali, amministrativi e politici per trasformare a poco a poco la società presente secondo i loro ideali. Perché noi, che repugnamo da quegli ideali e li consideriamo una sciagura per il paese e per il proletariato, non dovremmo dire che proprio essi, insieme con le peggiori forze della borghesia, sono i massimi colpevoli di quel che c’è di male nella vita politica e sociale italiana nel momento presente? Si badi bene: «colpevoli di quel che c’è di male»; il che non vuol dire che tutto sia male nell’Italia presente. Anzi noi siamo ottimisti; e siamo persuasi che le forze sane del paese sono destinate a pigliare e stanno già pigliando il sopravvento sulle forze distruttive.

 

 

Ma chi ci trattiene al basso? Quelle stesse forze le quali hanno dato ad un popolo, il quale aveva vinto gloriosamente il nemico, il senso ingiusto e falso della disfatta. Se i fatti non mentono, noi eravamo usciti dalla guerra, al momento dell’armistizio, con una circolazione enormemente inferiore all’attuale, e con un bilancio il quale poteva essere sanato in un tempo non lunghissimo. E come si chiamarono le cause le quali crebbero la circolazione, ed oggi prolungano il disavanzo? Regime politico del pane, mantenuto da borghesi pavidi dinanzi alle urla, alle minacce ed all’ostruzionismo dei socialisti, compresi quei collaborazionisti che oggi vorrebbero affibbiare tutte le malefatte del cambio alto e del disavanzo alla guerra. Regime politico delle ferrovie, dovuto ad una stravagante applicazione delle otto ore ed alla distruzione della disciplina, subite dalla classe politica dirigente intimorita dalle minacce di sciopero dei sindacati rossi ed all’imperversare verbale dei socialisti parlamentari, anche collaborazionisti. Regime politico della marina mercantile, per cui la collaborazionista «Giustizia», si degna di ammettere che nei deputati socialisti esiste «la preoccupazione che i denari elargiti dallo stato alla marina mercantile non vadano tutti a profitto dei pescicani dell’industria navale, ma avvantaggino, in equa misura, anche il consorzio metallurgico costituito fra operai». Precisamente quello che sempre sosteniamo noi, il cui solo torto è di aggiungere sommessamente che rappresentanti dei cantieri e collaborazionisti, auto erettisi a difensori degli operai, si assomigliano come due gocce d’acqua nel chiedere prima l’ingiusto danno dello stato, del paese e dei lavoratori e nello sputare poi nel piatto in cui hanno mangiato. Regime politico delle imposte, rispetto a cui i soliti borghesi spauriti delle varie democrazie e del popolarismo hanno immaginato di riuscire a propiziarsi il socialismo perpetrando ogni sorta di spropositi contro le classiche dottrine finanziarie, alzando le aliquote, confiscando redditi e patrimoni e successioni, per finire con lo stringere un pugno di mosche. Ma se in questo campo i collaborazionisti possono vantarsi di aver unicamente assistito indifferenti all’anfanare dei politici borghesi, sono proprio essi che allontanano il momento della riforma tributaria, con la pretesa che nessun operaio, neanche se ottimamente pagato, neanche se fruente di redditi superiori, tenuto conto di ogni coefficiente di disoccupazione e di malattie, a quelli di impiegati, professionisti, negozianti, piccoli industriali, sovraccarichi di tributi, sia colpito da imposte dirette sui redditi. È di ieri la relazione Matteotti sul bilancio dell’entrata, pregevole per altri rispetti e giustamente intesa a chiedere ad altre classi equi sacrifici tributari; la quale su questo punto della tassazione dei salari manifesta la sua recisa avversione. Ma se i socialisti collaborazionisti non lasciano tassare i salari neppure per la parte eccedente il minimo imponibile generale, perché i popolari dovrebbero lasciar tassare la loro clientela agricola? E non è forse la facile combutta dei due partiti di massa e la segreta speranziella dei borghesi della democrazia di ottenere con l’astuzia lo stesso risultato per i bottegai ed i professionisti, l’ostacolo più formidabile al risanamento del bilancio dal punto di vista delle imposte?

 

 

È dai salassatori borghesi dello stato e dai socialisti che derivano i soli seri impedimenti al pareggio del nostro bilancio e noi ci sentiamo egualmente lontani dagli uni e dagli altri e non possiamo rinunciare a denunziare alla opinione pubblica le loro gesta.

 

 

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