Repressione o sorveglianza con partecipazione ? (a proposito delle sorprese estive nelle bische)

Tratto da:

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 04/08/1912

Repressione o sorveglianza con partecipazione ? (a proposito delle sorprese estive nelle bische)

«Corriere della sera», 4 agosto 1912

 

 

 

La stagione estiva ha dato luogo, come di solito in tutti gli anni, a parecchie sorprese della polizia nelle bische private che fioriscono nei luoghi di cura e di divertimento. A differenza degli altri anni, furono stavolta più frequenti i plausi all’autorità pubblica per il suo intervento e le invocazioni ad una più efficace e sovratutto continua repressione del giuoco clandestino. Nella pubblica stampa due principalmente furono le vedute messe innanzi: o la repressione continua, esercitata tutto l’anno e su tutte le numerosissime bische che sono note alla polizia in guisa da non dare tregua alcuna a biscazzieri e giuocatori: ovvero la regolamentazione del giuoco, che verrebbe esercitata sotto la sorveglianza della pubblica autorità, in guisa da renderne minimi i danni alla morale e alla gioventù ed a trarre un non spregevole provento fiscale per il tesoro dello Stato. A difesa di questa seconda tesi si adduce l’esempio delle nazioni straniere, in cui il giuoco è regolato dalla pubblica autorità, specialmente nei luoghi di cura e di bagni e nelle grandi città, nelle cui vicinanze hanno luogo corse di cavalli, con beneficio notevole dello Stato o delle istituzioni di beneficenza, a cui favore è devoluto il provento della tassa sui giuochi.

 

 

A me sembra che la questione meriti di essere seriamente meditata per due principali motivi. In primo luogo non esiste una vera contraddizione tra la teoria che dirò della repressione e l’altra della regolamentazione. Se sul serio si potesse sperare di sopprimere, con la sorveglianza della polizia, la mala pianta del giuoco, certamente sarebbe meglio reprimere soltanto. Ma è questa una speranza chimerica. La sorveglianza della polizia, per la molteplicità dei suoi doveri, non può essere che intermittente, con periodi alternati di severità esemplare e di rilassatezza indulgente. Manca un organo specifico incaricato di esercitare una sorveglianza diuturna, efficace sugli stabilimenti di giuoco. Non esiste un interesse diretto ed importante da tutelare; e, poiché si combatte per la moralità pura, l’opinione pubblica è portata a guardare con una certa indulgenza l’opera dei tenitori di banco e con fastidio le sorprese della polizia dove queste diventassero, come dovrebbero, continue e spietate.

 

 

La regolamentazione, purché unita ad una partecipazione del fisco o di qualche istituto di pubblica beneficenza o di assicurazione sociale ai proventi degli stabilimenti autorizzati, è l’unico rimedio acconcio a raggiungere il fine morale della diminuzione del flagello del giuoco. Quando si sapesse che esistono certi stabilimenti dove certi giuochi sono autorizzati, mancherebbe la ragione del compatimento verso coloro che si ostinassero a preferire il gioco clandestino. Lo Stato non avrebbe bisogno di diventare tenutario di banchi di pubblico giuoco che anzi interverrebbe esclusivamente a rendere meno proficua tale immorale industria, mettendo una imposta, ad es., del 50% sul prodotto delle vincite e sui guadagni dei tenitori del banco.

 

 

Se questo si fa per i prodotti delle vincite sui campi delle corse dei cavalli, perché non dovrebbe potersi fare per le altre maniere di giuoco? E se gli scommettitori continuano ad affollarsi, laddove esiste l’imposta, agli sportelli dei bookmakers, perché dovrebbero disertare del tutto le case di giuoco soggette a sorveglianza e ad imposta?

 

 

La quale imposta sarebbe correttissima dal punto di vista finanziario e lodevole dal punto di vista morale. Si tassa il lavoratore, il professionista, l’impiegato sul frutto sudato del suo lavoro con l’imposta di ricchezza mobile, o perché non deve essere tassato il frutto, non certo faticato, delle fortunate vincite nei luoghi di giuoco? Non sono amendue un reddito, un provento? E non è forse il reddito della, diciamola così, industria od occupazione del giuocare assai più atto a sopportare imposta che non il reddito del lavoro? Se si tassa col 10% questo ultimo reddito bisogna tassare col 50% almeno il reddito delle vincite al giuoco. Il lavoratore deve dal reddito del suo lavoro prelevare numerose quote di assicurazione e di risparmio per la vecchiaia, la invalidità, le malattie, l’educazione e l’allevamento dei figli, il sostentamento della famiglia in caso di sua premorienza, ecc, ecc., cosicché il reddito veramente godibile e tassabile si riduce ad assai meno della sua cifra apparente. Il giocatore, per definizione, è chi non vuole pensare a nulla di tutto ciò: è chi vuol odere subito; e poiché così vuole egli, è correttissimo che lo Stato, uniformandosi alla sua volontà fatta manifesta dai suoi atti, spietatamente lo tassi.

 

 

L’imposta, oltreché inoppugnabile finanziariamente, è moralissima. Coloro che negano questa verità patente sono vittima di un equivoco. Credono essi che sia immorale l’imposta, perché è immorale il giuoco: mentre, appunto perché il giuoco è immorale, l’imposta è moralissima. Che cosa si direbbe di chi, giustamente reputando dannoso il bere alcolici, dichiarasse dannosa altresì l’imposta sugli spiriti? Tutti scorgerebbero a prima vista il suo equivoco grossolano, dovendo anzi lodarsi l’imposta come quella che, rincarando le bevande alcooliche, ne diminuisce il consumo e scema quindi il danno fisiologico e sociale dell’alcoolismo. Così pure l’imposta o partecipazione (i nomi da darsi al balzello non importano, purché ci sia la cosa) del 50% sui proventi delle vincite rincarerebbe in buona sostanza il prezzo delle speranze di vincere. Se oggi giuocando uno si compra la speranza di vincere 100 domani, con la stessa giuocata ma con l’imposta del 50% sulle vincite, giuocando 1 si comprerà solo la speranza di vincere 50 il che vuol dire ancora che bisognerà pagare il prezzo di 2 per comprare la stessa speranza di vincere 100. Ogni rincaro di prezzo deve diminuire il consumo: quindi resta dimostrato che l’imposta sugli stabilimenti dove si giuoca produrrà l’effetto desiderabilissimo di diminuire la spinta a giuocare. Il che è appunto l’intento nobilissimo che si propongono i moralisti. I quali dalla istituzione dell’imposta avrebbero altro motivo di gioia: voglio dire la assai maggiore probabilità di una efficace repressione del giuoco clandestino. Dai proventi dell’imposta potrebbe prelevarsi – ed il fisco avrebbe interesse a prelevare – la somma necessaria a stipendiare agenti specialisti, di null’altro incaricati fuorché di andare in traccia, notte e giorno e tutti i giorni dell’anno, dei banchi privati. Sarebbe tolta quella saltuarietà che oggi rende quasi infeconda l’opera della polizia.

 

 

Per fortuna in Italia non abbiamo bisogno di creare nulla di nuovo per regolare, nel modo ora detto, il vizio del giuoco. Basta all’uopo perfezionare quella imposta sul lotto che alcuni anni fa ebbi su queste medesime colonne a dichiarare, scandolezzando coloro che guardano all’apparenza e non alla sostanza degli istituti tributari. Ottima fra le imposte italiane. Negli ultimi anni, giuocate vincite al lotto si diportarono nel seguente modo tra (in migliaia di lire):

 

 

 

Giuocate

Vincite

Differenze

1908-1909

85.228

36.550

48.672

1909-1910

92.919

48.227

44.692

1910-1911

108.618

61.331

47.287

 

 

Teoricamente se non esistesse l’imposta percepita col metodo del monopolio, i fortunati tra i giuocatori avrebbero dovuto vincere tutti gli 85, 92 e 108 milioni di lire giuocati. Ne vinsero invece solo 36, 48 e 61; andando la differenza in 48, 44 e 47 milioni a favore dello Stato. O non è vero che si sarebbe giuocato di più, se i giuocatori in mancanza dell’imposta, avessero avuto la speranza di vincere tutti gli 85, 92 e 108 milioni; e o lo Stato, non essendo interessato a reprimerlo, avesse lasciato tranquillamente fiorire il lotto clandestino, così come oggi fioriscono le bische private per le clientele più ricche? E non è perciò, certissimo che, assumendo il monopolio del lotto, lo stato fa cosa utile alle finanze,impone un tributo correttissimo a favorire la morale?

 

 

Con le quali lodi non si vuol dire che il lotto pubblico sia senza colpa veruna. Il suo difetto massimo consiste nel diventare, che fa, uno strumento di volgarizzazione del giuoco per la facilità di giuocare minime somme ad ogni svolto di strada. Onde l’intento dei riformatori, che non vogliono sognare ad occhi aperti, non deve essere quello di abolire il lotto pubblico, poiché l’abolizione aggraverebbe il male che si vuol curare; bensì deve essere di restringere in basso la facilità di giuocare, rialzando il minimo delle giuocate, alternando alle diverse ruote le estrazioni a quindicina e non a settimana, prelevando obbligatoriamente una percentuale delle giuocate per versamenti vincolati alle casse di risparmio ed alle casse per la invalidità e la vecchiaia a pro dei giuocatori e diminuendo in correlazione l’ammontare delle vincite; diradando i botteghini del lotto e vietando rigorosamente ai loro tenitori ogni maniera di richiamo, con annunci, illuminazioni, sfarzo esteriore, ecc. ecc.. Delle perdite che il fisco subirebbe rendendo il lotto meno produttivo in basso potrebbe desso rifarsi ad usura in alto, mercé l’imposta o partecipazione alle vincite negli stabilimenti sorvegliati di giuoco. Con la quale riforma si eviterebbe l’ingiustizia tributaria che oggi si avvera, per cui sono tassate le vincite al lotto dei poveri e dei mediocri, mentre sono immuni da imposta vincite godute dai fannulloni appartenenti alle classi alte.

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