Responsabilità

Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Data di pubblicazione: 01/01/1922

Responsabilità

«Corriere della Sera», 1 gennaio 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. IV, Einaudi, Torino, 1963, pp. 493-496

 

 

 

La domanda presentata al tribunale di Roma dal comm. Pogliani per ottenere la moratoria è un documento davvero straordinario. Esso si compone di due parti nettamente distinte; la seconda delle quali soltanto è una giustificazione seria dell’operato degli amministratori. In questa seconda parte, che pare quasi accennata per incidente, si osserva che la causa prima della crisi attraversata oggi dall’istituto fu il programma da esso seguito durante la guerra, col fare anticipi larghissimi a quelle aziende industriali e principalmente all’Ansaldo, le quali lavoravano a produrre materiali bellici. Il Pogliani osserva che di questa condotta non potrebbe oggi farsi una colpa all’istituto. Qui egli ha ragione. Qualunque cosa si pensi del disordine regnante, a quanto dicesi, nelle aziende che fanno capo all’Ansaldo e quindi alla Banca italiana di sconto, qualunque giudizio si voglia dare sul valore giuridico delle domande fatte da questo gruppo industriale all’erario in rapporto alle preparazioni costose troncate a mezzo dall’armistizio, bisogna riconoscere, anche e sovratutto oggi che il colosso è caduto, che quel gruppo di uomini, fabbricando cannoni e munizioni in anticipo alle ordinazioni che ricevevano dallo stato, concorsero, dopo Caporetto, a salvare l’Italia.

 

 

Se si fossero fermati lì, oso affermare sebbene naturalmente non possa dare la prova piena dell’affermazione – che essi non sarebbero caduti. Si sarebbero traversati momenti difficili. Forse quelle aziende avrebbero dovuto rimborsare allo stato i guadagni fatti quando non c’erano all’uopo le disponibilità pronte. All’ora dei guadagni sarebbe succeduta quella dei restringimenti, dei prelievi delle riserve per colmare le perdite, dei mancati dividendi. Ma l’edificio sarebbe rimasto in piedi, come tanti altri ne rimangono, saldi, intenti a curare con prudenza le ferite inevitabili dei periodi di crisi.

 

 

L’errore è cominciato dopo l’armistizio; ed è confessato apertamente, quasi inconsapevolmente, nella prima parte della domanda Pogliani.

 

 

In questa prima parte c’è la dimostrazione piena ed incontrovertibile della errata condotta dei dirigenti della Banca italiana di sconto. Essi si montarono la testa e quasi quasi ancora osano vantarsene.

 

 

Venuto l’armistizio, essi credettero che «la vittoria sarebbe stata l’inizio dell’ascensione economica del paese» e perciò «continuarono ad appoggiare finanziariamente le aziende industriali che si avviavano a trasformare la loro attività bellica e i loro impianti e continuarono a secondare con larghezza di fidi le private iniziative in conformità al programma fondamentale della banca».

 

 

Ancora quando nell’Europa in genere e in Italia in specie si ebbe una crisi generale che colpì non soltanto la pubblica finanza ma ogni ramo della produzione e dell’economia nazionale, questi dirigenti «sperarono» ancora «che la crisi fosse un fenomeno transitorio», ed evidentemente non restrinsero le operazioni.

 

 

Ma quale fiducia si può avere nel senno, nell’antiveggenza, nella capacità amministrativa di banchieri che operano sulla falsariga di inconcludenti articoli di pubblicisti incompetenti e fanno precisamente il contrario di ciò che i loro colleghi più sperimentati facevano, in Italia e in tutti i paesi del mondo? Fiducia, sì, nell’avvenire del paese, si doveva e si deve avere; ma non si ha fiducia azzardando capitali in nuovi impianti, in nuove intraprese, proprio quando la prudenza elementare consigliava a guardarsi attorno, a liquidare il passato, a prepararsi il terreno saldo da cui partire per nuovi progressi. Quando dappertutto il saggio del denaro rincarava; quando da ogni parte si invocava una politica monetaria deflazionista, che facesse ribassare i prezzi, era quello il momento di allargare i cordoni delle borse? Né qui si vogliono fare inutili querimonie su ciò che si poteva fare e non si fece. Dell’esperienza del poi son piene le fosse; ma altri banchieri non aspettarono il poi e tirarono i remi in barca. Questi della Banca italiana di sconto non lo fecero, non solo perché peccarono di imprevidenza elementare, ma anche perché si abbandonarono, con visione da megalomani, alla lusinga di un troppo vasto disegno.

 

 

Ancora oggi, in questo tristo momento, il Pogliani adopera un linguaggio magniloquente: «premesso che la Banca italiana di sconto veniva fondata il 30 dicembre 1914, in quel fortunoso momento storico nel quale l’Europa era colpita dalla conflagrazione europea e già si designava all’orizzonte la probabilità della partecipazione dell’Italia al nuovo conflitto, e che il nuovo istituto rappresentava una nuova forza finanziaria a compiere una missione di ausilio ai bisogni delle nazioni…».

 

 

Si capisce che, volendo concorrere ad aiutare le nazioni in guerra, il nuovo istituto portasse rapidamente il suo capitale da 15 milioni iniziale a 70 milioni nel 1915, a 115 nel 1917, a 180 nel 1918 ed a 315 nel 1919, mentre in ogni città o quasi in ogni villaggio d’Italia si faceva raccolta di capitali per giungere agli attuali 4 miliardi di depositi e conti correnti. Soltanto per un’illusione di grandezza si può considerare serio e promettente un così vertiginoso sviluppo. Gli uomini, che mirabilmente amministravano i 15 milioni di capitale e le poche centinaia di milioni del 1914 non dovevano fatalmente essere, di colpo, pari ai 315 milioni di capitale ed ai 4.000 milioni di denaro altrui del 1919.

 

 

Non si improvvisa una organizzazione in pochissimi anni. Non esistono in nessun paese del mondo impiegati atti ad assumere di punto in bianco funzioni direttive per una mole così vasta e crescente di affari. Gli errori erano fatali ed inevitabili. Furono soltanto errori? La colpa non assunse in qualche momento e sotto certi aspetti una figura più grave? A questo punto non è lecito andare innanzi, perché manca il terreno solido delle confessioni volontarie dei responsabili. Rei confessi di mania di grandezza, si è quindi, per dichiarazione propria, disadatti a governare un istituto, che se non è ancora un organismo, è certamente un ammasso imponente di iniziative buone e cattive, ardite e promettenti, arrischiate e fortunose. Più in là non si può andare se non ripetendo il monito dell’on. Luzzatti che bene si guardi a chi si debbano applicare le mitezze del codice di commercio e chi meriti le sanzioni del codice penale. Anche l’on. Belotti ha ripetuto che l’onesto tentativo di pregiudicare nella minor misura possibile le ragioni dei creditori «non deve rappresentare un alibi né una sanatoria per chi colposamente e peggio ancora dolosamente l’abbia messe a repentaglio».

 

 

Queste non devono restare vane parole. E devono valere per tutti gli amministratori responsabili delle aziende che hanno travolto o che potranno travolgere nel loro dissesto il denaro dei risparmiatori. Le benemerenze passate, che, ripeto, non avrebbero mai potuto portare alla rovina industrie saggiamente amministrate, non debbono essere invocate per evitare le conseguenze di eventuali responsabilità successive. Se talvolta è necessario salvare gli istituti, non giovano mai i salvataggi degli uomini. I commissari giudiziali ed i magistrati debbono provvedere sollecitamente, severamente, serenamente, all’accertamento delle responsabilità. Ognuno deve ricevere la lode dei proprii meriti e pagare il fio delle proprie colpe.

 

 

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