Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI

Corriere della Sera

Riabbeverarsi alla sorgente

«Corriere della Sera», 6 settembre 1922

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. VI, Einaudi, Torino, 1963, pp. 811-815

 

 

 

Il programma che l’on. Ottavio Corgini e Massimo Rocca hanno compilato per i comizi di propaganda del partito nazionale fascista merita lode in primo luogo perché i compilatori hanno saputo resistere ad una tendenza che sarebbe naturale in un partito giovane, fiero della propria forza e dei successi ottenuti: quella di far del nuovo ad ogni costo. La materia del bilancio di stato e di comuni non è adatta alle improvvisazioni. La soluzione giusta, per chi non abbia pregiudizi demagogici, è una sola: quella imposta dalla tecnica scientifica e pratica. La differenza, spiccatissima, fra i socialisti collaborazionisti ed i fascisti, in materia di finanza, sembra possa oggi dirsi questa: che alla verità sana e semplice i socialisti arrivano sforzati, quasi a spintoni, dopo aver commesso errori che costano centinaia di milioni ai contribuenti e senza cessare di dire villanie a coloro che aprirono loro la mente; mentre i fascisti, almeno per ora od almeno i due relatori sopra ricordati, vi arrivano subito con la mente aperta e pronta ad accogliere gli insegnamenti della scienza e dell’esperienza. I partiti politici d’avanguardia, agitatori di idee e di masse, trovano il loro lievito nei giovani, specialmente nei giovani imbevuti di cultura umanistica ed universitaria, i soli che in Italia leggono, studiano, discutono fervidamente, immaginano di aver scoperto la verità e sono convinti di avere un dovere da compiere per la redenzione dei deboli, degli oppressi, per la gloria di una classe o di un paese.

 

 

Trent’anni fa, fra il 1890 ed il 1900, la gioventù italiana era nella corrente socialista. Leggeva Marx, Antonio Labriola e la «Critica sociale» conosceva gli economisti attraverso le critiche socialiste e credeva nell’avvento del socialismo. Poi quei giovani si dispersero ed in parte diventarono deputati e burocratici delle organizzazioni e delle cooperative di casse. I seguaci seguitarono a rimuginare le idee di quel tempo; ma nessun nuovo gran libro, nessuna idea-forza nuova e fresca venne ad alimentare quella corrente di idee. Il movimento socialista, alimentato solo dal basso, dagli interessi materiali, dal fervore delle conquiste di classe, dai vantaggi da chiedere al governo, dalle contese intorno all’utilità di impossessarsi direttamente dello stato od alla convenienza di imporsi ad esso rimanendone al di fuori, continuò ad ingrossare ed a crescere. Ma più ingrossava, più i suoi deputati aumentavano da 50 ad 80, a 100, a 150, più la vera vita che è vita intima, vita spirituale, gli mancava. I libri nuovi del socialismo, le sue riviste, sono commenti al vangelo, sono ripetizioni, sono opuscoli di propaganda. La quantità ha soffocato la qualità. La gioventù universitaria se ne distraeva e finiva di averne nausea. Al positivismo materialistico succedeva l’idealismo; Croce e Gentile rimettevano in valore i filosofi dell’idealismo; le tradizioni italiane, antiche, indigene finirono. Interrogate un editore e vi dirà che oggi i libri di sociologia nessuno li legge più; e che invece vanno i libri di filosofia, di religione, di storia, i classici in genere. Questa gioventù che legge di nuovo i classici, che ha in onore i grandi pensatori del passato, che ristudia la storia italiana, non può non sentire disprezzo profondo, e quasi pietà infinita verso quelle correnti di pensiero grossolane, materiali, bottegaie da cui era sorto da un lato il brutto momento storico della degenerazione liberale che va dal 1876 al 1910 e dall’altro, e come suo figlio e contrapposto, il socialismo italiano di dopo il 1890. La gioventù nuova italiana è antisocialista perché è anche contraria a quella degenerazione economicamente adiposa e politicamente opportunistica della borghesia che aveva fatto disperare dell’avvenire del paese i pochi uomini generosi sopravvissuti alla incontrastata vittoria dell’opportunismo prima della guerra. Oggi la gioventù, talvolta senza saperlo, è francamente tradizionalista. Rimonta alle sorgenti, s’abbevera di nuovo alle eternamente fresche acque della scienza classica e della storia paesana. Il programma economico finanziario di Corgini e Rocca è un esempio di questo ritorno alle sorgenti. Nel caso nostro le sorgenti sono quelle liberali dell’economia classica, adattate alle necessità dell’ora presente. Che cosa vogliono essi?

 

 

  • L’abolizione dell’iniziativa parlamentare in materia di nuove spese; ossia un ritorno all’antico principio informatore delle camere parlamentari, che fu mai sempre quello di opporsi alle spese volute dal Principe ed oggi volute dai demagoghi piaggiatori ed eccitatori della voglia di godimento e di saccheggio degli uomini viventi oggi a danno delle generazioni future;
  • ritorno all’iniziativa privata della maggior parte possibile delle aziende di stato;
  • abolizione dei favori, dei sussidi, delle sovvenzioni a vantaggio di industriali poltroni e di cooperative prive di spirito di sacrificio;
  • abolizione dei bilanci speciali, dei nascondigli a favore di interessi di gruppi privilegiati e ristabilimento pieno del principio della unicità del bilancio;
  • l’uso energico dell’ascia e della scure nel groviglio delle imposte di guerra, per ridare onore al vecchio principio di Adamo Smith: le imposte debbono essere semplici, chiare, comprensibili a tutti, certe e sicure nel loro ammontare;
  • l’osservanza della regola che le imposte debbono colpire sovratutto, per non dire esclusivamente, la ricchezza consumata consacrata ai godimenti presenti e non quella risparmiata, capitalizzata ossia utile all’aumento della produzione e dei redditi futuri. Di qui la predilezione per le imposte sui consumi in confronto a quelle che colpiscono il capitale ed i redditi; predilezione la quale quando non si estenda a tassare i consumi necessari all’esistenza, bene risponde ai principii della scienza ed è sovratutto giovevole alle classi lavoratrici;
  • la preoccupazione della sostanza e non dell’apparenza, per cui i fascisti, pure assillati dalla necessità di soddisfare ai desideri delle loro centinaia di migliaia di organizzati operai, non si peritano ora, per bocca di Corgini e Rocca, e speriamo non si periteranno anche in avvenire, di avvertirli che non importa che i salari nominali ribassino, purché il disavanzo dello stato scompaia. La scomparsa del disavanzo statale vuol dire stabilizzazione della moneta, sicurezza di contrattazione, aumento nella domanda di lavoro. Quindi prosperità sostanziale;
  • la affermazione recisa che gli interessi individuali devono essere subordinati all’interesse collettivo; che è illusorio chiedere ed ottenere un favore dallo stato per sé, quando tutti gli altri fanno lo stesso calcolo ed ottengono lo stesso beneficio; perché i benefici universali si risolvono nel danno comune;
  • il disprezzo per la demagogia piazzaiola, la quale grida agli sfruttatori, ai pescicani, per avere il pretesto di spogliare i creatori primi della ricchezza, gli organizzatori del lavoro, gli uomini che corrono rischi e logorano l’intelligenza e l’energia nel costruire una grande impresa, a beneficio proprio, ossia a beneficio dei chiacchieroni inconcludenti, dei venditori di promesse di felicità terrena, degli sfruttatori delle più laide e basse passioni umane.

 

 

«I veri ladri, i peggiori nemici del popolo, sono proprio coloro che, attraverso la demagogia senza scrupoli, la finzione sistematica, la disonestà incorreggibile, si creano laute prebende a spese della collettività. Ai contribuenti va detto e ripetuto che essi debbono pagare, a costo di affrontare i più duri sacrifici: ma che debbono pagare soltanto ciò che a loro legalmente spetta, non quanto viene loro imposto dalla sopraffazione o dalla violenza di disonesti amministratori. Dovere di tutti quello di adoperarsi perché agli amministratori pubblici del presente e dell’avvenire venga ridato il senso della responsabilità ora completamente smarrito».

 

 

Così concludono Corgini e Rocca il programma finanziario del fascismo. Se è sempre difficile ricercare quale sia il diritto di priorità nei programmi, certo è che nel momento presente il vizio essenziale dei programmi dei partiti non socialisti – liberali e popolari e riformisti e democratici – è quello di essere un’insalata russa compilata con le spezzature di tutti i progetti andati a male dalla proclamazione di Roma capitale ad oggi e con la preoccupazione assillante di assorbire il meglio dei programmi dei partiti che di volta in volta dicevano di essere i più avanzati o sovversivi. Oggi, almeno, il programma finanziario fascista mette un termine alla grottesca farsa per cui i cosiddetti liberali andavano a gara nel rinunciare alla propria ragion d’essere e nello scimmiottare i socialisti, frenetici di arrivare prima di questi ad anticipare l’attuazione del verbo socialistico. Esso è rettilineo, nettamente antisocialista. Probabilmente i soliti liberali-democratici radico riformisti si accorgeranno, ora che i fascisti sono numerosi, che anche nel programma fascista c’è del buono; e, rivendicandone la paternità, diranno che esso da tempo faceva parte del loro centone multicolore.

 

 

Questo giornale che, senza pretendere di guidare nessun partito, pone il suo punto d’onore nell’agitare idee, è lieto che un partito, qualunque ne sia il nome, ritorni alle antiche tradizioni liberali, si riabbeveri alla sorgente immacolata di vita dello stato moderno, e augura che esso non degeneri e concorra ad attuare seriamente il programma liberale, senza contaminarlo con impuri contatti.

 

 

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