Tratto da:

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol. III

Corriere della Sera

Riassicurazione obbligatoria o monopolio assicurativo o riassicurativo?

«Corriere della Sera », 22 febbraio 1912[1], 28 febbraio 1912[2]

Cronache economiche e politiche di un trentennio (1893-1925), vol.III, Einaudi, Torino, 1960, pp. 394-405

 

 

 

 

1

 

È inutile, ora che l’on. Nitti ha presentato gli emendamenti al suo disegno di legge, ricominciare la discussione generica sul monopolio. Gli argomenti contro di esso rimangono quali furono esposti a suo tempo; né alcuna confutazione seria venne alla luce in tutti questi mesi in cui tacque – da maggiori e ben più rilevanti cose premuta – il dibattito sui giornali quotidiani. L’unico documento importante fu pubblicato dal prof. Alberto Beneduce, ed è l’appendice statistica al discorso dell’on. Nitti. In essa, con accurata elaborazione, furono date nuove prove di una tesi che ritengo non sia mai stata messa in dubbio da nessuno: che cioè in genere, e salvo eccezioni possibili per alcune età e alcuni paesi, la mortalità degli assicurati è inferiore alla mortalità generale della popolazione. Da tale asserto una conclusione logica si può dedurre: la necessità di usare di tutte le armi di cui lo stato dispone, e sono numerose, per costringere le compagnie di assicurazione a ridurre le tariffe a vantaggio degli assicurati. Se Nitti avesse proposto all’uopo la creazione di un istituto di stato in concorrenza con le società private, se avesse proposto la creazione di un organo di pubblicità che diuturnamente avvertisse gli assicurati della elevatezza di certe tariffe, avrei plaudito anch’io. Gli assicurati sono in Italia e altrove gente di scarsa fortuna, in lotta con la vita breve e con la necessità del risparmio a pro della famiglia; ed ogni mezzo, ogni via, dovrebbero essere tentati per ridurre il carico che su di loro grava. Invece il ministro persiste nell’idea che il monopolio sia necessario, non per scemare le tariffe esorbitanti a vantaggio degli assicurati, ma per mantenerle abbastanza elevate sì da dar un lucro allo stato. L’ideale che le tariffe possono essere ridotte al puro costo, non potrà dunque essere attuato. Il costo aumenterà, anzi, per i vizi intrinseci ad ogni impresa statale, e gli assicurati non staranno meglio, forse staranno peggio che ora. Rassegniamoci. Questo si vuole e questo si otterrà. Per ora è unicamente interessante vedere quali siano le correzioni che al primitivo progetto ha apportate l’on. Nitti.

 

 

Sono due essenzialmente: l’una che sancisce il principio del periodo transitorio, l’altra che impone la riassicurazione obbligatoria.

 

 

Non esito a riconoscere che, ove si parta dal concetto, che ora non ridiscuto, di voler interessare lo stato nell’industria delle assicurazioni, parmi buona la proposta della riassicurazione obbligatoria. Cattiva è invece, per se stessa considerata, l’altra idea del periodo transitorio. Che cosa possa nascere dai due espedienti mescolati insieme è agevole immaginare.

 

 

Dico che il concetto della riassicurazione obbligatoria è buono. Era già stato esposto parecchi mesi fa. Fu messo innanzi di nuovo questo autunno da Ulisse Gobbi in un libretto su Il monopolio dell’assicurazione sulla vita (Società editrice libraria, Milano), aureo come tutte le cose che scrive questo economista, e certo l’ottimo che possa essere letto dea chiunque voglia formarsi un’idea obbiettiva sulla dibattuta questione. Che cosa implica l’obbligo della riassicurazione? Secondo l’ultima proposta Nitti, le imprese assicuratrici debbono cedere il 40% di ciascun rischio assunto d’ora innanzi. Per esempio, se una compagnia stipula un contratto di assicurazione con Tizio per diecimila lire, essa deve cedere una parte, e precisamente 4.000 lire, del contratto, all’istituto di stato. Se noi per un momento supponiamo che non esista il periodo transitorio di dieci anni, ossia che le imprese assicuratrici possano indefinitamente continuare a vivere, soggette però all’obbligo della riassicurazione, manifesti sono i vantaggi del sistema per lo stato. Elenchiamoli rapidamente.

 

 

1)    L’obbligo della riassicurazione è estensibile. Oggi lo stato lascia alle compagnie i sei decimi su ogni contratto. Fa ciò, essendosi persuaso che non sarebbe stato equo espropriarle d’un tratto, senza alcun indennizzo. Ma passato un certo periodo, lo stato può aumentare la quota propria e ridurre la quota delle società: per esempio, metà all’uno e metà alle altre. Dopo, se l’esperimento riesce, la quota dello stato può essere portata ai sei decimi, ai sette, agli otto decimi. A un certo punto converrà arrestarsi, a quel punto oltre il quale le imprese non avrebbero più convenienza a vivere. Ma si può andare ben in là su questa via.

 

 

2)    Lo stato viene a liberarsi di tutte le alee industriali. Senza bisogno di un proprio personale, senza correre il rischio di una burocrazia crescente e alla lunga inoperosa, lo stato può procurarsi gran numero di contratti: vi sono le imprese private e mutue che lavorano per lui, che gli procacciano affari. Allo stato basta organizzare un ufficio per il controllo dei rischi, e per impiegare i capitali raccolti. Il controllo non sarebbe arduo, perché le imprese hanno esse stesse interesse a non accogliere rischi cattivi e non li possono quindi offrire allo stato. Più arduo è l’impiego dei capitali, checché da taluni si dica: ma, ad ogni modo, trattasi di una sola difficoltà invece che di parecchie.

 

 

3)    Lo stato regolerebbe, per la sua quota, la materia delle provvigioni ai produttori o agenti e fisserebbe queste a non più del 70% del primo premio. Regolandola per sé, finirebbe per regolarla anche per le compagnie, le quali non sarebbero più indotte a farsi concorrenza aumentando i premi, e potrebbero ridurre le tariffe. A questo, che è in fondo l’unico difetto di certe speciali concorrenze, si può porre rimedio in parecchi modi: la riassicurazione obbligatoria potrebbe essere uno di questi.

 

 

4)    Lo stato, con tutta probabilità, riassicurando il 40 e poi il 50 e magari il 60% dei contratti conchiusi dalle imprese, finirebbe per accumulare più capitali di quanti accumulerebbe con 100% in puro monopolio. Venti, quaranta imprese sono meglio in grado di reclutare assicurati che non una sola. Se poi, oltre le riassicurazioni, l’istituto di stato lavorasse anche per proprio conto, e il disegno di legge lo prevede, allora la forza di reclutamento complessiva sarebbe data da quella che avrebbe l’istituto, più da quella che avrebbero le quaranta imprese sue concorrenti e nel tempo stesso sue fornitrici.

 

 

5)    Un vantaggio del sistema sta in ciò: che le imprese private e mutue diventerebbero le alleate, anzi gli agenti dello stato nella ricerca del cliente. Invece di denigrarlo, sarebbero costrette a magnificarne il credito e la solidità. Esse, per ottenere la loro quota di contratto, avrebbero bisogno di ottenere la quota dello stato; onde di questa si dovrebbero far forti.

 

 

6)    Non sorgerebbe una questione del personale. Agenti e produttori rimarrebbero ciascuno colla propria compagnia. Tutt’al più, per la riduzione delle provvigioni, il numero degli agenti diminuirebbe un poco, ma sarebbero eliminati solo i meno abili, quelli che non possono vivere col 70% di provvigione sul primo premio.

 

 

Altri argomenti ancora si potrebbero addurre a favore della proposta di riassicurazione obbligatoria, s’intende ove si parta dal principio che sia conveniente per lo stato di esercitare questa industria. Il guaio si è che la proposta è transitoria. Vale per dieci anni, dopo i quali diventerà unico assicuratore lo stato. È chiaro che quasi tutti, per non dire tutti, i vantaggi che s’erano dianzi elencati, perdono molto della loro importanza. Quello che vale per un’impresa la quale possa far affidamento sull’avvenire, non ha più valore per un’impresa destinata a morte sicura e a breve scadenza. Posso immaginare una società per azioni o una mutua che siano disposte ad anticipare capitali, e sovratutto organizzazione e intelligenza, per ottenere il 60, il 50 e magari il 40 e il 30% di un contratto d’assicurazione, ove preveda di poter far affidamento per una lunga serie di anni sulla propria quota; ma non immagino come ciò possa accadere per un’impresa la quale prevede che essa non potrà godere i frutti del lavoro faticosamente iniziato. Gli statizzatori non si vogliono persuadere di una verità molto semplice: che un’impresa non vale e non fiorisce per il capitale scritto nello statuto e versato, per i calcoli preventivi sicuri, per le statistiche esatte, per i metodi attuariali sapienti. Queste sono le condizioni materiali del successo, accessibili a tutti, abili e inabili. Le ragioni del successo stanno altrove: nell’abilità con cui i dati teorici sono tradotti in atto, nell’accortezza degli impieghi, nella buona scelta degli impiegati e degli agenti, nel lavoro assiduo di riparazioni continue all’edificio dell’impresa industriale, ognora minacciato dalla distruzione. Come si può sperare che questo lavoro, che deve essere perennemente rinnovato, di organizzazione, venga continuato se la morte aspetta al varco l’impresa dopo dieci anni?

 

 

Tutto ciò in generale. In particolare si osserva:

 

 

1)    Gli impiegati delle imprese, sapendo che dopo dieci anni il lavoro cessa, tenderanno a procacciarsi altra occupazione. Cominceranno, naturalmente,ad andarsene i migliori; rimarranno i meno buoni. Come sostituire quelli che se ne andranno, dal momento che si può offrire lavoro assicurato solo per otto, sette, cinque, tre anni? Esulati i funzionari dirigenti, esulati i migliori produttori, non c’evidente che ben scarsa messe di riassicurazioni potranno fornire le imprese allo stato? Non tutti i funzionari e i produttori potranno trovare impiego presso l’istituto di stato. I migliori, e più insofferenti di freni governativi, cercheranno altre vie. Per fortuna, l’ombra dello stato ancora non aduggia tutti i campi della vita industriale e commerciale.

 

 

2)    Chi ancora vorrà assicurarsi presso le compagnie, sapendole destinate a morte sicura? Gli assicurati poco sanno di riserve matematiche e di calcoli attuariali. Un’impresa moribonda potrà essere solidissima, ma non ispira fiducia. Saranno dieci anni disastrosi per la previdenza assicurativa. Gli assicurati avranno un magnifico pretesto per non assicurarsi – si sa che gli assicurati cercano sempre pretesti per togliersi di tra i piedi gli agenti di assicurazione -, nel rispondere agli uni che la loro compagnia e’ moribonda e nel dichiarare agli altri di voler aspettare che l’istituto di stato sia cresciuto ed abbia fatto le sue prove.

 

 

3)    Dopo dieci anni di stasi, converrà rifare da capo il cammino e creare l’organizzazione che nel frattempo si sarà sfasciata. Pericolo gravissimo, a cui non si penserà mai abbastanza.

 

 

4)    Chi ci garantisce che gli agenti delle compagnie estere non inducano gli assicurandi a stipulare all’estero il loro contratto? La cosa è lecita. Né si vede il modo come possa essere impedita. Ogni compagnia, dice il disegno di legge, è obbligata a denunziare i contratti stipulati nel regno; non dice che ebba denunziare anche quelli stipulati fuori con regnicoli; né, se lo dicesse, si potrebbe immaginare una sanzione contro chi contravvenisse al divieto. Chi può escludere, da parte di alcuni agenti di compagnie estere, una campagna di denigrazione, sottile ed efficace, contro le compagnie nazionali condannate a morire, mentre le compagnie estere prospereranno anche dopo, all’infuori dei confini, e contro l’istituto di stato? Chi può escludere che dalle compagnie estere si offrano, per i contratti stipulati fuori del regno, tariffe inferiori a quelle dell’istituto di stato, nell’intento di scoraggiare gli altri stati dall’imitare il lagrimevole esempio di quello italiano?

 

 

5)    Quale incitamento avranno le compagnie a trovare nuove forme di contratti, a scendere nel popolo con le assicurazioni popolari? Ciò si fa se si spera di vivere sempre, anche se si tratta di vivere solo in qualità di agente produttore per conto dello stato; non se si hanno le ali tarpate dalla brevità del tempo. Nitti ha detto che lo stato farà molte belle cose, che le società private e le mutue non hanno mai fatto. Illusioni. Su cento tentativi riescono cinque, dieci. E si vuole che lo stato abbia tanta immaginazione da sapere compiere tutti quei tentativi ai quali non bastano le menti emule dei numerosi direttori di imprese concorrenti?

 

 

Altro ancora si potrebbe aggiungere sui pericoli e sui danni del periodo transitorio, sulla sorte fatta alle imprese giovani, ecc. Ma urge concludere. Oppositore vivace e convinto del monopolio statale ancora oggi, convinto inoltre che sia dannoso non solo il monopolio, ma la semplice estensione delle funzioni pubbliche, ed avversario di questi nuovi metodi di finanziamento dello stato, credo però opportuno mettermi per un momento dal punto di vista di chi vuol dare allo stato una nuova forza finanziaria. Il concorso alle pensioni operaie è tramontato; se utili vi saranno, dovranno spettare agli assicurati, classe di uomini bisognosa quant’altra mai. Rimane, unico argomento, la necessità addotta dall’on. Giolitti di dare nuova forza finanziaria allo stato. Non credo che questi spedienti siano i migliori a fornire credito a buon mercato allo stato; ed ho fiducia soltanto nel metodo classico del governar bene, del tenere il bilancio in ordine, dell’alleggerire le imposte. L’esperienza passata dell’Italia conforta la mia opinione. Ma non monta. Ammettiamo che sia conveniente mettere il fondo delle assicurazioni in mano dello stato. Io dico che, se tanto si vuole, gli emendamenti Nitti contengono un principio fecondo. La riassicurazione obbligatoria potrà dare allo stato fondi ben più importanti che non il monopolio delle assicurazioni intero. La fecondità del concetto messo innanzi dall’on. Nitti è guasta solo dalla contemporanea introduzione del periodo transitorio. Tolto questo, la riassicurazione obbligatoria potrà funzionare con successo per un istituto di stato concorrente con le altre imprese alla conquista di nuove reclute alla previdenza.

 

 

O si vuole ad ogni costo stabilire il periodo transitorio? Si fissi allora che dopo un decennio in cui lo stato avrà diritto a partecipare ai contratti nella misura del 40% voluta dall’on. Nitti, cominci un quinquennio in cui tale misura sarà automaticamente il 50%, e poi un altro in cui la misura sarà il 60%, e magari un terzo quinquennio col 70 percento. Un po’ per volta l’istituto di stato verrebbe ad avere in mano una quota crescente di una massa crescente di affari; e le imprese assicurative sarebbero vieppiù ridotte all’ufficio subordinato di produttrici di assicurazione. Lo stato sarebbe finanziato meglio che col monopolio; e nessuna forza benefica verrebbe distrutta. Le forze esistenti finirebbero per adattarsi al nuovo ordine di cose e per cooperare al progresso della previdenza in un paese che di propaganda per la previdenza ha ancora grande bisogno.

 

 

2

 

Poche battute ancora sulla questione del monopolio. È parso a taluni fautori di esso che l’accoglienza più favorevole avuta dal progetto Nitti modificato sia stata dovuta ad una resipiscenza degli oppositori, i quali considererebbero oggi con occhio più benigno il monopolio che prima dichiararono incomportabile. Non so nulla degli altri; ma poiché tra gli «avversari irriducibili di prima ed ora a mezzo convertiti» potrei essere annoverato anch’io, mi si consenta di dichiarare ben chiara la mia persistente irriducibilità.

 

 

Se ho affermato ed affermo tuttora che nel nuovo progetto Nitti v’è un concetto buono e fecondo, ciò si riferisce soltanto alla «riassicurazione obbligatoria». Ora questa fu proposta – è doveroso riconoscerlo – non dal Nitti, ma dai suoi oppositori, i quali però l’avevano messa innanzi come un sostituto completo del monopolio. Purtroppo il ministro ha il solo merito di avere resa irriconoscibile, innestandola sul periodo transitorio, una idea che fu proposta da quelli, i quali, dinanzi ai pericoli del monopolio, si preoccuparono di trovare una via d’uscita che soddisfacesse al bisogno, dichiarato imperioso dal governo, di procacciare mezzi allo stato.

 

 

Un altro merito – e anche questo l’ho esplicitamente dichiarato – ha il ministro: di aver fatto eseguire dal prof. Alberto Beneduce una indagine statistica sulle tabelle di mortalità, con confronti tra la mortalità generale della popolazione e la mortalità degli assicurati. A questa indagine ha oggi fatto seguito una seconda indagine compiuta dai proff. Bagni e Benini sulla tavola italiana di mortalità 1899-902. Taluno affermò che, dinanzi a quelle dimostrazioni ed alle cifre di utili che ne derivavano, gli oppositori del monopolio fossero stati sgominati, spiegando così la loro maggiore arrendevolezza.

 

 

Non so nulla, ripeto, degli altri oppositori; ma, quanto a me, ben diverse – e sempre contrarie al monopolio – furono le deduzioni che ricavai dagli studi utilmente promossi dal ministro Nitti. Premettasi che dichiarai incomprensibile la tabella italiana di mortalità, quando, come sarebbe stato loro dovere, i proponenti del monopolio se ne servirono senza dare una ampia e documentata dimostrazione della sua applicabilità alle assicurazioni. Ed allora dichiarai anche che credevo funzione precipua dello stato il promuovere la formazione di buone tabelle di mortalità; così da poter, esercitare una efficace pressione sulle compagnie per il ribasso delle tariffe. Sono ben lieto che ai desideri abbia cominciato a rispondere l’opera ministeriale. L’opera del Beneduce non è compiuta, né poteva esserlo: ma è un buon incamminamento ad indagini più sicure. Possiamo già trarne la conseguenza che probabilmente le tariffe vigenti in Italia sono troppo alte. Quale è il programma di lavoro che zampilla fuori da quelle ricerche? Qui si palesa la profonda diversità di vedute tra i monopolisti e i liberisti.

 

 

Secondo i primi, il governo, istituendo il monopolio, ha un largo margine di utili, che potrà destinare ai fini da lui reputati più opportuni, per esempio, alle pensioni per gli operai.

 

 

Io affermo invece che una siffatta destinazione è iniqua, perché non è possibile dimostrare che un’altra classe sia più bisognosa di aiuto di quella degli assicurati medesimi. Costoro (in media in Italia possessori di una polizza di 6.000 lire, e con preponderanza dei più piccoli) compongono un gruppo ben bisognoso di godere l’intiero frutto del suo risparmio. Gli assicurati sono tutti piccoli commercianti, professionisti, impiegati, militari, che hanno una famiglia da mantenere, che vivono nell’angoscia di morire prima di averla educata e che vogliono garantirla dalla sventura. Questi, e non altri, sono gli assicurati.

 

 

Di fronte a costoro, credo sia funzione dello stato:

 

 

1)    promuovere la formazione di una tabella italiana della mortalità degli assicurati, che dia risultanze conformi a verità. Gli studi ministeriali sono appena un primo, sebbene utile, inizio dell’impresa;

 

 

2)    aggiornare diuturnamente la tabella, in guisa che essa segua la tendenza alla diminuzione della mortalità;

 

 

3)    imporre la tabella stessa alle compagnie in guisa da ridurre i loro utili al minimo. Se ne lagneranno le compagnie. Non monta. Gli assicurati non sono creati per dare utili alle compagnie; bensì hanno interesse ad ottenere al minimo costo l’assicurazione.

 

 

All’uopo sarebbe stato utile:

 

 

1)    dare la massima pubblicità alle tariffe stabilite sul costo, in guisa che gli assicurandi sapessero da chi e quando sono taglieggiati;

 

 

2)    istituire un ufficio di informazioni, dove ogni assicurando potesse fare esaminare rapidamente e senza spese, le proposte pervenutegli dalle compagnie, per sapere se le tariffe sono e di quanto superiori al costo, secondo le ultime tabelle della mortalità. Pochi impiegati ed una bene organizzata pubblicità sui giornali più diffusi, pubblicità da continuarsi in perpetuo e con insistenza, produrrebbero meraviglie;

 

 

3)    istituire anche un istituto di stato in concorrenza colle compagnie private, che ad esse servisse di calmiere, il quale istituto potrebbe adottare i metodi Zillmer e gli altri coi quali, sulla carta, gli utili vengono prodigiosamente aumentati;

 

 

4)    giovarsi della mutualità e stimolarla a fare una concorrenza efficace alle compagnie di azionisti.

 

 

Or veggasi chi più di me o dei monopolisti sia favorevole agli assicurati, che, ripeto, sono la sola classe da tenersi in considerazione! Son lieto che la confederazione del lavoro abbia dichiarato di non volere che agli operai spettassero somme tolte ad una classe altrettanto bisognosa degli operai. Sotto agli assicurati più favorevoli i monopolisti, che, istituendo l’istituto unico signore della industria, hanno tolto allo stato ogni stimolo a ridurre le tariffe, a correggere le antiquate tabelle di mortalità e l’hanno, per la brama di lucro, reso complice e perpetuatore delle spogliazioni che diconsi oggi commesse a danno degli assicurati? O son più favorevole io che vorrei che lo stato usasse ogni arma possibile per abbattere la cosidetta oltracotanza delle compagnie e ad ogni modo per far svanire, non con una espropriazione ingiusta, ma con una concorrenza benefica ed accanita, i loro profitti? E a chi giovano di più i documenti pubblicati dal ministero ai monopolisti o non piuttosto ai loro oppositori?

 

 

Se ho appoggiato la riassicurazione obbligatoria non fu dunque per essermi convertito al monopolio, ma anzi per tentare l’ultima via per salvare il paese dai pericoli del monopolio, ed una via che riuscisse, nel tempo stesso, assai meglio del monopolio, a finanziare – usiamo l’orribile parola – lo stato. Ripeto che allo stato non conviene provvedersi fondi in tal maniera. Ma oggi non è possibile discutere, in furia, di così grave argomento. Vuol fondi lo stato? Ne avrà di più con la riassicurazione obbligatoria che col monopolio.

 

 

Coloro che hanno detto che il favore dimostrato alla riassicurazione obbligatoria voleva dire una conversione al monopolio hanno dimenticato che la riassicurazione era considerata come un meno peggio ed hanno sovratutto confuso la riassicurazione obbligatoria col monopolio delle riassicurazioni. E fu citato anche (vedi A. Cabiati sul «Secolo» del 26 febbraio) il rapporto della commissione francese presieduta dal Guyesse, presidente dell’istituto degli attuari di Francia, che condannerebbe la riassicurazione obbligatoria. Invece il rapporto – che forse è solo in queste pagine degno della fama del presidente della commissione – condanna il monopolio delle riassicurazioni, che è cosa tutt’affatto diversa. Poche parole bastano a spiegare la essenziale differenza. Col monopolio delle riassicurazioni lo stato dichiarerebbe di essere il solo che riassicuri i rischi assunti dalle compagnie. È un errore: 1) perché è pochissimo conveniente riassicurarsi nel ramo-vita. Le compagnie riassicurano solo circa il 10% dei rischi assunti; 2) perché le compagnie avrebbero interesse a dividersi i rischi in guisa da eliminare ogni riassicurazione. Una compagnia invece di assicurare 100.000 lire e cedere in riassicurazione allo stato il di più oltre 25.000, avrebbe interesse a mettersi d’accordo con altre compagnie, assicurando ciascuna solo 25.000 lire, e non ricorrendo, nessuna di esse, alla riassicurazione; 3) perché le compagnie cederebbero solo i rischi cattivi allo stato; 4) perché le compagnie estere si riassicurerebbero all’estero, ecc. Insomma il monopolio delle riassicurazioni è condannabile suppergiù come il monopolio delle assicurazioni, perché, non essendo obbligate e non avendo interesse le compagnie a riassicurarsi, lo stato rimarrebbe a mani vuote.

 

 

Tutt’altra è la riassicurazione obbligatoria. Lo stato non si assume nient’affatto il monopolio delle riassicurazioni. Se le compagnie vogliono riassicurarsi all’estero od all’interno si accomodino. Però le compagnie sono, in ogni caso, obbligate a riassicurare una percentuale (l’on. Nitti propone il 40%) di tutti i loro rischi presso lo stato. Nessuna delle obiezioni sopra elencate e delle altre possibili contro il monopolio delle riassicurazioni può farsi contro la riassicurazione obbligatoria. Le compagnie sono obbligate a riassicurarsi, anche quando considerino inutile la riassicurazione. Dissi perciò che il provvedimento è un meno peggio; perché lo stato obbliga a fare ciò che naturalmente non si farebbe; ed una perdita sociale v’è sempre. Ma è una perdita sopportata per dar clientela allo stato. Le frodi non sono possibili. Non giova dividere i rischi tra le compagnie, perché di ogni rischio, anche minimo, il 40% va allo stato. Non è possibile offrire solo i rischi cattivi, perché si deve offrire il 40% d’ogni rischio, buono o cattivo che sia; e lo stato ha sempre diritto di rifiutare i cattivi. Possono le compagnie estere riassicurarsi all’estero; ma non potranno portar via allo stato il 40% di sua spettanza.

 

 

Questi sono i motivi chiari ed incontrovertibili per cui la riassicurazione obbligatoria può dar fondi allo stato, senza trascinarci nella morta gora del monopolio. Purché s’intende, non sia un provvedimento transitorio.

 

 



[1] Con il titolo Periodo transitorio e riassicurazione obbligatoria [ndr].

[2] Con il titolo Monopolio assicurativo, monopolio riassicurativo o riassicurazione obbligatoria?) [ndr].

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